Der Spiegel  ci mette in guardia. «Alles wird wut», è il titolo in copertina sulla bandiera tedesca. Un gioco di parole: una W nera viene sovrapposta alla G di gut, e il rassicurante «tutto andrà a finire bene», diventa un «tutto si trasforma in rabbia», Il settimanale di Amburgo tenta di guadagnare copie con una copertina inquietante, o esagera? 

 

di Roberto Giardina

La campagna elettorale tedesca in corso è una delle più noiose di tutti i tempi, o la più noiosa? L’unico confronto tv tra Angela Merkel e lo sfidante Martin Schulz è stato il più soporifero da quando va in onda a reti unificate un duello tra i candidati (16 milioni di spettatori, cinque milioni in meno rispetto al precedente).

I quattro conduttori hanno posto domande niente affatto insidiose, e l’unico che ha tentato di movimentare la serata, Claus Strunz, ha chiesto a Martin «perché all’inizio le sue quote erano buone e poi è calato?» Che cosa avrebbe dovuto rispondere il leader socialdemocratico? E Strunz, che lavora per la Rrl, è stato sommerso di critiche, e accusato di essere vicino all’estrema destra.

Il risultato del 24 settembre è scontato. Per la quarta volta vincerà Angela, con qualche voto in meno rispetto al 2013. L’unico dubbio è se ci sarà una nuova Große Koalition, oppure un’alleanza tra cristianodemocratici e liberali. E, quasi sicuramente, per la prima volta, entrerà al Bundestag un partito dell’estrema destra.

Oltre 70 anni dopo la fine del III Reich, i nazisti in parlamento? Una notizia soprattutto per i commentatori stranieri che non sopportano l’opulenta Germania di Frau Merkel, l’eterna prima della classe. Certamente, tutti i nazisti votano per l’AfD, l’Alternative für Deutschland, ma non tutti i suoi elettori sono nazisti, ed anche per questo sarà infranto un tabù. Tuttavia, una sorpresa possibile è che i populisti, secondo i sondaggi dati intorno al 10, all’ultimo non riescano a superare lo sbarramento del cinque per cento. Di solito la destra va bene alle elezioni regionali e crolla alle nazionali.

Ma Der Spiegel nel suo ultimo numero ci mette in guardia. Ci stiamo sbagliando. «Alles wird wut», è il titolo in copertina sulla bandiera tedesca. Un gioco di parole: una W nera viene sovrapposta alla G di gut, e il rassicurante «tutto andrà a finire bene», diventa un «tutto si trasforma in rabbia», La quiete berlinese inganna, continua il sottotitolo, in Germania tutto ribolle.

Il settimanale di Amburgo tenta di guadagnare copie con una copertina inquietante, o esagera? «Früchte des Zorns», e il titolo all’interno del lungo reportage sulla Germania violenta, i frutti della rabbia. Di rado, scrive la rivista, nella politica tedesca ci si è affrontati con tanto odio, sulle piazze del mercato e in Internet. Già dimenticata la campagna del 1990? Oskar Lafontaine rischiò la vita accoltellato da una donna, e sempre in quell’anno, Wolfgang Schaüble fu ferito a rivoltellate da un uomo, e da allora è costretto su una sedia a rotelle.

Per lo Spiegel la colpa è dell’AfD, e con i populisti la rabbia entrerà anche in parlamento. Frau Merkel è stata accolta da un lancio di pomodori durante un comizio nella ex Ddr. Solo un paio per la verità, lei ha sorriso e si è pulita con un fazzoletto la solita giacca che indossa in servizio (in colori differenti).

Dimostranti manifestano davanti alla Cancelleria a Berlino, ma sono appena una dozzina dietro lo striscione che chiede: Merkel muss weg, se ne deve andare, e Kanzler Dikatorin rücktritt jetzt!, dimissioni immediate della Cancelliera dittatora. Certamente, in internet si leggono centinaia di insulti contro Frau Angela, niente di paragonabile a quelli che riceve la Boldrini. Gli attacchi ai centri di accoglienza dei profughi, sono compiuti dagli attivisti di Pegida, che sventolano croci uncinate, e da cui l’AfD prende le distanze. La violenza non porta voti: il 75 per cento dei tedeschi ritiene che i profughi non siano un problema.

Alle urla e ai fischi sulle piazze della ex Ddr, la Tv dedica pochi secondi. I giornali stanno molto attenti a nascondere o a ridurre le notizie sugli immigrati che possono far guadagnare voti agli xenofobi. Ha fatto sensazione che la candidata dell’AfD, Alice Weidel, 38 anni, abbia lasciato lo studio Tv durante un talk show perché si sentiva discriminata. Un gesto inusuale in Germania.

In realtà, l’Alternative für Deutschland, è già presente in 13 parlamenti regionali su 16, e finora non ha combinato granché. Il trenta per cento dei suoi elettori sono donne, e contrariamente a quanto si crede la maggioranza dei seguaci non viene dai disoccupati e dai tedeschi a basso reddito. L’AfD li tratta da parassiti che sfruttano lo stato sociale. I populisti appartengono alla classe media e a quella più alta, oltre i 4 mila euro netti al mese.

Sono loro che si battono perché la Germania resti tedesca. La stessa Weidel è una consulente d’azienda, e non nasconde di vivere insieme con un’amica svizzera, ma proveniente dallo Sri Lanka. Una doppia sorpresa. «Il tipico elettore AfD è di età media, con un’istruzione media, e un reddito medio», scrive Der Spiegel. Qualcosa ribolle sotto la quiete della superficie? Sarà, ma ad inquietare dovrebbe essere al contrario la normalità dei populisti.

18 settembre 2017