Dopo l’invio del dossier nucleare al Consiglio di sicurezza, deciso il 4 febbraio 2006 a Vienna dalla riunione straordinaria del Consiglio dei governatori dell’Aiea, il prossimo passo della crisi è la decisione (verosimile e a breve scadenza) di sanzioni politico-economiche da parte dell’Onu. In questo caso gli Stati Uniti possono contare sul sostegno della troika europea che, dopo l’uscita dalla cancelleria tedesca di Schröder e di Fischer e i proclami di Ahmadinejad, è slittata su posizioni più moderate che hanno portato le trattative ad una fase di stallo. Tuttavia molto meno certa è la volontà di Mosca e Pechino di seguire la rotta che Washington deciderà di impostare. Come già detto, la Cina, in particolare, sta pianificando legami strategici con l’Iran e non è nel suo interesse mettere in ginocchio il suo principale fornitore di energia per assecondare la strategia di un Paese che considera (ed è) di ostacolo al libero dispiegamento della sua influenza in Asia.
Nel novembre 2004, il ministro degli Esteri cinese, Li Zhaoxing, in occasione di una sua rara visita a Teheran, aveva affermato all’allora presidente Khatami che Pechino si sarebbe opposta agli sforzi degli Usa di deferire l’Iran al Consiglio di sicurezza. Da quel momento fino al febbraio 2006 la posizione di Pechino è cambiata nel senso che non è più favorevole ad applicare le sanzioni all’Iran, confermando la volontà di evitare una crisi che coinvolgerebbe India, Giappone e tutti i Paesi che dipendono dalle esportazioni energetiche iraniane.
Contro l’imposizione di sanzioni, l’Iran, dal canto suo, mette in guardia l’Occidente minacciando di interrompere i rifornimenti energetici. “I primi a soffrire sarebbero l’Europa e gli Stati Uniti stessi, ci sarebbero problemi per i mercati regionali dell’energia, per l’economia europea e ancora di più per quella degli Stati Uniti”, ha minacciato alcuni mesi fa il negoziatore capo iraniano del dossier nucleare Hassan Rowhani, dichiarando che il deferimento al Consiglio di sicurezza significa “giocare col fuoco”. “La stabilità nella regione diverrebbe fragile e gli Stati Uniti sarebbero i primi a soffrire”, ha poi ripetuto.
Si tratta di mera propaganda? Si può ritenere di no. Già ora la tensione causata dal dossier nucleare è uno dei fattori chiave della crescita dei prezzi del petrolio (intorno ai 70 dollari al barile nell’aprile del 2006). Alcuni analisti sostengono che il prezzo potrebbe schizzare a 130 dollari se l’Iran per rappresaglia chiudesse i rubinetti.
La maggior parte degli esperti, comunque, ritiene quest’ultima eventualità poco probabile. “L’Iran è l’unico Paese produttore di petrolio ancora in deficit. Dalla rivoluzione iraniana la storia ci insegna che essi hanno sempre parlato di tagliare la produzione, ma non l’hanno mai fatto”, ha asserito A.F. Alhajji, professore di economia alla Ohio Northern University.
Ma se l’Iran fermasse realmente la produzione, “credo che avremo problemi maggiori del prezzo del petrolio. Se finissimo con un embargo petrolifero in stile anni Settanta, potremmo vedere i prezzi andare significativamente più in alto in un territorio sconosciuto”, secondo Jason Schenker, economista dell’Università di Wachovia. La stima corrente del maggior rialzo? Il barile potrebbe più che raddoppiare e superare i 130 dollari, secondo Bill Browder, un investitore nelle compagnie petrolifere russe. Nel caso (ormai quasi certo) dell’imposizione di sanzioni da parte dell’Onu, è improbabile che Teheran chiuderà i rubinetti, ma è quello che sicuramente accadrebbe nel caso l’Iran venisse attaccato militarmente.
In conclusione, ben prima della (probabile) costruzione di un ordigno atomico – secondo un recente rapporto della Cia, all’Iran occorrerebbero almeno dieci anni per ottenere i componenti chiave per la costruzione dell’atomica – il petrolio e il gas sono le reali armi immediatamente disponibili per l’Iran, poiché se si facesse pagare dai Paesi importatori in euro anziché in dollari, come avviene ora, vedrebbe realizzarsi la sua visione di “un mondo senza America e Israele”. Washington e Tel Aviv non potrebbero che raccogliere il guanto di sfida. L’Iran, però, non è l’Iraq, e questa volta i pianificatori neoconservatori del regime change potrebbero scontrarsi con la Cina che, per rappresaglia, potrebbe liberarsi delle sue riserve in dollari causando un grave deprezzamento della valuta americana: è proprio questa la principale garanzia di sicurezza dell’Iran, grazie alla quale ha potuto permettersi di contrastare le pressioni Usa e più in generale di muoversi nell’ambito di una posizione autonoma ben sapendo che la sicurezza dei pozzi e delle rotte petrolifere e quindi delle esportazioni, rimane l’esigenza prioritaria dei paesi industrializzati.
Al momento, in questa lunga e rischiosa partita a risiko, Washington non sembra nelle condizioni di imporre la sua volontà a Teheran e dovrà valutare attentamente le sue scelte, se non vuole pagare un prezzo altissimo. Nell’immediato, il rischio maggiore è quello di azioni unilaterali non concertate da parte di Israele che finirebbero per contrapporre l’Occidente non solo all’Iran ma anche alla Cina e alla Russia in via di progressivo avvicinamento strategico nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization: due blocchi con poteri portentosi e letali, per i quali gli interessi in gioco sono di portata incredibile, in quanto direttamente legati al futuro sviluppo delle economie asiatica e occidentale. Dalla solidarietà internazionale agli Stati Uniti dopo l’11 settembre nella guerra globale al terrorismo si è già passati alla guerra globale per le risorse energetiche. Aspettiamo di vedere se gli sviluppi della situazione lo confermeranno. 
Le vie del petrolio e del gas da Mille e una Notte è tratto da V.Maddaloni, A.Modini: ” L’atomica degli ayatollah. Il ruolo strategico dell’Iran, la crisi con gli USA, tutti i rischi di una nuova guerra preventiva“. Ed.Nutrimenti

 

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