Mentre gli esperti di questioni militari discutono su “chi ha vinto” la guerra in Terrasanta (almeno fino all’inizio della tregua e l’intervento dell’Onu), se Israele o gli Hezbollah, pressoché tutti gli analisti politici indicano la longa manus più o meno lontana che avrebbe fatto esplodere l’ennesima crisi mediorientale nel momento ad essa più opportuno e anche più congeniale alla propria attuale dirigenza: l’Iran. È a Teheran che viene attribuita quasi concordemente la responsabilità diretta e indiretta della “provocazione” del “partito di Dio” libanese nei confronti di Gerusalemme; e verso Teheran sono partite minacce non equivoche, anche se diplomaticamente velate, di attacchi militari, tanto improbabili nella realtà (gli americani sono già fin troppo impegnati e logorati in Iraq) quanto facilmente sfruttabili dalla propaganda fondamentalista islamica. Questa offensiva mediatico-diplomatica contro l’Iran data da oltre un anno, da quando cioè è stato eletto presidente l’ex sindaco di Teheran, Ahmadinejad, il quale ha di colpo intensificato quella propaganda fondamentalista attaccando direttamente Israele, proponendone il trasferimento forzato in Europa (terra dell’Olocausto ebraico) o, in alternativa, la distruzione. Sullo sfondo, la questione cruciale (almeno nella visione della Casa Bianca): lo sviluppo degli esperimenti iraniani nel settore nucleare, con la possibile prospettiva del possesso della bomba atomica (di cui già godono, nell’area mediorientale e sud-asiatica, Israele, Pakistan e India). Viene dunque quanto mai interessante e utile la lettura di un libro scritto a quattro mani da un cristiano e un musulmano, Vincenzo Maddaloni e Amir Modini: L’atomica degli ayatollah (Nutrimenti). Maddaloni è un giornalista, per molto tempo inviato speciale di Famiglia Cristiana (di cui è stato anche corrispondente da Mosca negli anni cruciali del gorbaciovismo: non per nulla è tra i fondatori del World Political Forum presieduto dall’ex presidente riformatore russo). Modini è un intellettuale iraniano che si divide fra Teheran, gli Stati Uniti e l’Italia (ha studiato a Palermo e a Roma) e può essere collocato nella sfera degli studiosi dell’Islam non solo dal punto di vista religioso, ma soprattutto da quello dei rapporti tra la religione e la lunga, complicata storia politica, sociale ed economica del più antico impero della Terra, la Persia che oggi si chiama Iran. Il libro è originalmente diviso in due parti. Nella prima, composta da nove capitoli, si analizzano i temi della più stretta attualità, legati alla prospettiva dell’”atomica degli ayatollah” (di cui si mette in dubbio che esistano le prove documentali di una reale, specifica preparazione, di là dagli usi pacifici dell’energia nucleare); e quelli delle “anatomie rivoluzionarie persiane”, a cent’anni esatti dal “primo tentativo di porre fine al potere monarchico assoluto, primo movimento contro l’ingiustizia e il secolarismo del governo dello scià” e a favore di una Costituzione moderna, fino alla fallita democratizzazione del paese con Mossadegh (1951-1953) e alla caduta dello scià Reza Pahlevi e alla presa del potere da parte del grande ayatollah Khomeini nel 1979. La seconda parte è costituita da quattro “conversazioni persiane tra un cristiano e un musulmano”, alla ricerca di un modello di dialogo fra le religioni che possa realmente contribuire a scongiurare quel “conflitto di culture” profetizzato dai pessimisti come Huntington e comunque alimentato dagli estremisti di entrambe le parti. Ciò che colpisce nel libro è la straordinaria ricchezza di riferimenti particolari alla storia plurimillenaria e all’attualità della Persia, in cui si riflette a sua volta la ricchezza delle interpretazioni dell’Islam, della sua dottrina, della sua etica, della sue successive codificazioni fino alla sharja (la legge di diritto comune di tutti i musulmani) ma anche delle sue filosofie e della sua cultura che hanno avuto, nel Medioevo, una grande influenza anche sull’Europa cristiana, da Averroè ad Avicenna. Naturalmente in questo flusso di informazioni e di riflessioni entrano anche i rapporti con l’esterno, le invasioni commesse e quelle subite con il colonialismo europeo otto-novecentesco, la sottomissione economica del paese legata allo sfruttamento internazionale delle riserve petrolifere nel secolo scorso, fino alle complesse relazioni di oggi con le nuove potenze emergenti asiatiche, Cina e India, in grado di mantenere alti i prezzi del greggio e del gas naturale iraniani con la loro concorrenza con l’Occidente. E infine, i grandi temi religiosi: la secolarizzazione e la modernizzazione, contrastate nell’Islam dal sorgere dei Fratelli musulmani negli anni Trenta, e poi dall’alleanza con i movimenti nazionalisti (in Egitto, in Palestina) antiebraici e antioccidentali, fino agli scontri in atto fra sciiti e sunniti in Iraq, così simili nella ferocia distruttiva a quelli successivi alla morte di Maometto e alla eliminazione sanguinosa dei suoi più immediati successori, cui Maddaloni e Modini fanno naturalmente risalire la mistica del “martirio” generatrice degli odierni kamikaze. Il tutto alla luce dei rapporti, difficili ma non impossibili, con le chiese cristiane, in particolare quella cattolica. È questo il punto del libro in cui il dialogo fra i due autori si fa a volte difficile: come quando Maddaloni ricorda all’amico i dati amarissimi dell’esodo più recente dei cristiani dal Medio Oriente, documentati nel 2005 dalla rivista Oasis del Patriarcato veneziano. Modini replica ricordando che in passato (ma è passato, appunto) furono i musulmani a essere cacciati dall’Europa (in particolare dalla Spagna, per non ricordare i massacri dello scorso decennio nell’ex Jugoslavia) mentre nei paesi arabi e nello stesso Iran cristiani di ogni confessione ed ebrei vivevano indisturbati (anche se sottoposti alle regole dei “dimmi”, cioè i tollerati). Resta da aggiungere un’osservazione particolare. Sia in Maddaloni sia nel suo interlocutore si nota una netta presa di posizione contro la politica attuale dell’amministrazione statunitense, ispirata dai neocon inclini a risolvere i problemi internazionali con la sola forza militare, dimostratasi finora inefficace, se non controproducente, ad esempio nei confronti della lotta al terrorismo. Nel solo Modini emerge piuttosto una cultura che si potrebbe definire di materialismo storico-dialettico, quando suggerisce che le questioni aperte oggi sia dentro l’islam, sia nei suoi rapporti con l’Occidente, abbiano origine più dalle condizioni economiche e sociali di quei popoli che dalla religione, intesa come “sovrastruttura” in una società complessa. Il che è tutto da dimostrare, come indicano episodi del tipo degli attentati terroristici di Londra (quelli riusciti e quelli sventati) e l’uccisione della ragazza pakistana da parte di suo padre nel Bresciano: in questi casi, come in molti altri, è innegabile che l’ispirazione alla violenza sia venuta da un Islam più fanaticamente attaccato a una interpretazione fondamentalista (e magari sbagliata) del Corano, che da una “struttura economico-sociale” di marxiana memoria.

Beppe Del Colle