In Germania i giovani si ribellano contro la vecchia guardia che regge i posti di comando sebbene gli anziani non siano poi tanto stagionati, almeno a confronto con i colleghi europei. Anche alla Berlinale in rivolta 79 registi che hanno chiesto il ritiro anticipato del patron Dieter Kosslic da16 anni alla guida del festival del cinema.

Il direttore della Berlinale Kosslick nello scegliere le 400 pellicole in programma (una dozzina in concorso) ha sempre trovato un giusto equilibrio tra qualità, tra opere che difficilmente troveranno una distribuzione commerciale, e film per il grande pubblico. Nella foto:  “The Inland Road”, il film del regista neozelandese Jackie Van Beek premiato al Festival internazionale del cinema di Berlino 2017 . In questa pellicola destinata al grande pubblico tutta la trama gira intorno a queste due domande: Cosa succede a una madre quando è incapace di fare la mamma? Cosa succede a una figlia quando ha paura di perdere l’amore di sua madre? Successo assicurato.

 

di Roberto Giardina

 

I giovani si ribellano contro la vecchia guardia a Berlino, anche se i vecchi non sono poi tanto stagionati, almeno a confronto con i colleghi europei. Comunque andrà finire per il nuovo governo, la base di tutti i partiti chiede di mandare in pensione i leader, dalla Merkel, al socialdemocratico Martin Schulz, a Horst Seehofer, il premier della Baviera.

Ed ora 79 registi con una lettera aperta chiedono che se ne vada il patron della Berlinale, il festival del cinema che il prossimo febbraio giunge alla 68sima edizione. Dieter Kosslick, 69 anni, pur nato nella Foresta Nera ha conquistato Berlino. È al potere dal primo maggio del 2001, ed ha guidato il Festival al successo, anno dopo anno, di pubblico e di critica. Perchè metterlo in discussione?

Sedici anni sono troppi, la cancelliera governa da dodici, si risponde. Il contratto scade nel marzo del 2019, ancora per una rassegna dunque, oltre a quella già pronta.

Ma sarebbe meglio facilitare il passaggio delle consegne anticipando il ritiro. La Berlinale, si ricorda nella lettera scritta con toni drammatici, è uno dei tre più importanti al mondo, con Venezia e Cannes, e avrebbe bisogno di una riforma radicale. Non si indica un possibile successore, si vorrebbe che al posto di Kosslick a dirigere la Berlinale fosse una commissione formata da personalità di grande rilievo, e formata da uomini e donne alla pari.

Una scelta democratica, politicamente ultracorretta. Tra i firmatari, nomi noti come Margarethe von Trotta, Volker Schlöndorff, Doris Dorrie, e registi della cosiddetta Berliner Schule, Christian Petzold, Thomas Arslan, Domiki Graf. Ma non avrebbero motivo di lamentarsi di Kosslick, che ha sempre selezionato le loro opere. E Fatih Akin, di origine turca, ha vinto nel 2004 l’Orso d’oro con La sposa turca.

La lettera è rivolta ai politici della metropoli che, tuttavia, non possono decidere sulle nomine della Berlinale, che dipende dal Bund, dal governo federale. Il Festival riceve una sovvenzione pubblica di 24 milioni di euro, ma si calcola che renda alla città oltre 120 milioni, grazie ai visitatori e agli spettatori paganti, circa mezzo milione, 335 mila biglietti venduti nelle sale del Festival, altri 135 mila nei cinema cittadini. I divi non vengono attirati con generosi cachet, come è avvenuto, forse avviene ancora, a Roma. Sono le case di produzione a pagare le spese della trasferta. Anche i giornalisti accreditati pagano 60 euro la tessera, all’ultima edizione erano più di 4 mila, e di fatto hanno quasi coperto il costo dell’ufficio stampa.

Kosslick nello scegliere le 400 pellicole in programma (una dozzina in concorso) ha sempre trovato un giusto equilibrio tra qualità, tra opere che difficilmente troveranno una distribuzione commerciale, e film per il grande pubblico. In sintesi, tra Hollywood e il cinema d’essai. Difficilmente, Kosslick avrebbe potuto scalzare dai primi due posti Venezia o Cannes. Che cosa chiedere di più?

«Comprendo la richiesta per la trasparenza nella scelta del programma», risponde Kosslick, ma non sembra intenzionato a cedere. «Non è incollato alla poltrona, scrive Der tagesspiegel, il più importante quotidiano della capitale, ma è innamorato del suo lavoro… La Berlinale ha bisogno di un volto, di un’anima, di una identità». Kosslick, tra l’altro, ama l’Italia e apprezza il nostro cinema, al contrario del suo predecessore Moritz De Hadeln, che guidò la Berlinale per ben 22 anni. Il festival è la sua vita, e il cappello nero e la sua sciarpa rossa fanno ormai parte della storia del Festival.

 

Dieter Kosslick | Foto: Ali Ghandtschi

4 dicembre 2017