Flessibilità che sta per precarietà in un mondo postindustriale dove da tempo non si parla più di divisione del lavoro, ma di “divisione della disoccupazione” il che significa, come sostiene il sociologo Ulrich Beck, che la società del lavoro diventa sempre più precaria e che parti sempre più grandi delle popolazioni hanno “pseudoposti di lavoro” sempre più insicuri.

REUTERS/ Daniel Becerril

di Vincenzo Maddaloni

E’ bastata un po’ di ripresa economica, accompagnata da un maggior utilizzo di lavoratori, per far risalire il numero degli infortuni e delle morti sul lavoro, definite inspiegabilmente “bianche”. Per la prima volta da un quarto di secolo, incidenti e morti sul lavoro sono aumentati entrambi: rispettivamente dell’1,3 e del 5,2 per cento.

I dati provvisori Inail del 2017 rilevano: cinquecentonovantuno morti in sette mesi, quasi tre al giorno. La maggior parte di loro (431) ha perso la vita sul posto di lavoro, gli altri 160 (in forte crescita) durante il tragitto da casa alla fabbrica o al cantiere. Ma non per tutte queste tragedie i superstiti riceveranno un indennizzo dall’Inail (in genere pari a metà della retribuzione), se non riusciranno a dimostrare che l’infortunio è legato al lavoro svolto. E soprattutto che il lavoratore fosse iscritto all’Inail prima di perdere la vita. Di solito viene riconosciuto un 65 per cento dei casi denunciati.

Nasce nei lavoratori un senso di fallimento per l’incapacità di rispondere adeguatamente alle nuove sfide che mina alle radici la percezione di continuità dell’esistenza e della tradizione, scollega definitivamente il già mal conciliato tempo di lavoro e tempo di vita creando così le condizioni di un malessere permanente

Seguo con molto interesse il dibattito tutto italiano sulle “morti bianche” in corso da parecchio tempo, oramai. Perché questo desiderio ansioso di interrogarsi su un argomento fondamentale come il lavoro avvia una ricerca profonda sui valori che accomunano gli uomini, sui criteri che li regolano, sul senso stesso dell’esistenza, anche se il confronto procede a fasi alterne. S’infiamma soltanto dopo ogni disgrazia. E tuttavia, l’ importante è mantenere vivo il dibattito senza lasciarlo coinvolgere dalle controversie tra centrodestra e centrosinistra.

Da più di un ventennio il mutamento strutturale dei sistemi economico-produttivi ci ha mostrato i suoi effetti sulla natura e sulla regolazione del lavoro così come nei rapporti sociali. Il capitalismo-postfordista poggia su un nuovo modo di intendere il rapporto di lavoro e il lavoro stesso, il flexible capitalism. Così negli Stati Uniti, verso la fine degli anni Novanta, era chiamato – per sintetizzarne le caratteristiche – il nuovo regime di accumulazione basato proprio sulla flessibilizzazione del rapporto di lavoro.

Flessibilità che sta per precarietà in un mondo postindustriale dove da tempo non si parla più – secondo il sociologo Ulrich Beck – di divisione del lavoro, ma di “divisione della disoccupazione” il che significa, come sostiene Beck, che la società del lavoro diventa sempre più precaria e che parti sempre più grandi delle popolazioni hanno “pseudoposti di lavoro” sempre più insicuri. Ciò provoca nei lavoratori un senso di fallimento per l’incapacità di rispondere adeguatamente alle nuove sfide, mina alle radici la percezione di continuità dell’esistenza e della tradizione, scollega definitivamente il già mal conciliato tempo di lavoro e, tempo di vita creando così le condizioni di un conflitto tra personalità ed esperienza.

Se viene meno il lavoro salariato si rompe l’alleanza storica tra il capitalismo, stato sociale e democrazia e viene meno anche un certo modo di percepire il lavoro così come fino all’altro ieri eravamo abituati

Il sociologo americano R. Sennet rileva nel lavoratore precario una progressiva corrosione del carattere, le cui caratteristiche di stabilità, di durata e permanenza sono in contrasto con la dinamicità, la frammentarietà e la mutevolezza del capitalismo flessibile. Siccome la democrazia è nata in Europa e negli Usa come ‘democrazia del lavoro’, nel senso che essa si fonda sul lavoro salariato, se questo viene meno si rompe l’alleanza storica tra il capitalismo, stato sociale e democrazia e viene meno anche un certo modo di percepire il lavoro così come fino all’altro ieri eravamo abituati.

Il dover rimodellare ogni giorno il proprio futuro, mortificando quella tensione creatrice in cui trova la sua articolazione ogni dinamica esistenziale è un’esperienza dura, è una prova snervante. E la stanchezza che ne consegue è più che naturale. Se da noi è così, non è difficile immaginare il malessere delle genti dell’Europa “allargata”, quelle che fino all’altro ieri, dietro la cortina di ferro, ambivano al benessere occidentale sperando nella fine del comunismo sovietico e che vent’anni e passa dopo si ritrovano prigioniere della povertà, turbate dal crollo delle usanze tradizionali, furenti per le promesse non mantenute dall’Occidente, spesso disperate, spesso costrette a lasciare il Paese perché si ritrovano in casa la disoccupazione che prima non conoscevano.

Se questo è lo scenario meglio si capisce quanto sia urgente un profondo cambiamento culturale che preveda un’ attenzione maggiore all’organizzazione del lavoro, perchè se così fosse anche le morti bianche sarebbero infinitamente di meno. Nasce da qui la domanda della società civile di un grande progetto che ridia, nell’immediato, nuova dignità al lavoro. Ma da destra e da sinistra non mi pare ci sia un grande interesse al riguardo.

Fonte: Linkiesta

19 dicembre 2017