I «nein» della Bundesagentur für Arbeit (Ba), l’agenzia federale per il lavoro, non erano rivolti a profughi, se non in minima parte, ma a candidati provenienti da altri paesi europei.

di Roberto Giardina

BERLINO. Nein, non ti assumo perché sei straniero. Così ha risposto nel 2016 la Bundesagentur für Arbeit (Ba), l’agenzia federale per il lavoro, alle richieste di ben 27mila immigrati, rivela la Rheinische Post. Ma non è razzismo, continua la notizia. Per quei posti c’erano già dei candidati tedeschi. «Germany first», come direbbe Donald Trump? Rispetto all’anno precedente, i casi di rifiuto sarebbero raddoppiati, e il deputato verde Volker Beck, ha chiesto che la norma venga rivista, o abolita, per facilitare l’integrazione dei profughi.

La Ba ha risposto negando che ci sia stato un irrigidimento a favore dei tedeschi.

Semplicemente, la situazione è cambiata a causa dell’arrivo di oltre un milione di Flüchtlinge, di fuggiaschi, come qui più esattamente chiamano i nostri migranti, e anche per un numero sempre maggiore di giovani europei che emigrano nella Repubblica federale. Le richieste di lavoro sono aumentate, e l’agenzia ha detto di sì a 215 mila candidati nel 2016, rispetto ai 68 mila del 2014.

Come sempre, i numeri non bastano per capire. I posti vacanti in Germania sono oltre un milione, le imprese non trovano apprendisti, la mancanza di lavoratori qualificati costa al pil almeno un punto all’anno. Quando Frau Merkel aprì le frontiere, anzi non le chiuse, innanzi all’esodo di disperati verso l’Europa, e la Germania, a partire dal settembre del 2015, fu accusata di sfruttare la foto del piccolo Aylan, il bambino siriano annegato su una spiaggia turca, per procurare mano d’opera alle sue industrie, e di preferire gli esuli siriani più preparati.

Un sospetto infondato (direi ignobile) ma molti ne sono ancora convinti. Quella sua generosità le potrebbe costare la vittoria il prossimo 24 settembre. Sul milione e centomila arrivati in pochi mesi, appena 36 mila hanno trovato un posto. Per lavorare a una catena di montaggio oggi bisogna saper usare un computer, conoscere il tedesco, e spesso, anche sia pure a livello elementare, l’inglese. Anche quelli che chiamiamo operatori ecologici manovrano macchine complesse. I «nein» della Ba non erano rivolti a profughi, se non in minima parte, ma a candidati provenienti da altri paesi europei.

Secondo un sondaggio della Camera dell’industria e del commercio (Dihk) solo il 17% dei profughi che hanno cercato lavoro nell’ultimo anno, lo ha trovato, ma appena un terzo a tempo indeterminato. La maggior parte non tenta neanche di trovare un’occupazione: mancherebbe la volontà da parte di chi arriva di inserirsi nel paese che lo ospita. Non tutti frequentano le lezioni di tedesco, che sarebbero obbligatorie per ottenere l’asilo politico. Il 10% dei nuovi arrivati è quasi analfabeta. Erano stati offerti centomila posti a un euro all’ora, considerati un incentivo per fare esperienza e ottenere in seguito un lavoro normale, ma le domande sono state 19 mila, neanche un quinto.

La mancanza di preparazione adeguata si riscontra in parte dei giovani europei, spagnoli, greci, e italiani che giungono in Germania. C’è un sito degli italiani giunti a Berlino, che seguo per capirli. Alcuni dimostrano una completa ignoranza del luogo dove sono giunti: sperano di trovare un appartamento a poco prezzo, nel quartiere preferito, ma per ottenerlo dovrebbero mostrare la busta paga, che sia almeno tre volte superiore all’affitto. Una ragazza con diploma magistrale e qualche conoscenza d’inglese, neppure una parola di tedesco, chiede se può trovare un impiego. Fa tristezza: molta voglia, e poche speranze.

25 marzo 2017