Il fatto che circa 800 milioni di persone stiano letteralmente morendo di fame in un mondo di abbondanza è una misura di un’ingiustizia umana che sfida l’immaginazione. I più colpiti sono le donne e i bambini. Le donne, cui in molti paesi non è permesso di possedere terreni, costituiscono il 60 per cento del totale dei senza cibo.

Hunger

di Graham Peebles

Il cibo, come un tetto e l’assistenza sanitaria, è scritto nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo come un diritto fondamentale di ogni persona, indipendentemente dalle condizioni o dal reddito. E tuttavia una persona su nove nella popolazione mondiale non ha abbastanza da mangiare, nonostante il fatto che c’è abbastanza cibo per sfamare tutti.

Il fatto che circa 800 milioni di persone stiano letteralmente morendo di fame in un mondo di abbondanza è una misura di un’ingiustizia umana che sfida l’immaginazione. I più colpiti sono le donne e i bambini. Le donne, cui in molti paesi non è permesso di possedere terreni, costituiscono il 60 per cento del totale globale; se fosse consentito loro un accesso uguale alle risorse, il Programma Alimentare Mondiale (WFP) stima che “il numero degli affamati nel mondo potrebbe essere ridotto di 150 milioni di persone”.

Le cause della fame non sono complicate. Mentre i ricchi indulgono agli eccessi e si riempiono fino a traboccare, è consentito che persone muoiano di malattie collegate alla fame semplicemente perché non hanno abbastanza soldi per acquistare cibo. Questa inutile distruzione umana non è semplicemente ingiusta, è atrocemente immorale e dovrebbe riempirci di vergogna. Come ha detto un saggio: “Fratelli, come potete guardare queste persone morire di fame davanti ai vostri occhi e continuare a chiamarvi uomini?”

I più poveri dei poveri

Si soffre la fame e si vive nell’”insicurezza alimentare” per un’unica ragione fondamentale: la povertà.

La povertà non è definita semplicemente dalla mancanza di un reddito, ma virtualmente ogni genere di povertà, povera saluta, povera istruzione, povera nutrizione, e gli effetti più psicologici – povera autostima, vergona e imbarazzo si sé – derivano da questa fondamentale forma di povertà di base e decisamente oscena. E anche se la povertà colpisce chiunque, indipendentemente dall’età, l’impatto sui bambini è devastante rendendoli vulnerabili a ogni sorta di sfruttamento, minacciando la loro sicurezza, i loro diritti, la loro salute e istruzione.

Nei paesi in via di sviluppo, secondo l’UNICEF, “più del 30 per cento dei bambini – circa 600 milioni – vive con meno di un dollaro usa al giorno [La soglia della povertà della Banca Mondiale è di 1,90 dollari al giorno]”. La malnutrizione, piuttosto che carestie emergenti, causa quasi metà (il 45 per cento) delle morti dei bambini sotto i cinque anni, 3,1 milioni di bambini ogni anno, il 90 per cento dei quali vittima di denutrizione di lungo termine. E a quelli che sopravvivono alla prima infanzia la fame in eredità una vita intera di invalidità cognitive e fisiche.

Anche se la vasta maggioranza (98 per cento) di quelli che vivono in acuta insicurezza alimentare si trova nei paesi “in via di sviluppo”, cioè poveri, forse sorprendentemente 50 milioni aggiuntivi di persone, o quasi, (il 14 per cento della popolazione) vivono negli Stati Uniti, presumibilmente la nazione più ricca del mondo ma, significativamente, anche il paese con i più alti livelli del mondo di disuguaglianza di reddito e di ricchezza.

L’Africa sub-sahariana (dove il 25 per cento dei bambini soffre di malnutrizione) ha 214 milioni di persone che vivono in insicurezza alimentare, ma la concentrazione maggiore di esseri umani che soffrono la fame (525 milioni) secondo dati del Progetto Fame, vive in Asia. Inevitabilmente, data la sua popolazione (1,3 miliardi) la percentuale più elevata è in India (più di 200 milioni) dove le cause della fame sono in larga misura le stesse che dovunque nel mondo: elevati livelli di povertà, disuguaglianza, aumento dei costi del cibo, inflazione e cattivo governo. Potremmo aggiungere a questa lista: mancanza di condivisione o di distribuzione di alimenti a chi ne ha bisogno e,per finire, spreco di cibo. Secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite “fino al 40 per cento del cibo prodotto in India va sprecato”, 21 milioni di tonnellate nel solo caso del grano.

L’India si classifica ottantesima su 104 paesi nell’Indice Globale della Fame e vi risiede un terzo dei poveri e degli affamati del mondo. Approssimativamente un bambino indiano su tre è malnutrito e circa 3.000 muoiono ogni giorno di malattie legate all’alimentazione. Questa è quella che è regolarmente salutata come l’economia che cresce più velocemente nel mondo, dove secondo Forbes vivono 111 miliardari e quasi 200.000 milionari. La stessa assurdità – di straordinaria ricchezza, eccessi e avidità gretti accanto a una povertà disperata e a una sofferenza paralizzante – si ripete globalmente. L’Oxfam afferma che l’annuale “reddito delle 100 persone più ricche del mondo è sufficiente a por fine a quattro volte la povertà globale”; nel mondo ci sono 1.826 miliardari, con una ricchezza complessiva superiore a 7 trilioni di dollari.

Morir di fame in un mondo di abbondanza

La fame mondiale non è la conseguenza della popolazione o dell’assenza di cibo; come afferma l’Oxfam “è una questione di potere e le sue radici stanno nelle disuguaglianze di accesso a risorse e opportunità” nonché nella disuguaglianza finanziaria e nell’ingiustizia economica che alimentano la povertà. C’è nel mondo circa lo stesso numero di persone sovrappeso o obese di quelle che soffrono la fame. Questo evidenzia quelle che molti considerano le cause alla radice della fame: grotteschi livelli di disuguaglianza, all’interno delle nazioni e tra le nazioni.

La disuguaglianza deriva da un sistema economico fondamentalmente corrotto; di fatto è intrinseca al sistema stesso. Un sistema sul suo letto di morte che ha classificato come merce ogni cosa – compreso il cibo, un tetto, l’assistenza sanitaria e l’istruzione – da cui trarre profitto fino a quando non sia esaurita e ogni persona un consumatore da sfruttare fino alla povertà e poi scaricare. E’ un sistema che spinge nell’ombra la compassione e le naturali qualità umane della condivisione e dell’empatia; svaluta la comunità e promuove il successo individuale indipendentemente dal costo per gli altri o per l’ambiente. Afferma che procuri da mangiare a te stesso e alla tua famiglia solo se hai i soldi per farlo; diversamente ce ne staremo seduti confortevolmente e con noncuranza a guardar morire te e i tuoi figli.

L’abisso tra i ricchi e il resto è oggi più profondo che mai. Le statistiche sono sconvolgenti. Attualmente le 85 persone più ricche del mondo valgono più dei 3,5 miliardi più poveri; la metà inferiore della popolazione globale possiede solo l’un per cento della ricchezza globale mentre il 10 per cento più ricco possiede l’86 per cento di tutta la ricchezza: “l’un per cento al vertice rappresenta il 46 per cento del totale”! E a meno che la tendenza attuale della crescita della disuguaglianza non sia messa sotto controllo, l’Oxfam prevedeche “la ricchezza complessiva dell’un per cento più ricco supererà l’anno prossimo quella del restante 99 per cento della popolazione”.

Per correggere la crescente divisione tra gli esageratamente ricchi e i disperatamente poveri la società di beneficienza sollecita quello che descrive come un Nuovo Patto Globale, al fine di “invertire decenni di crescente disuguaglianza”. Consiste in un programma radicale per fare i conti con tutto, dal chiudere i paradisi fiscali, che “detengono qualcosa come 32 trilioni di dollari o un terzo di tutta la ricchezza globale”, a occuparsi delle deboli leggi sull’occupazione e all’investire, non tagliare i servizi pubblici.

E’ ora, dice Oxfam, che “i nostri leader riformino il sistema in modo che operi nell’interesse dell’umanità intera anziché dell’élite globale”. Questo significa disegnare un modello giusto che abbia al suo centro la condivisione in modo che le risorse del mondo, compresi cibo e acqua, siano condivise equamente tra la gente del mondo.

Soluzioni creative per por fine alla fame e allo spreco di cibo

Ci sono diverse misure elementari che hanno dimostrato di tagliare aggressivamente la fame. Incoraggiare i piccoli proprietari contadini e investire in loro (invece di svendere la loro terra a società multinazionali), particolarmente nelle donne. Le rilevazioni del WFP mostrano che elevati tassi di fame sono fortemente collegati a disuguaglianze di genere. “Quando le donne sostenute, come coltivatrici o fornitrici di cibo, le famiglie mangiano” e quando le madri ricevono istruzione sulle buone tecniche di alimentazione e ricevono i giusti nutrienti, la malnutrizione infantile è ridotta. Offrire pasti scolastici ha un effetto combinato: affronta la fame e tiene anche i ragazzi a scuola e in tal modo aiuta le famiglie a spezzare il ciclo di povertà che conduce alla fame.

Anche la tecnologia ha una sua parte da giocare. Il WFP riferisce che “in Siria i profughi ricevono sul telefono cellulare un buono da spendere in un negozio locale. Ai negozianti piace. Piace ai contadini. Risparmia denaro.” Un piano brillante che fa a meno del denaro, così come fa “Food for Assets”, un progetto che offre cibo in pagamento di lavoro ai poveri, a comunità affamate, compresi contadini piccoli proprietari. Si aggiunga a questa lista l’aumento del salario minimo dei lavoratori pagati meno e, molto importante, la fine dello spreco del cibo.

Globalmente circa un terzo di tutto il cibo prodotto (1,3 miliardi di tonnellate) va sprecato; negli Stati Uniti la cifra aumenta della metà. Oltre a sprecare il cibo, finiscono sperperate tutte le risorse necessarie per coltivarlo e distribuirlo, essendo quelle chiave l’energia e, crucialmente, l’acqua. L’ONU ci informa che “sono sprecati 250 chilometri cubi di acqua per coltivare questi raccolti [sprecati], una quantità che soddisferebbe tutti i bisogni di acqua del mondo”. Un importante fattore è la noncuranza da parte di quelli di noi in occidente dove c’è abbondanza di cibo: con masse di cibo nei negozi non occorre che vi facciamo attenzione è l’atteggiamento comune.

C’è una quantità di raccomandazioni di buonsenso per ridurre lo spreco di cibo, tutte facili da attuare. Investire in tecnologie di conservazione del cibo, in modo che il cibo si mantenga più a lungo, costringere i supermercati ad avere e vendere verdure imperfette (cioè cresciute naturalmente, non modellate industrialmente) a prezzi inferiori; donare cibo a quelli che ne hanno bisogno e rivedere le iper-zelanti date di scadenza. Ridistribuire – condividere cibo non necessario anziché sprecarlo – eliminerebbe la fame. Duncan Green, alto consigliere strategico di Oxfam UK, afferma sul The Guardian che secondo certe stime “fermare lo spreco di cibo dopo il raccolto dovuto a infrastrutture di immagazzinamento o trasporto inefficienti, e poi nelle nostre cucine, potrebbe rendere disponibile metà di tutto il cibo coltivato”.

Un’economia basata sulla condivisione

Oltre e sopra questi passi positivi, che contribuirebbero tutti a ridurre la fame, porre totalmente fine alla fame è inestricabilmente legato ad abolire gli estremi livelli di povertà con cui convive metà del pianeta.

Ciò richiede una riconsiderazione creativa del sistema economico e una volontà collettiva di realizzare un cambiamento reale e duraturo. L’attuale struttura spietata dominata dal mercato non fa concessioni al bisogno ed è totalmente condizionata dal denaro; come afferma l’Organizzazione dell’ONU per l’Agricoltura e l’Alimentazione “persino quando è prodotto [cibo] a sufficienza … non c’è garanzia che un’economia di mercato generi una distribuzione del reddito che offra a tutti abbastanza per comprare il cibo necessario”.

Il fatto che il cibo è bruciato, o lasciato ai topi perché vi banchettino, perché costa meno distruggere il prodotto che distribuirlo a quelli che ne hanno bisogno rivela la natura disumana delle regole economiche che alimentano tale incuria vergognosa. La condivisione, utilizzata in modo creativo, è l’elemento fondamentale e di buonsenso che porrebbe fine alla fame e alla povertà acuta. E rapidamente. Il fatto “stesso che la fame esiste mostra l’urgenza di ridistribuire reddito e beni per ottenere un mondo più equo”, dice Duncan Green. “Che la ridistribuzione non abbia già avuto luogo è davvero qualcosa di cui vergognarsi”.

E’ ora di disegnare un sistema economico che consenta la necessaria condivisione di cibo, acqua, terra e altre risorse naturali, nonché di sapere, competenze, eccetera. Un modello giusto, umano, come promosso dalla Commissione Brandt (Rapporto Nord-Sud: Un programma per la sopravvivenza) che onora il nostro impegno collettivo per l’Articolo 25 dell’UNDHR e sostiene, come obiettivo primario, la soddisfazione di tutti i bisogni fondamentali dell’umanità (cibo, tetto, assistenza sanitaria e istruzione) e che non è dominato dai profitti e dall’avidità delle imprese e dall’osceno accumulo di ricchezza personale che sta alimentando la disuguaglianza e causando la morte prematura di centinaia di milioni delle persone più povere e più vulnerabili del mondo.

Graham Peebles è direttore di The Create Trust, una società di beneficienza registrata nel Regno Unito che appoggia un cambiamento sociale fondamentale e i diritti umani di persone in situazioni di acuto bisogno. Può essere raggiunto all’indirizzo graham@thecreatetrust.org. Leggete altri articoli di Graham o visitate il sito web di Graham.

Traduzione di Giuseppe Volpe per ZNET Italy

28 agosto 2016