Ogni volta che si parla di Iran mi tornano in mente le ragazze di Dizin. Così, come le ha raccontate  Newsweek del 23 gennaio 2006. “Sulle piste da sci di Dizin a nord di Teheran, ragazze e ragazzi socializzano liberamente ascoltando Madonna, Shakira e la pop-star persiana Googoosh. I chador sono ridotti a bandane e Mahsid Sajadi, grafica pubblicitaria di venticinque anni, mostra una bandiera a stelle e strisce che suo cugino le ha inviato da Orange County in California. 

di Vincenzo Maddaloni
 
Sajadi, moderna e cosmopolita, non ha quasi niente a che spartire con le idee del presidente ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad, tranne quando si tratta del nucleare. ‘Abbiamo il diritto di avere la tecnologia nucleare’, dice Sajadi, ‘siamo una nazione con un’antica civiltà e una cultura ricca. Penso che sia molto ipocrita da parte del signor Bush criticare l’Iran per il possesso della tecnologia nucleare mentre il Pakistan, l’India e Israele hanno le bombe nucleari’”. Sono delle “fasciste islamiche” come  le chiamerebbe il presidente Bush? Direi di no, sono l’ennesima testimonianza che la questione del nucleare è un forte catalizzatore del sentimento nazionale e del sostegno popolare al regime.
 
Se si tiene conto della famosa affermazione di Machiavelli, che sono molto più governabili i cittadini plasmati dalla religiosità che quelli privi di principi etici, che seguono soltanto i propri desideri, meglio si comprendono i danni devastanti che produce la morale edonistica proclamata da Bush quando si cela sotto il manto della religiosità: “Dio è dalla nostra parte”, “Dio è con noi”. Allora perché stupirsi se la replica delle ragazze di Dizin assume pure la matrice religiosa perché in Iran è la religione che identifica la nazione con tutti i suoi confini? L’importante è ora capire se ci attende una nuova apocalisse o un futuro di pacifica coesistenza, di là di stabilire chi siano i vinti e i vincitori. Si tratta di un impegno che va comunque verificato poiché abbiamo già l’elenco dei danni provocati quando con la forza si vogliono imporre modelli senza rispettare la cultura dell’Altro. Insomma, sul nucleare iraniano, sulla guerra israelo-libanese, sui mille e uno conflitti che dividono il mondo tra Nord e Sud,  diventa indispensabile – per meglio capire – ascoltare e diffondere la voce (non solo ufficiale) dell’altro versante.
 
L’incontro di sabato 26 agosto ad Assisi potrebbe essere l’occasione per rilanciare il dialogo senza il quale non si può instaurare un rapporto nuovo tra le civiltà, le religioni e le nazioni. Condannare la violenza e promuovere la comprensione reciproca non dev’essere soltanto uno slogan, ma un impegno mirato per il consolidamento istituzionale del dialogo quale unico mezzo per evitare nuove stragi. Perché ciò possa accadere è indispensabile il sostegno dei media. Evidenziare il lato criminale del terrorismo, (come lo si è fatto anche nelle cronache dal Libano), senza analizzarne le motivazioni e agire di conseguenza, non basta per dare una soluzione definitiva al problema, soprattutto in situazioni – come quella palestinese – dove il ricorso ad atti terroristici affonda le proprie radici nella frustrazione delle genti che non vedono prospettive per il proprio futuro.  
Da qui la necessità di prendere le distanze con una informazione mirata e responsabile da quella grossolanità con la quale l’amministrazione Bush presenta in ogni occasione – il Libano è la più recente – l’intervento in Medio Oriente, come un imperativo etico o addirittura religioso. I riferimenti alla superiorità della civiltà occidentale rispetto a quella islamica ( i fascisti-islamici l’ultima “perla” di Gorge W. Bush) o della religione ebraico-cristiana rispetto a quella musulmana, vanno respinti con forza poiché tendono ad avvalorare quello scontro di civiltà pronosticato da Samuel Huntington, che mal si concilia con l’umano sentire della cultura europea e dell’Italia in particolare.

Tra gli ostacoli da superare per spiegare i mutamenti geopolitici nella regione e quello che accade in Iran, occorre per esempio capire, prima di ogni altra cosa, in che modo l’Islam sia arrivato ad essere ciò che è oggi, tenendo conto di come potrebbe essere, senza perdere di vista la diversità sciita e il suo rapporto capillare con le masse. Inoltre c’è da capire come mai la Chiesa cattolica, completamente tesa a ribadire la sua tenace avversione alle guerre di religione e di civiltà, si ritrovi di fronte a una buona parte d’Europa che simpatizza con le falange dei nuovi crociati capeggiati da G.W. Bush: il presidente che sostiene che Dio gli abbia sussurrato nelle orecchie il cammino da percorrere e che va spiegando alle genti che “Dio non è neutrale” ma sta dalla parte degli americani. Insomma c’è da capire perché si sta usando la religione per giustificare le guerre, perché le piazze musulmane siano in subbuglio e perché in Occidente – Europa compresa – a scatenarsi siano più i palazzi del potere che le piazze. Pertanto il confronto con l’Altro per chi insegue la pace diventa indispensabile.

Dopotutto il conflitto iracheno ha evidenziato a livello planetario le contraddizioni dell’Occidente quale modello di democrazia, di affermazione dei diritti dell’uomo, di sistema e di qualità della vita. Il lassismo etico, il relativismo morale, come ognuno può vedere, purché possieda, come dice Dante, “un intelletto sano”, conducono rapidamente al deterioramento della società e alla progressiva perdita dei sentimenti e dei pensieri che ci fanno uomini. Insomma il “modello di civiltà” è meticolosamente scrutato dai media e quindi sotto gli occhi di tutti inclusi i musulmani. Imporlo con la forza o con il bombardamento mediatico è un assurdo. Meglio ricomporre le controversie con il confronto e il dialogo costante, unico modo per riconoscere, superare, accettare le rispettive differenze.

A questa sfida sono chiamati a partecipare certamente gli Stati, ma ancora di più tutti i soggetti della società civile attivi sul piano culturale, sociale e cioè le università, le Chiese, le associazioni, e soprattutto gli organi di informazione e di comunicazione, pubblici, privati e indipendenti. Perché non si può realizzare la pace e la giustizia universale se non si promuove con l’indispensabile sostegno dei media (web, blog inclusi), il dialogo per favorire la comprensione reciproca dei diversi settori della cultura, della politica, dell’economia, della religione. E dunque l’incontro di Assisi è un’occasione per lanciare la nuova sfida.
Naturalmente può sembrare un’operazione impossibile sostenere il dialogo di fronte all’apocalisse preparata dai sostenitori della “scontro di civiltà”, ognuno dei quali vede nell’altro l’incarnazione del “male” che deve essere annientato da una guerra totale. Tuttavia, in uno scenario contrassegnato da tanti fattori negativi, il dovere di ognuno che s’incontra ad Assisi è di moltiplicare il numero degli attori che rifiutando l’apocalisse s’impegnano a denunciare la “mala-informazione” che tanto ostacola il cammino verso un’esistenza fondata – ripeto – sulla conoscenza e il rispetto reciproco. Cioè verso la pace.

22 agosto 2006