Nel 1713-14 alle truppe della monarchia spagnola dei Borboni ci vollero 14 mesi di assedio per prendere Barcellona e por fine all’autogoverno catalano. Nel settembre del 2017 la Catalogna è di nuovo sotto assedio, questa volta da parte del governo centrale del Partito Popolare spagnolo (PP).

 

di Dick Nichols 

Sotto il primo ministro Mariano Rajoy lo stato spagnolo sta concentrando tutta la sua potenza di fuoco nell’impedire il referendum del 1° ottobre del governo catalano sull’indipendenza. Quel giorno, se l’assedio sarà contrastato con successo, i cittadini catalani voteranno se “la Catalogna debba diventare uno stato indipendente sotto forma di repubblica”.

Dal 6 settembre, il giorno nel quale il suo parlamento ha adottato la propria legge sul referendum, la Catalogna ha subito un’offensiva “shock and awe” mirata a costringere il governo filo-indipendentista del premier Carles Puigdemont a sottomettersi all’amministrazione centrale spagnola. L’adozione della legge da parte della maggioranza parlamentare dei 62 di Insieme Per il Sì (JxSì) e dei 10 della Lista di Unità Popolare (CUP) è stata il culmine di un processo di otto anni che ha visto più di un milione di persone mobilitarsi in ogni Giornata Nazionale Catalana dal 2012.

La posta non potrebbe essere più alta. Se il referendum si terrà, il governo di minoranza del PP a Madrid subirà un colpo letale alla propria credibilità, aprendo la via a un cambio di governo nello stato spagnolo. Metterebbe anche in luce la prospettiva di rovesciare definitivamente il regime sub-democratico in essere in Spagna dalla fine degli anni ’70, quando gli eredi della dittatura di Francisco Franco negoziarono una viziata “transizione alla democrazia” con la resistenza alla dittatura.

Allo stesso modo, se il governo Rajoy riuscirà a fermare il 1° ottobre, sarà una battuta d’arresto non solo per le aspirazioni catalane alla sovranità, ma anche per tutte le forze che in Spagna si battono per i diritti democratici e contro l’austerità. Il parziale indebolimento del “regime del 1978” rappresentato dall’ascesa del partito anti-austerità Podemos e dei suoi alleati sarebbe contenuto: i partiti “costituzionalisti” – il PP, il Partito Socialista Spagnolo dei Lavoratori (PSOE) e il gruppo alla moda dei Cittadini – sarebbero rafforzati.

La comprensione della posta della lotta si sta sempre più diffondendo nell’intero stato spagnolo, con forze di sinistra come Podemos e la più vecchia Sinistra Unita, che inizialmente avevano respinto il 1° ottobre come “non il referendum di cui la Catalogna ha bisogno”, ora si stanno alleando con le forze filo-indipendentiste di fronte a un’offensiva legale e poliziesca che corrisponde a uno stato d’emergenza in tutto fuorché nel nome.

La campagna di intimidazione

Questi forti esiti possibili del conflitto spiegano la ferocia dell’offensiva del governo spagnolo. L’immediata decisione della Corte Costituzionale spagnola di sospendere sia la legge sul referendum sia la Legge sulla Transizione Giurisdizionale (da applicarsi nel caso di una vittoria del Sì) ha consentito al procuratore generale spagnolo José Maria Maza di scatenare una tempesta di fuoco attraverso gli uffici dei procuratori regionali catalani e l’Alta Corte di Giustizia della Catalogna. A oggi i principali affondi dell’offensiva sono consistiti nel:

  • accusare di disobbedienza a istruzioni legali e di intralcio al corso della giustizia il gruppo dei presidenti del parlamento catalano che consente il dibattito sulle leggi;
  • istruire la commissione elettorale nominata dal parlamento catalano prima di cessare ogni attività sul referendum e due giorni dopo accusarli di usurpare funzioni pubbliche, di disobbedienza e di abuso di fondi pubblici;
  • ammonire formalmente tutti i parlamentari del governo catalano e 700 alti dipendenti pubblici che qualsiasi collaborazione con il referendum li renderà suscettibili di accuse di disobbedienza, intralcio al corso della giustizia e abuso di fondi pubblici;
  • istruire la polizia catalana, la polizia nazionale spagnola, la Guardia Civile paramilitare e la polizia municipale di individuare e confiscare tutto il materiale relativo al referendum;
  • ammonire tutti i media privati che se pubblicheranno materiale pubblicitario per il 1° ottobre saranno suscettibili di incriminazione e istruire i capi della radio e della televisione pubblica catalana di non trasmettere materiale pubblicitario per il referendum;
  • avvertire i proprietari di sale e spazi pubblici che ospitare qualsiasi evento collegato al referendum li renderà suscettibili di incriminazione;
    far istruire dal servizio postale spagnolo i propri dipendenti di non recapitare alcun materiale collegato al referendum;
  • ordinare la chiusura dei siti web dell’Associazione delle Municipalità per l’Indipendenza (AMI) e l’Associazione delle Municipalità e Province Catalane (ACM) per aver agevolato la collaborazione con il referendum e poi ordinare la chiusura di qualsiasi sito web in qualsiasi modo collegato al 1° ottobre; e
  • avviare procedimenti contro 712 sindaci catalani (su 948) che hanno indicato che i loro consigli renderanno disponibili le loro sedi – come di norma – per il referendum. I sindaci devono essere convocati presso gli uffici dei procuratori regionali dove saranno imputati di disobbedienza a istruzioni legali, intralcio al corso della giustizia e abuso di fondi pubblici (il che prevede il carcere). Alla polizia catalana è stato ordinato di arrestare ogni sindaco che non si presenti al suo appuntamento con il procuratore.

Cosa più grave di tutte, di fronte al rifiuto del governo catalano di continuare a fornire al governo centrale spagnolo un rapporto settimanale sulle sue spese, il Consiglio dei Ministri spagnolo (governo) ha deciso il 15 settembre di assumere il controllo diretto di tutti i pagamenti a creditori della Catalogna, ponendo di fatto fine alla sua autonomia finanziaria.

Le azioni della polizia a sostegno di questa offensiva hanno sinora compreso un’irruzione della Guardia Civile presso il giornale El Vallenc (con il direttore accusato di disobbedienza, intralcio al corso della giustizia e abuso di fondi pubblici) e il divieto della Polizia Nazionale al CUP anticapitalista di tenere una lettura di un manifesto pro-indipendenza a Valencia. Il 14 settembre Dolors Sabater, la sindaca di Badalona, la terza città più grande della Catalogna che è amministrata da una coalizione di sinistra che include forze pro-indipendenza e pro-sovranità, ha accusato la delegazione del governo spagnolo a Barcellona di fare telefonate minacciose a dipendenti del consiglio comunale.

Nel momento in cui scrivo (17 settembre) la Guardia Civile afferma di aver confiscato 1,3 milioni di manifesti presso tipografie in Catalogna, mentre la polizia municipale è stata impegnata in molestie a bassa intensità ai banchetti della campagna del Sì. Tuttavia le principali riunioni della campagna del referendum, compreso il lancio della causa del Sì alla presenza di 13.000 persone nella città industriale meridionale di Tarragona, sono sinora andate avanti senza impedimenti.

L’intervento potenzialmente più dannoso sinora è stato la chiusura del sito web del referendum da parte della Guardia Civile. Quando ciò è stato fatto il 13 settembre, il governo catalano ha messo immediatamente in rete due siti sostitutivi. Questi e altri sono poi stati chiusi entro il 15 settembre, ma il 16 settembre il premier Puigdemont ha trasmesso via Twitter istruzioni su come accedere al sito web del referendum attraverso server proxy invulnerabili all’interferenza della Guardia Civile.

Sintomatica della crescente preoccupazione che la ribellione catalana sta causando al sistema è stata la decisione del 12 settembre di un giudice di Madrid di vietare che avesse luogo presso il consiglio comunale di Madrid una riunione sul diritto dei catalani di decidere: il motivo è stato che “l’interesse generale dei cittadini vieta la realizzazione di eventi pubblici a favore di un referendum illegale”. Gli organizzatori della riunione, la piattaforma ‘Madrid per il Diritto di Decidere’, hanno poi riprogrammato la riunione in un’altra sede. Quando essa alla fine è stata tenuta il 16 settembre la folla ha inondato il teatro e riempito la strada vicina.

Nel momento in cui scrivo, più di 60.000 persone rischiano potenzialmente accuse per essersi associate al referendum “illegale” e corrono voci di interventi ancor più drastici in arrivo. Il PP si sta apparentemente dirigendo a stabilire i motivi legali e politici per sospendere il governo catalano in base all’articolo 155 della Costituzione spagnola; altri 4.000 agenti della Polizia Nazionale sono pronti per essere impiegati; la Guardia Civile sta portando agenti extra in Catalogna, tale è la dose quotidiana di guerra psicologica cui i catalani sono esposti.

In un’intervista del 17 settembre al quotidiano web VilaWeb il premier Puigdemont ha descritto quanto in là riteneva essersi spinto l’intervento del governo spagnolo:

Il governo spagnolo è anche prossimo ad attuare gli articoli 116 [riguardante le condizioni per dichiarare lo stato di emergenza o di assedio] e 155 senza doverlo dichiarare. Sta ricercando l’impatto pratico di uno stato d’emergenza: sospensione di eventi pubblici, confisca di materiale informativo, intimidazione di tutti i mezzi di comunicazione, creazione di un clima generale di persecuzione di tutti i sindaci …

Il 16 settembre, in un discorso ai fedeli del PP a Barcellona, il primo ministro Rajoy ha avvertito: “Non costringeteci a spingerci a un punto cui non vogliamo arrivare”.

Chi sono gli autoritari?

Lo sfacciato obiettivo della campagna del governo centrale è consistito nel creare un clima di paura e di panico: il referendum del 1° ottobre è un Chernobyl politico – se appena lo si sfiora non solo si finisce in carcere, ma si perdono tutte i propri beni – come l’ex premier catalano Artur Mas e tre dei suoi ministri che rischiano di perdere cinque milioni di euro per aver consentito che il 9 settembre [sic – rectius 9 novembre – n.d.t.] 2014 si tenesse un “processo partecipativo” nonostante un divieto del tribunale (vi parteciparono 2,3 milioni dei 5,5 milioni di elettori della Catalogna).

Ministri del governo centrale hanno fatto sentire personalmente il loro peso in questa campagna. Il 12 settembre il ministro delle finanze Cristobal Montoro ha affermato che “nessuno userà un euro di denaro pubblico contro la legge: non è successo il 9 novembre e non succederà il 1° ottobre, a meno che qualcuno non voglia mettere a rischio i propri beni”. Il 13 settembre Rajoy ha annunciato: “Dico a tutti quelli che capiscono che il governo deve adempiere i suoi obblighi che lo faremo, che non devono preoccuparsi. Se a qualcuno sarà chiesto di collaborare a un seggio non ci vada perché non può esserci un referendum e sarebbe un atto assolutamente illegale”. Con questa dichiarazione Rajoy ha inconsapevolmente tradito il doppio approccio del suo governo: fermare il referendum con ogni mezzo che non comporti un costo politico intollerabile (come inviare l’esercito) e, se alla fine ciò non sarà possibile, almeno spingere quanto più in basso possibile la partecipazione al referendum.

Al centro dell’approccio del PP c’è la grande bugia che il governo spagnolo non ha altra scelta che far rispettare la legge perché un referendum negoziato sull’esempio della Scozia è sempre stato possibile in base alla Costituzione spagnola. Comunque, come hanno indicato molti giuristi spagnoli, la Costituzione prevede meccanismi per consultazioni di una parte della popolazione dello stato spagnolo; il PP ha scelto di non attuarne uno nel caso della Catalogna perché ha sempre visto un maggior guadagno politico nel coltivare sentimenti anti-catalani nel resto della Spagna.

Avendo fatto tale scelta, il PP non ha poi avuto altra scelta che presentarsi come il fedele e onorevole sostenitore della costituzionalità contro gli autoritari e antidemocratici fuorilegge catalani “ostaggio” (termine del procuratore generale Maza) del separatismo. Le cose sono arrivate a un punto talmente bizzarro che alcuni membri del PP hanno accusato il governo catalano di avere tendenze naziste e franchiste.

La lotta per adottare la legge sul referendum

E’ stata la necessità di dipingere il movimento catalano in questi termini truci che ha mosso le tattiche del PP e di altri partiti unionisti nelle sessioni del 6 e 7 settembre del parlamento catalano che ha adottato le nuove leggi. I canali televisivi spagnoli hanno potuto tramettere due giorni di ostruzionismo, tiramolla procedurali e indignazione teatrale di PP, Cittadini, Partito dei Socialisti della Catalogna (PSC) e persino di una frazione della coalizione di sinistra Catalogna Sì Possiamo (CSQEP).

Non avrebbe potuto essere altrimenti. Al fine di ottenere il referendum in Catalogna di fronte al rifiuto istituzionale spagnolo di negoziare (18 rigetti dal 2012) la maggioranza parlamentare catalana non aveva altra scelta che mettere in piedi una propria legge sul referendum. Era inevitabile che ciò si sarebbe scontrato con ostruzionismo e buffonate procedurali mirati a impedirne l’adozione. Per farla passare in parlamento senza dare all’opposizione la possibilità di ritardarne l’attuazione medianti ricorsi giudiziari, la maggioranza ha anche dovuto usare la clausola procedurale della corsia preferenziale.

La maggioranza ha anche dovuto eludere il consiglio dei due consiglieri legali della dirigenza parlamentare – che avevano segnalato l’incostituzionalità della legge in base alla legge spagnola – e rifiutare di consentire al parlamento di chiedere un parere al Consiglio Catalano delle Garanzie Statutarie, che avrebbe certamente anch’esso segnalato tale incompatibilità. Il parlamentare del CQSEP Joan Coscubiela ha descritto tale approccio come “di un’antidemocraticità senza precedenti”.

Tuttavia il premier Puigdemont lo ha giustificato con queste parole: “Ci impantaneranno parlando di dipendenti pubblici, avvocati, il Consiglio delle Garanzie … Tuttavia quelli che sono importanti sono i cittadini. E loro chiedono rispetto per i diritti fondamentali, per i diritti umani, compreso il diritto all’autodeterminazione”.

Nei due giorni di dibattito acrimonioso gli oratori di PP e Cittadini si sono fatti un punto d’onore di parlare in spagnolo, in modo che il loro messaggio potesse essere compreso dalla popolazione del resto della Spagna (gli interventi della maggioranza, in catalano, certamente non sarebbero stati compresi). Il comportamento asseritamente antidemocratico del gruppo degli oratori della maggioranza e della presidente Carme Forcadell ha potuto così diventare prontamente una “verità accettata” per l’opinione pubblica spagnola: tale impressione sarebbe stata sperabilmente rafforzata per il PP, Cittadini e il PSC dalla loro decisione di uscire dall’aula quando si tenuta la votazione finale su entrambe le parti della legge.

I media conservatori di Madrid – nemici durati del diritto all’autodeterminazione e persino del riconoscimento della realtà plurinazionale della Spagna – hanno descritto le nuove leggi come “democrazia sequestrata” (La Razon) e “colpo di stato” (ABC). Il vice primo ministro spagnolo Soraya Saenz de Santamaria, responsabile delle iniziative del governo del PP contro la Catalogna, ha affermato: “Non ho mai provato in vita mia tanta vergogna per l’oltraggio alla democrazia”.

Il primo ministro Rajoy ha poi utilizzato il presunto comportamento offensivo del parlamento catalano per giustificare il bombardamento legale a tappeto da parte del suo governo. Ha avvertito il 13 settembre: “Questo è stato un atto antidemocratico, un colpo alla democrazia. E in Spagna la legge viene fatta rispettare perché se non fosse così significherebbe che la volontà della maggioranza dei cittadini non conta nulla”.

La battaglia per la partecipazione

Da un lato insistendo che tutta la logistica è pronta per il 1° ottobre, che il referendum procederà indipendentemente dal fuoco di sbarramento legale e costituzionale e che il popolo dovrebbe poter votare nei suoi soliti seggi. Nel caso in cui i consigli comunali locali si rifiutino di renderli disponibili il governo catalano renderà disponibili le proprie sedi come seggi elettorali. Al lancio, il 14 settembre, della campagna per il Sì Puigdemont ha detto: “Qualcuno crede davvero che non voteremo il 1° ottobre? Ma per chi ci hanno preso?”

Tale fiducia è diventata più plausibile in precedenza quello stesso giorno, quando il governo catalano e il consiglio comunale di Barcellona avevano raggiunto un accordo per mettere a disposizione seggi elettorali nell’area di Barcellona. Questo è stato un importante progresso nella lotta cruciale per la partecipazione, perché schiera dalla parte del 1° ottobre la maggiore municipalità della Catalogna. Ada Colau, la sindaca di Barcellona che era stata oggetto di critiche per aver ritardato una decisione sull’argomento, è arrivata all’accordo con il governo nonostante il parere del servizio legale del comune che ciò avrebbe potenzialmente reso l’amministrazione suscettibile di incriminazione.

Il 16 settembre, quando i sindaci che potenzialmente rischiavano accuse hanno dimostrato nel centro di Barcellona, la Colau era presente ad accoglierli per conto del consiglio comunale di Barcellona. Ha detto: “Qui non si tratta di indipendenza. Troveranno un intero popolo contro di loro a difesa dei diritti che ci è costato tanto conquistare.”

La posizione della Colau riflette una svolta nella sinistra non favorevole all’indipendenza in direzione del 1° Ottobre, anche pur continuando a considerarlo “non il referendum di cui ha bisogno la Catalogna”, bensì una mobilitazione contro il governo Rajoy e a favore del diritto dei catalani di decidere. Questo è perché una parte considerevole di tale sostegno – principalmente, ma non soltanto, di lavoratori di altre parti della Spagna immigrati in Catalogna – non va a favore di un referendum unilaterale in cui la causa dell’indipendenza probabilmente vincerà. Nel mondo dei “comuni” – un’espressione polivalente per Barcelona en Comù (che amministra il consiglio comunale di Barcellona), En Comù Podem (la più vasta forza catalana nel parlamento spagnolo) e Catalunya en Comù (che raggruppa Barcelona en Comù e le forze della “vecchia sinistra” di Iniziativa per la Catalogna/Verdi, Sinistra Unita e Alternativa e il partito Verde Equo – il referendum del 1° Ottobre aveva intensificato differenze sul modo di rapportarsi con una consultazione unilaterale.

Comunque, nell’atmosfera di crescente aggressione del governo Rajoy una svolta a un maggiore sostegno al 1° Ottobre è stata mostrata nei risultati del voto dei membri di Catalunya en Comù sulla partecipazione. Il risultato è stato del 59,39 per cento a favore e del 41,61 per cento contrario, con il 44 per cento dei membri che hanno votato. Secondo il coordinatore, Xavier Domènech, Catalunya en Comù “metterà in scena eventi di denunciare della repressione e di affermazione dei diritti dei catalani … Se alla fine ci saranno seggi elettorali ci recheremo a votare”. Questo è stato un allontanamento dall’orientamento iniziale concentrato più sul richiedere al governo catalano anziché su come Catalunya en Comù poteva intervenire più proficuamente nel processo del referendum.

Ha anche rappresentato una sconfitta di quelle forze nel partito che avevano sollecitato un boicottaggio del 1° Ottobre, organizzate attorno al manifesto “Non partecipare o appello alla partecipazione al referendum del 1° Ottobre”. La svolta è arrivata anche con l’abbandono da parte di Pablo Iglesias e di Alberto Garzon, leader a livello dello stato spagnolo di Podemos e della Sinistra Unita, del loro appello ai “comuni” a non partecipare.

Tuttavia, nonostante il risultato del voto dei membri di Catalunya en Comù, certi sindaci dell’universo dei “comuni” continueranno a non rendere disponibili le sedi dei loro consigli per il referendum, il cui principale esempio è il sindaco di Iniziativa per la Catalogna della città industriale di El Prat del LLobregat nella grande Barcellona. In altri consigli in cui consiglieri dei “comuni” fanno parte dell’amministrazione – specialmente in associazione con l’ERC [Sinistra Repubblicana di Catalogna] – hanno già votato per rendere disponibili le sedi per incontri del 1° Ottobre.

Il partito ha avviato una campagna di boicottaggio attivo, lanciando un manifesto intitolato “Sul ‘referendum’ illegale del 1° Ottobre”. Ci sono segnali che può cominciare ad avere un certo effetto: tutti i sondaggi precedenti il 17 settembre hanno mostrato circa il 50 per cento dei sostenitori del Partito Socialista di Catalogna [PSC] pronti a votare al referendum. Questo dato è sceso al 35 per cento nel più recente sondaggio di Opinometre.

Tuttavia, anche se cerca di affondare il 1° Ottobre e appoggia tutta l’attività per bloccarlo, il PSC deve cercare di apparire non semplicemente il seguace servile del PP. Un segno che non vuole tagliare tutti i rapporti con le forze che sostengono il referendum è stato la dichiarazione del 10 settembre del segretario federale del PSOE Pedro Sanchez che, anche se il consiglio comunale di Barcellona avesse offerto seggi elettorali per il referendum, egli non pensava che il PSC dovesse rompere l’alleanza di governo con il partito di Ada Colau (Barcelona en Comù).

Conclusione

Se morale e impegno fossero sufficienti per vincere il 1° Ottobre, la vittoria sarebbe già sicura. Nei giorni da quando i 712 sindaci sono stati convocati davanti ai procuratori, 38 altri hanno firmato per mettere le sedi dei loro consigli a disposizione per il referendum. Per garantire personale appropriato per i seggi elettorali erano necessari 5.000 volontari: 47.000 hanno già dato il loro nome per collaborare (13.000 in più rispetto al 9N).

Ciò nonostante, il governo Rajoy non può semplicemente permettersi di perdere questa battaglia. Sostenuto dalla monarchia, dalle grandi aziende, dai media del sistema, da tre su quattro dei maggiori partiti spagnoli e da quattro grandi associazioni di magistrati, continua a restare fiducioso della sua capacità di paralizzare il governo Puigdemont.

I fattori decisivi saranno: se il governo Puigdemont è sufficientemente organizzato per tenere a bada il sostenuto attacco di Madrid alla logistica del 1° Ottobre; se la massa dei sostenitori catalani dell’indipendenza – e dei diritti democratici fondamentali – è forte abbastanza per far pagare al governo Rajoy un prezzo quanto più alto possibile per ciascun nuovo atto di aggressione; e se, nel caso il referendum proceda, l’enorme campagna mediatica per denigrarlo come “frode” non riuscirà a ridurre la partecipazione.

Nel momento in cui scrivo il costo politico dell’aggressione del governo Rajoy sta aumentando, all’interno e internazionalmente. Ad esempio, mentre la sua aggressione legale non ha ricevuto sostegno esplicito fuori dai confini dello stato spagnolo, il sostegno a un referendum negoziato è arrivato dal governo scozzese e da 17 parlamentari danesi rappresentanti sette partiti diversi.

All’interno della Catalogna alla confisca dei manifesti da parte della Guardia Civile si risponde con la riproduzione su stampanti di casa di manifesti scaricati da siti web improvvisati e poi incollati da squadre di volontari delle organizzazioni di massa catalane. Gli incontri del fine settimana del 16 e 17 settembre sul referendum sono proceduti senza interferenze della polizia e sono stati superiori a ogni aspettativa (e delle sale che si presumevano sufficienti). Il 17 settembre hanno marciato in 30.000 a Bilbao (nel Paese Basco) a sostegno del referendum della Catalogna.

La campagna per il 1° Ottobre sta sempre più assumendo la forma di un’insurrezione pacifica per la democrazia contro lo stato autoritario spagnolo; tutti i democratici faranno il possibile per aiutarla a prevalere.

Dick Nichols è il corrispondente europeo di Green Left Weekly  da Barcellona. 

Fonte: Links.org

Traduzione di Giuseppe Volpe –  © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

23 settembre 2017