Allo stato attuale le preoccupazioni della comunità internazionale sono focalizzate sul programma nucleare iraniano. Per bloccarne lo sviluppo gli Stati Uniti non escludono l’opzione militare. È noto che gli Stati Uniti e parte dell’Europa denunciano la segreta finalità militare, mentre Teheran assicura il contrario.
In considerazione dell’enormità degli interessi (non solo economici ma anche politico-strategici: vedi l’asse creatosi con Pechino e più in generale con la Shanghai Cooperation Organization, Sco) legati alle risorse energetiche dell’Iran e alle modalità della loro gestione da parte di Teheran, alcuni analisti ritengono che il reale motivo del contrasto tra Washington e Teheran – e quindi la causa di un probabile conflitto armato – non sia il suo programma nucleare ma il suo progetto di borsa petrolifera in euro. La stessa decisione era stata presa da Saddam Hussein prima di essere rimosso dal potere con l’attacco del marzo 2003.
Secondo Krassimir Petrov, docente di finanza internazionale all’Università americana della Bulgaria, il piano di Teheran di adottare l’euro al posto del dollaro nelle contrattazioni del petrolio è segno della sua volontà di colpire mortalmente i meccanismi economico-finanziari che sostengono lo status di superpotenza (o impero) degli Stati Uniti. Infatti, l’unico modo che questi ultimi avevano (e hanno) per far sì che il resto del mondo continuasse (e continui) ad accettare riserve di dollari sempre più svalutati (dopo la fine della conversione in oro, decisa da Franklin D. Roosevelt e poi confermata da Richard Nixon) era quello di legare indissolubilmente il biglietto verde ad un bene fondamentale per tutte le economie: il petrolio.
Allora gli Stati Uniti stipularono, con la mediazione dello scià Reza Pahlavi, un accordo (1972-73) con l’Arabia Saudita con la promessa che il regno saudita avrebbe accettato soltanto dollari statunitensi in cambio del loro petrolio. Anche il resto dell’Opec ne seguì l’esempio, accettando soltanto dollari. Tutti i Paesi del mondo, di conseguenza, dovettero dotarsi di riserve di dollari per acquistare il petrolio dai Paesi arabi produttori. Siccome il mondo avrebbe avuto bisogno di quantità di petrolio sempre crescenti, venduto ad un prezzo sempre più alto, la domanda mondiale di dollari non avrebbe potuto che aumentare e quindi nessuno avrebbe preteso la loro convertibilità in oro.
Insomma, finché il dollaro fosse rimasto l’unica moneta di pagamento per comprare il petrolio, il suo predominio globale sarebbe stato garantito e l’impero americano avrebbe potuto continuare a “governare” il resto del mondo. Ma se, per qualche ragione, il dollaro avesse perso questa priorità l’impero americano avrebbe cessato di esistere. E dunque si capiscono le pressioni e le minacce dell’amministrazione Usa ogniqualvolta se ne è prospettato il pericolo. A sollevarlo fu l’Iraq quando nel 2000 pretese che il suo petrolio fosse pagato in euro. All’inizio, la sua richiesta fu considerata ridicola, poi fu accolta con noncuranza, ma quando divenne chiaro che l’Iraq non aveva intenzione di recedere si esercitò una pesante pressione politica per fargli cambiare idea. Quando anche altri Paesi, come l’Iran, espressero la volontà di farsi pagare in euro o in yen (o più in generale con un insieme di valute, “il cestino valutario” come spiegava l’ex presidente iraniano Bani Sadr), il pericolo per il dollaro divenne reale e si cominciò a parlare di una vera e propria azione punitiva.
In effetti, la guerra preventiva contro Saddam non aveva avuto niente a che vedere con gli armamenti di distruzione di massa, con la difesa dei diritti umani, con la volontà di diffondere la democrazia e neppure con il desiderio di volersi accaparrare i campi di petrolio; lo scopo prioritario era invece quello di salvaguardare il valore del dollaro, di salvaguardare cioè il fondamento dell’impero americano.
Due mesi dopo che gli Stati Uniti avevano invaso l’Iraq, il programma ‘Oil for Food’ fu chiuso, i conti iracheni in euro furono cambiati di nuovo in dollari e il petrolio venne venduto ancora una volta soltanto in valuta statunitense. Il mondo non poteva più comprare in euro il petrolio dall’Iraq. In questo modo la supremazia globale del dollaro venne ristabilita. Allo stesso tempo era stato dato un avvertimento a chiunque avesse preteso d’ora in avanti il pagamento in valute diverse dal dollaro statunitense.
Tuttavia l’Iran ha deciso di raccogliere la sfida decretando di aprire entro l’anno 2006 la sua borsa petrolifera in euro in modo da inaugurare un circuito alternativo a quello del dollaro. Se ciò dovesse accadere, moltissimi clienti se ne avvantaggerebbero: per prima l’Europa che non sarebbe più costretta a comprare e mantenere riserve di dollari al fine di assicurarsi la moneta di pagamento per il petrolio perché potrebbe pagarlo con la propria valuta. L’adozione dell’euro per le transazioni del petrolio fornirebbe poi alla valuta europea il prestigio di diventare una riserva monetaria internazionale, cosa che beneficerebbe gli europei a discapito degli americani.
I cinesi e i giapponesi sarebbero particolarmente desiderosi di adottare il nuovo cambio in quanto consentirebbe loro di diminuire drasticamente le loro enormi riserve di dollari e di diversificarle con gli euro, proteggendosi così dalla svalutazione del dollaro. Ancora maggiori i vantaggi per i russi poiché la maggior parte delle loro transazioni commerciali avviene con i Paesi europei, con i Paesi esportatori di petrolio, con la Cina e con il Giappone. I Paesi arabi esportatori di petrolio adotterebbero con entusiasmo l’euro come mezzo per diversificare i propri investimenti al posto delle crescenti montagne di dollari svalutati. Proprio come i russi, i loro partner commerciali sono i Paesi europei e quindi preferirebbero la valuta europea, sia per la sua stabilità e sia per evitare il rischio valuta.
I britannici, invece, sarebbero gli unici a ritrovarsi tra l’incudine e il martello. Essi hanno da sempre una partnership strategica con gli Stati Uniti, ma al tempo stesso subiscono naturalmente l’attrazione da parte dell’Europa. Finora hanno avuto molte ragioni per stare dalla parte dei vincitori. Ma, vedendo crollare il proprio partner secolare, resterebbero saldi al suo fianco o gli infliggerebbero il colpo di grazia preferendogli l’euro?
Ad ogni modo, non importa ciò che i britannici decideranno, nel caso la borsa petrolifera iraniana dovesse prendere velocità. Gli interessi degli altri – cioè quelli degli europei, dei cinesi, dei giapponesi, dei russi e degli arabi – porterebbero ad adottare con un entusiasmo corale l’euro segnando così il destino del dollaro.
Naturalmente gli americani non potrebbero permettere che ciò accada e, se necessario, userebbero una vasta gamma di strategie per fermare o per ostacolare l’entrata in funzione della borsa iraniana in euro: dal sabotaggio (un attacco informatico o un vero e proprio attacco come quello dell’11 settembre ai danni dei servizi principali e di sostegno), al colpo di Stato (che se dovesse riuscire ‘taglierebbe la testa al toro’), ad una risoluzione congiunta di guerra da parte dell’Onu (che però necessiterebbe del sì di Russia e Cina, cosa molto improbabile), ad un attacco nucleare unilaterale (la Nuclear Posture Review ha messo nero su bianco l’utilizzo preventivo dell’arma atomica contro l’Iran), alla guerra totale unilaterale.
Da uno scontro bellico con l’Iran, gli Stati Uniti uscirebbero vincitori conservando il proprio (attualmente vacillante) status di superpotenza globale oppure subirebbero un gravissimo rovescio che potrebbe segnarne un ridimensionamento geopolitico. Sull’altopiano iraniano potrebbe giocarsi uno scontro cruciale per gli equilibri del XXI secolo. A ben vedere gli Stati Uniti non possono che ostacolare il desiderio di autonomia di Teheran che, se prevalesse, affermerebbe il suo ruolo di potenza energetica regionale rafforzando i legami esistenti con la Russia, la Cina e l’India.
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