Intorno al perché si accusa quotidianamente di fallimenti e inadeguatezze il Partito Democratico, e perché altri partiti sono esentati da quelle accuse proprio per la loro assenza di iniziativa o pretesa di convincere. La politica e la vita: le maggiori aspettative che abbiamo nei confronti di chi si dimostri più affidabile e capace rispetto a chi è meno credibile, e come queste si trasformino spesso in una sproporzione di giudizi, pretese e delusioni.

 

di Marco Ruffolo

 

A ogni sconfitta scatta un irresistibile, eccitante impeto derisorio all’indirizzo del Partito democratico. Autorevoli commentatori televisivi fanno a gara a chi spara colpi sempre più ravvicinati, a chi inventa lo sberleffo più incisivo. «Il Pd non è più in mezzo alla gente, anzi non lo è mai stato. Il Pd è una casta. Il Pd è l’orticello di casa Renzi. Il Pd non è più di sinistra, il Pd non è più la sinistra. Il Pd è un morto che cammina ». Non siamo più davanti allo sfogo angoscioso di Nanni Moretti, che nel 2002 lanciava da piazza Navona il suo urlo: «Con questi dirigenti non vinceremo mai». Nelle parole e nell’animo di Moretti c’era l’angoscia e insieme la speranza di poter ancora cambiare. Nei commenti di molti dei nostri politichesi c’è invece solo una spensierata allegria. È l’allegria di chi passa rapidamente dall’italico servo encomio all’altrettanto italico codardo oltraggio. Non c’è ricerca di soluzioni, se non quella di un liberatorio «tutti a casa». «Ma come, non si sono ancora dimessi? Che vergogna».

Sbeffeggiare chi perde è un antico vezzo nazionale, la cui regola d’oro è: «Se esci sconfitto vuol dire che hai sbagliato tutto». E Matteo Renzi in effetti ha sbagliato molto e continua a sbagliare.

Prima la gestione personalistica del partito, riempito di troppi devoti yes- men. Poi la personalizzazione del referendum e dell’Italicum. E ancora: la presunzione di aver risolto quasi tutti i problemi degli italiani che lo ha reso a volte sordo ai bisogni dei più sofferenti. E infine (fase attuale), la mezza svolta populista in vista del voto che si estrinseca nelle battaglie su Bankitalia, sui vitalizi parlamentari, sulle pensioni. Non sono errori da poco. E tuttavia, l’euforia lapidatoria che si scatena al suo indirizzo e a quello del Pd non si spiega solo così. C’è dell’altro.

Quel tiro al piccione non scatta mai nei confronti dei partiti o dei leader meno responsabili, quelli che ci hanno già portato sull’orlo della bancarotta nel 2011, o quelli che nascondono dietro una ondata di “vaffa” il loro vuoto programmatico, che si limitano a promettere pacchi di fantastiliardi. No, l’impeto liquidatorio prende di mira proprio chi si carica sulle spalle, magari sbagliando, il peso delle riforme; chi imbocca il sentiero angusto che si snoda tra il sesto grado dell’austerità e il baratro di una nuova crisi finanziaria. Chi riesce con incentivi e Jobs Act ad aumentare di mezzo milione i posti stabili. Chi mette in campo risorse per far salire del 50% il reddito nel 70% delle famiglie povere con minori. Chi sfida le corporazioni burocratiche che ingessano lo Stato. Nessuna critica si leva nei riguardi di quanti accettano i propri leader sulla base del loro carisma autocelebrativo, o di quanti spacciano per democrazia diretta poche migliaia di clic online.

A essere accusata di antidemocrazia è l’unica forza politica in Italia che continua a praticare una selezione democratica dei propri dirigenti attraverso congressi e primarie.

Strano strabismo. È come se nella mente di taluni analisti politici scattasse il seguente ragionamento. «Lega, Forza Italia e M5S — si sa — sono non-democratici al loro interno e demagogici all’esterno, ma questo è un dato assodato, un tratto connaturato, si potrebbe dire ontologico, dunque è inutile parlarne. A te che invece ti carichi di responsabilità collettive, che tenti qualche faticosa riforma, che scegli democraticamente i tuoi leader, a te indirizziamo i nostri strali beffardi non appena perdi un colpo. Così impari a voler affrontare i problemi concreti. Non sai che sono irrisolvibili? Non sai che l’unica voce ascoltata è quella rivolta alla pancia della gente? E poi sei sicuro che la gente voglia che l’Italia cambi? Se lo pensi, sei un illuso. E infatti perdi, e la tua sconfitta è la prova che non solo hai sbagliato strategia, ma che le tue stesse idee sono da buttare. La ragione, ricorda, sta sempre dalla parte dei vincitori».

Lo abbiamo già conosciuto, questo modo di pensare, in occasione della riforma costituzionale bocciata dagli italiani. Ma domandiamoci una cosa: quella riforma e insieme a essa l’Italicum sono state affossate perché erano due cattive leggi, o perché Renzi ha sbagliato i tempi e i modi di proporle? Una cosa è certa: molti analisti che gridavano allora alla deriva autoritaria del maggioritario oggi sparano sulla nuova legge elettorale perché non garantisce una maggioranza sicura. Gli stessi che urlavano contro il dirigismo statalista della riforma costituzionale oggi si indignano quando gli assegni di ricollocazione per i disoccupati vengono ostacolati dalle burocrazie regionali, che quella riforma avrebbe neutralizzato. Dunque, forse quella riforma e quella legge elettorale non erano poi così sbagliate.

Ma dal passato — ecco un’altra regola d’oro dell’italico politichese — è vietato imparare. Non si impara, per esempio, che esiste da sempre, all’interno della sinistra, una classe politica massimalista il cui unico scopo è quello di disseminare trappole sul percorso di un riformismo responsabile. Ma il contro-ragionamento del fine analista segue un’altra narrazione: se si è arrivati alla scissione, vorrà dire che è stato il Pd a sbagliare. Ha sbagliato a non aprire a Tizio, a non dialogare con Caio. E tuttavia non si dice mai su che cosa si debba aprire. Nessuno che dica chiaramente: “aprire” significa che il Pd deve abolire il Jobs Act e rinunciare all’aumento dell’età pensionabile, come chiede la sinistra radicale. Non importa se così si trasferiscono costi enormi sulle spalle dei giovani.

No, le analisi politiche di molti commentatori non si lasciano sporcare dai problemi reali, che vanno anzi opportunamente “coperti”, come si faceva in epoca vittoriana con i piedi dei pianoforti. Scoprirli è un atto di presunzione e chi lo compie prima o poi verrà punito.

La nuova occasione punitiva è arrivata con la sconfitta siciliana dei dem. Ma subito il discorso trasvola lo Stretto e la Trinacria di oggi diventa l’Italia di domani. Lo danno già per scontato e quasi lo giustificano molte analisi, prigioniere di un paradossale anche se non dichiarato sillogismo: Grillo, Berlusconi e Salvini parleranno anche alla pancia del Paese, ma la vera anomalia resta il Pd, dunque non solo è prevedibile ma è anche giusto che alla fine siano proprio i “pancisti” a vincere e il Pd a perdere. Tra un tripudio di nuovi allegri sberleffi. Quelli di chi si diverte a smontare una macchina utile, anche se piena di difetti, e a tenersi buoni i ben più attraenti e fantasmagorici carrozzoni della demagogia e della paura.

Fonte: Repubblica

18 novembre 2017