Come le donne e gli uomini possono raggiungere una parità di condizione economica, sociale e culturale, senza mettere in discussione il sistema capitalistico che genera e alimenta queste differenze?  Il 25 novembre la “Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne”. La squallida storia di quel padre che ha trascinato la figlia di cinque anni e la compagna in tribunale chiedendo per entrambe la perizia psichiatrica perché la madre non aveva ancora vaccinato la figlia.

di Vincenzo Maddaloni

In Italia si è aggiunta anche l’obbligatorietà delle vaccinazioni della legge Lorenzin a squassare la serenità della famiglia, a moltiplicare gli stereotipi di genere. Poiché, sebbene negli ultimi anni la questione dei diritti delle donne sia stata quotidianamente dibattuta sulla stampa nazionale e internazionale, in televisione e sulla rete, lo scenario rimane pressoché immutato, per non dire peggiorato.

Tant’è che il 25 novembre prossimo c’è un’altra “Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne”, per discuterne. Il fatto è che in Italia più che altrove, tutto si svolgerà come d’abitudine in una cornice buonista, focalizzata sul senso di protezione del “sesso debole”, invece di tenere al centro del dibattito l’autodeterminazione della donna, il miglioramento delle sue condizioni economiche, la necessità di liberarla e liberarci dagli stereotipi di genere, che vogliono le donne totalmente indifese ogni qualvolta manchi loro un uomo, che le possa proteggere e guidare. A ben vedere, è uno scenario molto simile a quello dell’Islam «integralista», benché esso venga rigettato in ogni occasione e con grande sdegno dal «libero Occidente».

Una conferma dell’ integralismo in atto giunge dai tribunali, dove chiari episodi di violenza sono spesso trattati come “conflitti”, offuscandone così la gravità e la responsabilità di chi li ha compiuti. Perché gli uomini autori delle violenze sono spesso considerati in modo più favorevole rispetto alle donne vittime della violenza; le quali hanno anche meno probabilità di ottenere l’affido esclusivo dei figli. Va pure ricordato che i servizi sociali e legali spesso non tengono in alcun conto le indicazioni della Child Convention on the Rights of children del 1990 a difesa degli interessi delle bambine e dei bambini.

La psicologa Mariachiara Feresin, collaboratrice di spicco del Laboratorio di Psicologia sociale e di Comunità dell’Università di Trieste sostiene che, «spesso i professionisti di area psico-sociale e giuridica falliscono nell’individuare la presenza della violenza da parte del partner soprattutto durante il processo di separazione, arrivando a decisioni potenzialmente pericolose per le donne e per i figli.». E rincara: « Ancora di peggio accade nei casi di affido post-separazione, poiché le procedure giudiziare e burocratiche non affrontano la complessità di questi casi – condannando gli autori delle violenze e supportando le vittime – dal momento che la violenza domestica non è né valutata né presa in considerazione.».

Sull’argomento c’è pure uno studio del segretario generale dell’Onu sulla violenza contro l’infanzia, il quale sottolinea che, la violenza domestica paterna raddoppia il rischio di violenza sui bambini. Lo si riscontra anche nella realtà italiana, dove ben due terzi dei mariti violenti lo sono anche nei confronti dei figli. Si aggiunga pure che in Italia la legge Lorenzin ha incrementato questa tendenza, e i servizi sociali e legali le stanno dando una mano. Infatti, non c’è ombra di dubbio che resterà impunito quel padre che ha trascinato la figlia di cinque anni e la compagna in tribunale chiedendo per entrambe la perizia psichiatrica. La sua è la risposta folle al fatto che la madre prima di procedere con le vaccinazioni alla figlia, voleva attendere il verdetto della Corte costituzionale sul riconoscimento dei vaccini quali atti consensuali, come consigliato dall’Organizzazione mondiale della sanità, e non quali trattamenti sanitari obbligatori, come indicato arbitrariamente dalla legge Lorenzin. Manca soltanto il burqa per completare il quadro.

Naturalmente, c’è ogni volta disponibile il media mainstream che rincuora ripetendo che non è marchiato dal “soccombere” il destino femminile. Ma si glissa sempre sulla domanda d’obbligo: come le donne e gli uomini possono raggiungere una parità di condizione economica, sociale e culturale, senza mettere in discussione il sistema capitalistico che genera e alimenta queste differenze, calcando la mano nei paesi politicamente fragili. Infatti l’Italia, nella partecipazione delle donne al lavoro e alla vita economica  è 97esima su 136 paesi. Ancora più allarmante il sotto-indice che misura il divario nei salari a parità di mansione: siamo 124esimi.

I dati li fornisce il World Economic Forum (WEF), il quale ogni anno – dal 2006 – produce una graduatoria sul divario di genere nelle principali nazioni. Il dato più significativo per noi italiani è che il Belpaese figura nella classifica generale all’82esimo posto su 144 nazioni; nel 2006 quando venne pubblicato il primo report, l’Italia era al 77esimo. Nella classifica generale l’Italia è dietro paesi come lo Zimbabwe, El Salvador e il Vietnam. Va ancora peggio nella classifica sulle opportunità economiche lavorative: dieci anni fa l’Italia era all’87esimo posto, mentre oggi è al 118esimo. In questa classifica l’Italia è, come punteggio, più vicina all’Arabia Saudita (uno degli ultimi al 140esimo posto) che alla Germania (43esimo). Per la cronaca, la graduatoria si forma analizzando quattro macro-aspetti (partecipazione alla vita economica/lavorativa, partecipazione alla politica, accesso all’educazione e livello di salute), e confrontando paesi simili per reddito o appartenenti alla stessa area geografica.

Dobbiamo preoccuparci? Rispondono «Sì», Alessandra Casarico e Paola Profeta, professoresse dell’Università Bocconi. ricordando che, « il rapporto Ocse 2017 sostiene che, l’uguaglianza di genere non è unicamente un diritto umano fondamentale, ma è anche la pietra angolare di una economia prospera e moderna, che punta a una crescita sostenibile e inclusiva, in cui uomini e donne possono dare il loro pieno contributo a casa, sul lavoro e nella vita pubblica. A beneficio dell’economia e della società nel suo complesso.».

Facile da dire, meno da realizzare perchè i dati confermano che essere donna in Italia significa partecipare meno alla vita economica e, quando si partecipa, trarne meno vantaggio economico. I due aspetti sono collegati: salari esigui e minori possibilità di crescita non incentivano le donne a restare nel mercato del lavoro. Pertanto, in Italia, abbiamo un alto numero di donne che dopo la maternità  abbandonano. Questo accade nonostante che le donne si laureino di più dei loro coetanei uomini. Malauguratamente è il taglio di ogni servizio di welfare che gestisca i bambini e gli anziani, che le obbliga nella maggior parte dei casi a lasciare il posto di lavoro, con la conseguenza di diventare dipendenti dal proprio coniuge e di non sviluppare a pieno le proprie capacità e competenze.

Sicché una donna che non è in grado di formarsi e di assicurarsi un lavoro dignitoso, un pensione sicura sarà una donna oppressa, una donna dipendente, debole. E dunque, non è difficile immaginare quali ripercussioni sociali, psicologiche e nell’interazione di coppia si possono scatenare in un contesto culturale come quello italiano, nel quale è ancora l’uomo a essere considerato quello che deve portare i soldi a casa, il resto non conta. Non a caso il 90 per cento delle violenze che le donne subiscono come i comportamenti di controllo, avvengono per mano dei partner o degli ex partner.

Stando così le cose, non ci vuole poi molto a capire che siamo di fronte a una truffa culturale, – a una trufferia di parole, l’avrebbe definita Alessandro Manzoni –  poiché la donna è debole e indifesa non per sua natura, bensì per una condizione economica e sociale che determina i rapporti uomo-donna. Si tenga a mente quel costante lavaggio del cervello che, fin da bambini, consente al capitalismo di dirci a cosa possiamo aspirare in base al nostro sesso, poiché dalla disparità di genere esso ne trae profitto.

La stessa Unione Europea riconosce il divario salariale tra gli uomini e le donne nei paesi membri. Nell’ultimo suo rapporto rivela che il gender gap dei guadagni complessivi in Ue è al 39,7 per cento. Questo significa che per ogni 100 euro guadagnati da un uomo, una donna ne guadagna 60, anche se con una certa variabilità all’interno degli stati membri. La percentuale spazia dal 19,2 per cento in Lituania al 47,5 per cento nei Paesi Bassi. I salari delle donne tendono anche a diminuire quando hanno un figlio, mentre al contrario aumentano i salari dei padri, quasi a conferma di un effetto penalizzante della maternità. A ben pensare, forse le donne in quanto a profitto rendono meglio degli extracomunitari, poco importa se in tutti gli Stati membri la pensione media delle donne risulta inferiore a quella degli uomini, lasciando così le donne di età superiore ai 65 anni sostanzialmente a più alto rischio di povertà rispetto agli uomini.

A questo punto celebrare Angela Merkel e Hilary Clinton, Laura Boldrini e Federica Mogherini, Margaret Thatcher e Madaleine Albright – sono i primi nomi che mi vengono in mente – come le donne che “ce l’hanno fatta”, gli esempi da seguire, i fari di speranza, fa parte della trufferia. Perché  dopo la loro nomina non si è mosso nulla. O per essere nel vero, è l’ennesima conferma che il mondo continua ad essere suddiviso in classi e che non c’è una prospettiva concreta per una reale uguaglianza – lavorativa e legislativa – tra i sessi, nemmeno in Occidente. 

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13 novembre 2017