Molti direttori di organi di informazione si sono convinti che il Daesh stia riuscendo molto bene a “eroizzare” chi compie degli attacchi, e che la copertura occidentale delle notizie è condivisa in Siria e in Iraq e anche nella comunità musulmana d’Europa, come modo di glorificare i perpetratori di atti terroristici. Negare loro quella gloria diventa una forma di antiterrorismo

Juan Cole di Juan Cole

Nizza, la commemorazione delle vittime — Foto di Valery Hache/AFP

Nizza, la commemorazione delle vittime — Foto di Valery Hache/AFP

Il quotidiano francese Le Monde riferisce che molti giornali e canali televisivi francesi hanno deciso di smettere di pubblicare le fotografie, e delle volte perfino i nomi di coloro che commettono atti terroristici. Lo stesso Le Monde sta adottando la stessa politica.

La Francia e il Belgio hanno visto molti attacchi nichilisti nello scorso anno e mezzo, che hanno spinto il governo a istituire ed estendere uno stato di emergenza che vìola gravemente i diritti umani fondamentali. (Chiamo questi attacchi nichilisti invece che terroristi perché colpiscono bersagli facili senza un immediato e ovvio scopo politico, e perché spesso vengono compiuti da criminali meno pericolosi o da squilibrati che tuttavia rivendicano un certo rapporto con il Daesh (ISIL, ISIS).

I direttori di questi organi di informazione si sono convinti che il Daesh stia riuscendo  molto bene a “eroizzare” chi compie degli attacchi, e che la copertura occidentale delle notizie è condivisa in Siria e in Iraq e anche nella comunità musulmana d’Europa, come modo di glorificare i perpetratori di atti terroristici. Negare loro quella gloria diventa una forma di antiterrorismo.

Non tutti sono d’accordo su questo approccio.

France Télévisions (il gruppo che gestisce i canali televisivi pubblici francesi, n.d.t.) ha rifiutato l’idea di abolire le identità e le fotografie dei nichilisti. Michael Field, direttore del dipartimento delle pubbliche relazioni di quel canale televisivo, ha condannato le nuove politiche di altri organi di stampa, giudicandole delle forme di posa, e ha insistito che rendere anonimi gli attacchi avrebbe un effetto contrario.

“Attacchi anonimi senza nomi e volti? Nulla potrebbe meglio attivare teorie divaganti  distraenti di cospirazioni o promuovere l’ansia sociale che già sospetta  i media di non dire tutto o di voler mettere a tacere la verità.”

Wassim Nasr, che ha fatto dei servizi per l’emittente televisiva d’informazione, France 24 sui musulmani militanti, è stato d’accordo che nascondere le foto e le identità dei responsabili di azioni criminose, aprirebbe la porta ad altre teorie di cospirazione. Pensa  anche lo facciano per l’organizzazione, non per gloria personale, e quindi non importa molto se compaiono o no sui giornali.

La stampa può proficuamente evitare di mostrare le immagine negative o di essere ossessionata da questi atti di nichilismo

Hervé  Beroud, di BFM-TV, dice di aver sentito questa critica, ma che pensa ci siano altre ragioni per attuare  questa politica. “Non penso che rifiutarsi di pubblicare le foto dei jihadisti impedirà  loro di agire. Sarebbe troppo semplice. La nostra scelta è diretta ai telespettatori.”

Personalmente sono del tutto a favore della nuova politica. Anche io metterei i resoconti a pagina 17 e smetterei di farne dei titoli.

Lo scorso fine settimana sono state uccise 47 persone a Chicago senza che diventassero dei titoli in prima pagina in altre parti del paese.

Stiamo privilegiando certi tipi di violenza e li ingigantiamo attraverso la stampa e i media sociali.  Se il terrorismo fosse politico, mirato a compiere un compito politico specifico, potrebbe giustificare il fatto di essere monitorato attentamente da tutti in questo modo.

Però,  qualcuno che è squilibrato e che spara su una folla in un centro commerciale – è  praticamente casuale. E’ una tragedia, ma non significa nulla. Perché metterla in prima pagina?

Ma il mio consiglio alla stampa deve andare oltre. Dedicate i giovedì, per esempio, a cercare delle notizie piacevoli circa i contributi musulmani alla società. Il Daesh sta cercando di distruggere la zona grigia, di spingere i musulmani occidentali proprio nelle sue braccia sistemando le cose in modo che le persone bianche di cultura cristiana siano orrende nei loro confronti. Da qui nasce il mio mantra: il Daesh attacca perché vogliono che abbiamo paura e che  odiamo. L’unica contro strategia efficace è rifiutarsi di avere paura e mostrare invece affetto verso dei musulmani.

La stampa può proficuamente evitare di mostrare le immagine negative o di essere ossessionata da questi atti di nichilismo. Oppure potrebbe fare qualcosa.

Fonte: Informed Comment

31 luglio 2016