“Ora, le autorità della Repubblica islamica hanno due possibilità. Reprimere il dissenso rischiando di sgretolarsi sotto le pressioni interne e internazionali, mostrando la fragilità del complesso sistema creato all’indomani della Rivoluzione del 1979. Oppure trarre vantaggio dalla situazione dimostrando di essere antifragili a ogni tipo di attacco.”, scrive Farian Sabahi in quest’articolo che volentieri pubblichiamo.

In centro a Teheran

 

di Farian Sabahi

 

Le proteste in corso in diverse località dell’Iran sono espressione di una profonda sfiducia di una parte della popolazione nei confronti delle istituzioni della Repubblica islamica. Non si tratta di una protesta della classe medio-alta della capitale Teheran di fronte a un risultato elettorale deludente e segnato dai brogli come nel 2009, ma di qualcosa di ampio e radicato nel tessuto sociale. Detto questo, è difficile che la maggior parte degli iraniani si ponga come obiettivo un cambio di regime, perché nelle ultime elezioni del 2017 l’affluenza alle urne era stata del 73 per cento nonostante l’invito a boicottare il voto da parte dei monarchici e dei mujaheddin del popolo in esilio.

Ora, le autorità della Repubblica islamica hanno due possibilità. Reprimere il dissenso rischiando di sgretolarsi sotto le pressioni interne e internazionali, mostrando la fragilità del complesso sistema creato all’indomani della Rivoluzione del 1979. Oppure trarre vantaggio dalla situazione dimostrando di essere antifragili a ogni tipo di attacco. Elaborata dal filosofo e matematico finanziario Nassim Taleb (cristiano, libanese, naturalizzato americano) l’antifragilità è prerogativa di quelle società mediorientali che fanno del commercio una delle loro attività principali. Antifragile è Idra, la figura simile a un rettile della mitologia greca: ogni volta che una testa viene tagliata, ne rispuntano due. Antifragile è la città di Beirut, secondo la leggenda distrutta sette volte e sette volte risorta.

Tornando alla crisi iraniana, se le autorità non vogliono soccombere alle pressioni interne e internazionali devono permettere al presidente Rohani di trasformare un problema – quello delle proteste su cui sono accesi i riflettori dei media – in una opportunità per migliorare il proprio posizionamento sullo scacchiere interno e internazionale. Almeno due i nodi da risolvere: le libertà negate e le difficoltà economiche.

Nel Novecento l’Iran è stato attraversato da diverse rivoluzioni, ma dal 1979 ogni forma di dissenso è stata repressa e per questo il deputato Ali Motahari ha dichiarato che in Iran manca una cultura della protesta. La libertà di espressione è un diritto fondamentale a ogni latitudine, e lo deve essere anche in Iran dove la popolazione è istruita e matura (nel 2013 l’età media era di 38 anni). Per questo è fondamentale che gli iraniani possano fare presenti – attraverso manifestazioni autorizzate e la creazione di partiti politici – le loro istanze senza rischiare l’accusa di sedizione, il carcere e la pena di morte.

Per trarre vantaggio dalla crisi in corso, il presidente Rohani dovrebbe anche avviare le misure per combattere la corruzione e la mala gestione della cosa pubblica, ridurre l’inflazione e le diseguaglianze nella distribuzione del reddito, creare occupazione. Tre gli spunti.

Il primo. Le proteste sono iniziate il 28 dicembre a Mashad, a causa della bancarotta dell’istituto di credito Samen al-Hoja che operava senza licenza: un maggior controllo delle autorità regolatorie e della Banca Centrale impedirebbe che tanti piccoli risparmiatori finiscano sul lastrico. Il secondo: considerato che tra le cause scatenanti delle proteste vi è la rimozione dei sussidi (9€ al mese) a un quarto della popolazione (20 milioni di abitanti) a partire dal 21 marzo, sarebbe opportuno sospendere questa misura – voluta a suo tempo dal presidente populista Ahmadinejad – e riflettere su altre modalità per redistribuire la ricchezza. Terza ipotesi di lavoro per controbattere alle accuse di scarsa trasparenza: fare in modo che le ricche fondazioni religiose (le bonyad) presentino i bilanci e paghino le tasse.

In tutto questo è indispensabile che l’ayatollah Khamenei sia d’accordo. Mettere in atto le riforme sarà un’impresa titanica, in ambito finanziario ci vorrebbe un personaggio come Mario Draghi. Un cauto intervento europeo sarebbe auspicabile proprio in ambito finanziario, perché uno dei problemi dell’Iran è l’esclusione dal circuito finanziario mondiale, tant’è che non si possono usare le carte di credito. L’Europa potrebbe tendere la mano alle autorità iraniane, che da parte loro in questi anni si sono poste come baluardo all’espansione dell’Isis in Iraq e in Siria con un notevole impegno di risorse.

L’impegno europeo è imprescindibile anche per scongiurare l’affossamento dell’accordo nucleare. I tempi stringono: a metà gennaio il presidente statunitense Donald Trump potrebbe nuovamente decertificare l’accordo e imporre ulteriori sanzioni. Una mossa che bloccherebbe del tutto gli investimenti in Iran. Se l’accordo nucleare va a rotoli, aumentano i rischi di un attacco militare, statunitense e israeliano, contro le installazioni iraniane. Una dichiarazione di guerra, a cui gli iraniani risponderebbero prendendo di mira gli interessi americani in Medio Oriente. Uno scenario apocalittico, che destabilizzerebbe ulteriormente la regione e non sarebbe nell’interesse dell’Europa.

L’Āyatollāh Seyyed ʿAlī Ḥoseynī Khāmeneīè l’attuale Guida Suprema dell’Iran, di cui è stato Presidente dal 1981 al 1989, nonché il massimo esponente nazionale del clero sciita.

4 gennaio 2018