Non conta più che un professionista esperto sia formato e aggiornato per intervenire con sicura competenza sui nodi sempre più ardui del mondo contemporaneo. La funzione “terza” del giornalismo non interessa più. Meno che mai il prendere posizione, sia pure argomentata e provata, di giornalisti competenti che “verificano alla fonte”.

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di Vincenzo Maddaloni

Oramai è giornalista chi si qualifica tale, e chi riceve dai media mainstream il diritto di fregiarsi del titolo. A riconferma che la definizione di una identità professionale è diventata soltanto soggettiva e quindi doppiamente relativa. Questa è la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo del reporter Gabriele Del Grande, 35 anni, arrestato dalle autorità turche perché sprovvisto del necessario permesso stampa. Un povero dilettante tra i tanti gettati allo sbaraglio?

E così da quando il giovane reporter è stato imprigionato, si è tornato a parlare della funzione del giornalista in un teatro di guerra complicato come lo è il Medio Oriente. Il fatto che in Italia più che altrove la politica estera resta un’appendice della politica interna, certamente non agevola questa funzione. Naturalmente, il problema nasce non solo dalla classe politica, ma anche dal concetto di giornalismo, cioè da gran parte della classe dirigente. Infatti, per cause storiche e culturali abbiamo una classe dirigente restia non solo a pensare la politica estera in termini globali, ma persino a coltivare curiosità per quelle zone dove la guerra è vicina, come l’Eurasia appunto.

Di conseguenza, gli editori che sono imprenditori, attivi in molti campi, a cui interessa solo il business e questo soltanto, chiedono meno professionismo e più precariato. Sicché lo scenario che si va concretizzando, giorno dopo giorno, è quello di schiere di ragazzi e di ragazze a ore che tagliano e incollano, o vanno in onda soavi a leggere strisce di notizie riversate dalle agenzie di stampa dei regimi che si spartiscono il mondo.

Infatti, basta aprire un canale qualsiasi della televisione, anche quelle locali, per capire come la “libertà d’informazione e di critica” e “l’obbligo inderogabile del rispetto della verità sostanziale dei fatti” vengano violati di continuo. Le notizie proliferano, ma le garanzie di affidabilità sono quasi inesistenti, è sempre più difficile essere informati, è sempre più difficile capire ciò che sta accadendo perché le scarse notizie chiarificatrici quasi sempre vengono nascoste dietro un gigantesco gioco di contraddizioni. 

Non conta più che un professionista esperto sia formato e aggiornato per intervenire con sicura competenza sui nodi sempre più ardui del mondo contemporaneo. La funzione “terza” del giornalismo non interessa più. Meno che mai il prendere posizione, sia pure argomentata e provata, di giornalisti competenti che “verificano alla fonte”. La celebrità spetta al conduttore televisivo, al maggiordomo del salotto mediatico che sempre più spesso sono NON giornalisti spacciati come giornalisti. Infine ci sono i politici che sempre di più intervengono nel mestiere del giornalista. E’ in questa sorta di diorama che nascono i personaggi come Gabriele Del Grande, che mi limito a considerare un dilettante allo sbaraglio al quale auguro ¡Buena suerte!. Perché di fortuna ne avrebbe bisogno davvero molta leggendo qui

questo articolo è apparso contemporaneamente su Linkiesta

24 aprile 2017

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