Vincenzo Maddaloni, presentando queste poche righe di autobiografia erratica assicura di volersi attenere solo ad alcuni dati di fatto, probabilmente di scarsa rilevanza, se non per lui.
Nato a Venezia, è giornalista professionista. E’ stato corrispondente a Varsavia negli anni di Walesa e di Jaruzelski, a Mosca durante l’èra di Gorbacev. Grazie al suo mestiere è stato testimone diretto in molti luoghi che hanno fatto la Storia: Pechino e Kabul, Teheran e Santiago, il Cairo e Berlino. Ha girato il mondo come inviato speciale, è stato capo della redazione romana di un grande settimanale. E’ tra i fondatori del “World Political Forum” di cui è presidente Mikhail Gorbacev. E’ autore di varie pubblicazioni ed iniziative editoriali: il suo ultimo libro sull’Iran l’ha scritto con un persiano. Insomma, ha attraversato cinque decenni di giornalismo sperando sempre di sortirne senza guasti irrimediabili. Peraltro, gli manca ormai il tempo di porvi rimedio.
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Il sito sorvola i fatti senza un indirizzo preciso se non la presunzione di approfondirli o comunque di evidenziarli. L’impegno va intenso come un segnale (minimo) di resistenza contro il nuovo modo di intendere i media, che privilegia la banalizzazione delle notizie, l’abbassamento dello standard delle discussioni, l’onnipotenza del messaggio pubblicitario. Una battaglia che sembrerebbe persa se si tiene a mente che è stata intrapresa ormai quasi cinquant’anni fa da McLuhan, addirittura prima della nascita di Internet e del Web. E tuttavia, vale la pena di continuarla perché, «se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.», George Orwell
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