Delle mille e uno opinioni sugli conseguenze politiche della lezione del Papa a Ratisbona, nessuna, mi pare, ha colto un punto di rilevanza cruciale nei rapporti con l’Islam. E cioè che non ci potrà essere futuro per una coesistenza pacifica senza una convergenza sul rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo così come si afferma nella dichiarazione universale del 1948 delle Nazioni Unite. Questo implica però l’accettazione da parte di tutte le culture di quel quadro di valori fondamentali e cioè i diritti dell’uomo, i principi di democrazia, la distinzione tra Stati, confessioni religiose e società che sono elementi ineludibili e non sono negoziabili come previsto appunto dalla Carta delle Nazioni Unite.

Siccome le culture e le aree culturali non sono dei monoliti come sostiene Huntington nel suo Lo scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale, occorre cogliere le culture nel loro dinamismo interno, sia storico che attuale favorendo il dialogo, la conoscenza, in modo che i diritti fondamentali dell’uomo non appaiano più come dei prodotti occidentali, ma radicati nell’orizzonte culturale e spirituale proprio dell’universo culturale che le Nazioni Unite dovrebbero rappresentare. Infatti la Carta individua, da un lato, i principi essenziali della comunità internazionale degli Stati, volti alla protezione degli interessi fondamentali della stessa.

Tali principi, i quali sono parte dello jus cogens, sono contenuti negli artt.1 e 2 della Carta: il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali (art.1 par.1) insieme al principio del divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali (art.2 par.4); la soluzione pacifica delle controversie; il principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli (art.1 par.2); il principio della cooperazione che si estende a ogni problema internazionale di “carattere economico, sociale, culturale ed economico” (art.1 par.3); il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali (art. 1 par.3).

Dall’altro lato, la Carta potrebbe essere vista come la Costituzione istituzionale della comunità internazionale, in quanto, accanto ai principi fondamentali, individua gli organi competenti ad esprimere, promuovere e tutelare tali principi nelle relazioni internazionali. Poiché essa conferisce in particolare al Consiglio di Sicurezza “la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali” e gli Stati membri delle Nazioni Unite “convengono di accettare ed eseguire le decisioni del Consiglio di sicurezza”. Ma è proprio su questo punto che la Carta dimostra tutta la sua inadeguatezza e si capisce perché da molti anni a questa parte si parla della necessità di una riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Infatti se il diritto di veto aveva un senso in un mondo “bipolare”, ormai questo diritto non ha più fondamento, poiché il mondo di Yalta, che è stato voluto insieme dall’Occidente all’Oriente, è superato. Quella del veto era una delle forme di garanzia del mantenimento dell’ordine, che si crea per la pace, dopo la guerra. Oggi è quasi solo uno strumento di potere o di pre-potere di Nazioni come l’intervento unilaterale anglo-americano in Iraq sta a dimostrare. Non a caso l’aspetto centrale della riforma delle Nazioni Unite è costituito dal tema del ruolo, delle competenze e delle procedure del Consiglio di Sicurezza che la Carta ha malauguratamente incaricato di occuparsi dei problemi politici.

Come si è visto bene alla vigilia della guerra in Iraq, la risposta è stata, in mancanza di meglio, estremamente pragmatica: il Consiglio di sicurezza deve «schierarsi in favore dell’azione» e non impedirla. L’azione, ovviamente, rimane nelle mani di coloro che ne hanno i mezzi. Se non dovesse concedere la sua autorizzazione ‘all’azione’, il Consiglio dimostrerebbe la sua inconsistenza, «irrilevance». La questione è particolarmente acuta per il mondo musulmano, che con un miliardo e trecento milioni di fedeli non è rappresentato nel Consiglio di sicurezza mentre i “cristiani” hanno quattro seggi (il quinto è cinese). L’Arabia Saudita avrebbe il prestigio, ma l’Egitto non è da meno, e poi ci sarebbe l’Iran, che non è arabo ma è musulmano ed è una potenza rilevante. Senza contare che è sciita e la maggioranza sunnita non gradirebbe una tale scelta. E dunque la somma dei “no”, variamente motivati, è forte, esiste un largo consenso per l’abolizione del diritto di veto, ma i cinque paesi interessati che lo possiedono… frenano, indisturbati.

Insomma il vertice delle Nazioni Unite replica un po’quelle scene viste nei film in costume quando gli aristocratici celebrano i loro riti mentre fuori infuria la rivoluzione. In altre parole, più il problema si approfondisce, più diventa spinoso. E questo fa il gioco di chi non vuole cambiare sostanzialmente le cose (Usa, Russia, Cina in prima linea, ma anche Regno Unito e Francia). Così l’Onu continua ad essere trattato come una realtà artificiale avulsa dal mondo reale nel quale la “verità” sui fatti non è un dato esterno che nasce attraverso il dibattito e l’ascolto delle varie posizioni, ma fa parte della volontà di colui che ha i mezzi per costruirla. La superpotenza non ha bisogno di essere informata sulla “verità” dei fatti, perché è lei che informa le Nazioni Unite. Le mette di fronte al fatto compiuto com’è avvenuto con l’invasione dell’Iraq. Stando così le cose possiamo continuare a considerare l’Onu un palcoscenico per “act out differences”, come ha detto Kofi Annan, il segretario voluto nel 1996 dagli Stati Uniti e da questi oggi poco amato? Egli ha presentato l’anno scorso a New York il rapporto In Larger Freedom, che contiene le indicazioni per riformare l’Onu e le ha affidate a un comitato di «saggi».

Sono previsti tempi lunghi, anzi lunghissimi. Tuttavia in questi ultimi dodici mesi qualcosa si è mosso soprattutto nei settori di peacekeeping globale come l’ approvazione della soluzione per il conflitto in Libano dimostra. Questo è accaduto non per la volontà dei “saggi”, ma perché nessuno degli stati membri (musulmani inclusi) vuole disfarsi delle Nazioni Unite. Neanche l’America di Bush: basti pensare all’ipotesi di deferimento al Consiglio di Sicurezza dell’Iran per la questione della proliferazione nucleare caldeggiata proprio dagli USA. I quali da quando i corpi dei soldati americani hanno cominciato a tornare con regolarità nelle bare hanno mutato atteggiamento nei confronti delle Nazioni Unite, consentendo quella missione dell’Onu in Libano che segna il ritorno dell’Europa tra i protagonisti della politica mondiale.

E’ un segnale di “rilancio del multilateralismo” che se si rafforzerà, come ha auspicato il presidente del Consiglio Romano Prodi, la scorsa settimana, nel suo intervento alle Nazioni Unite, “ridarà centralità all’Onu ed al suo ruolo fondamentale”. Che, beninteso, non sarà quello di presiedere alla transizione politica dell’Iraq e, ancora meno, di deliberare sulle altre grandi questioni di guerra o di pace nel mondo. Finché la comunità internazionale non sarà capace di rendere l’Onu più efficiente esso dovrà limitarsi a eseguire alcuni compiti per i quali ha dei `vantaggi comparativi’, come distribuire l’aiuto umanitario o compiere operazioni di pattugliamento nei quartieri difficili di Baghdad o lungo i confini del Libano. Non è poco, non è molto, ma fino a che non avremo un nuovo modello dobbiamo cercare di far funzionare e difendere quello attuale.

Vincenzo Maddaloni

Pubblicato su Left Avvenimenti
(29 settembre 2006)