A quarant’anni dalla Rivoluzione ancora rimane negli iraniani quell’attaccamento alla trinità culturale “iranità, islamità e modernità”, nella quale essi coniugano novità e tradizione, e che li ha resi peculiari agli occhi del mondo. Questo spiega perché la generale insoddisfazione per la situazione economica che ha generato i disordini, non ha messo  in discussione il sistema politico, ossia la Repubblica islamica. Donald Trump però non ne è uscito soddisfatto.

Giovani iraniani celebrano l’accordo sul nucleare, Teheran, 14 luglio 2015. La situazione economica avrebbe dovuto cambiare grazie alla caduta delle sanzioni seguita all’accordo sul nucleare (Jcpoa) invece non ha portato beneficio generando una insoddisfazione generale che si è andata via via esasperando e che è esplosa nei giorni di Capodanno. Reuters/Tima

di Vincenzo Maddaloni

Continua incessante il pressing dell’amministrazione di Donald Trump nei confronti dell’Iran percorso dalle proteste per il carovita e le rivendicazioni economico-sociali dei suoi cittadini. Le sanzioni economiche hanno devastato la vita quotidiana del popolo iraniano facendo arrivare il prezzo di qualsiasi prodotto a livelli vertiginosi. Tuttavia, gli Stati Uniti potrebbero avviare nuove sanzioni contro il Paese, ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert: «Ci sono una serie di opzioni che certamente avremo in futuro. Stiamo osservando le notizie con molta attenzione relativamente a ogni potenziale violazione dei diritti umani di questi manifestanti che protestano pacificamente.».

Sanzionate sono anche le medicine che l’Iran non riesce a produrre, e che pertanto è costretto ad importare come i farmaci per il trattamento del cancro, per i problemi cardiaci e respiratori, la talassemia e la sclerosi multipla. Del resto è notizia recente che il consiglio d’amministrazione della Società iraniana di Emofilia ha informato la Federazione Mondiale di Emofilia, che

Le vite di decine di migliaia di bambini sono messe in pericolo dalla mancanza di medicinali idonei, in conseguenza delle sanzioni economiche internazionali imposte alla Repubblica Islamica

Se vi si aggiunge poi il blocco delle importazioni dei cereali dai quali la sopravvivenza degli iraniani dipende, e la pressione sugli istituti di credito internazionali perché impediscano le transazioni con l’Iran, il quadro è pressoché completo. Quanto basta per legittimare l’offensiva statunitense, che si fonda sugli interessi intrecciati alle logiche geopolitiche e strategiche piuttosto che al sostegno dei fondamentali diritti umani e alle rivendicazioni economico-sociali del popolo iraniano. Infatti, a metà ottobre Donald Trump aveva decertificato l’accordo nucleare, diffondendo maggiore incertezza tra gli investitori europei in cerca di opportunità sul mercato iraniano, e già dubbiosi perché le sanzioni del Tesoro americano non sono mai state eliminate.

Pertanto il cinguettio presidenziale: «Grande rispetto per il popolo dell’Iran mentre tenta di riprendere il controllo del suo governo corrotto. Vedrete grande sostegno dagli Stati Uniti al momento appropriato!», conferma che nel 2018 il confronto Usa-Iran terrà banco, con tutte le implicazioni del caso. A supporto di questa tesi gli osservatori ricordano che sull’argomento Trump si era espresso con un messaggio criptato scrivendo il suo tweet di augurio di fine 2017: «Che anno è stato! Ed abbiamo appena cominciato».

Infatti, tutto lascia credere che Trump abbia una voglia matta di realizzare quello che Zbigniew Brzezinski , (ex consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense durante l’amministrazione democratica Carter), teorizzava sull’area petrolifera del Medio Oriente che gravita materialmente, storicamente e culturalmente intorno all’Iran quando spiegò, sulle pagine di The National Interest, che

«Il controllo del Medio Oriente da parte degli Stati Uniti conferisce loro un potere indiretto, ma politicamente decisivo, sulle economie europee e asiatiche, che dipendono anch’esse dalle esportazioni energetiche provenienti dalla regione».

Ragion per cui avere l’Iran come alleato o sotto il proprio controllo, significa poter gestire le risorse energetiche racchiuse tra il Golfo Persico e il Mar Caspio; mettere l’Europa e il Giappone, la Cina e l’India – gli attuali e futuri maggiori importatori e consumatori di idrocarburi – in una condizione di dipendenza dal nuovo assetto impostato da Washington. Poi consentirebbe agli Stati Uniti di tenere sempre sotto osservazione Russia, Cina, India e di esercitare un’influenza diretta sull’Asia centrale ex sovietica, sul mondo arabo e sul subcontinente indiano. Infine, la Casa Bianca potrebbe imporre con il supporto della potente comunità iraniana d’America la reintroduzione del modello monarchico e divulgare l’American lifestyle in un Paese che per la sua millenaria peculiarità culturale ha attratto popoli e civiltà in uno spazio che va dal Kashmir (la famiglia di Khomeni era originaria di quelle terre) al Mediterraneo (in particolare il Libano).

Tutto questo è facile a dire, quasi impossibile realizzare. Lo confermano le decine di migliaia di persone che si sono radunate – oggi mercoledì 3 gennaio – nelle città di tutto l’Iran per una massiccia dimostrazione di sostegno al regime dopo i giorni di violenti disordini, (durante i quali almeno 23 persone sono morte e oltre 450 sono state arrestate) come riferisce la televisione di Stato iraniana, che ha mostrato le immagini delle manifestazioni.

L’Āyatollāh Seyyed ʿAlī Ḥoseynī Khāmeneīè l’attuale Guida Suprema dell’Iran, di cui è stato Presidente dal 1981 al 1989, nonché il massimo esponente nazionale del clero sciita.

A quarant’anni dalla Rivoluzione ancora rimane negli iraniani quell’attaccamento alla trinità culturale “iranità, islamità e modernità”, nella quale si coniugano novità e tradizione, e che li ha resi peculiari agli occhi del mondo

La rivendicazione dell’indipendenza nazionale è stata una delle ragioni della convergenza tra i laici e i movimenti religiosi che avevano come scopo comune la lotta contro il potere capitalista degli Usa e contro lo Stato monarchico da loro sostenuto.

Si tenga a mente che Khomeini non diventa guida della rivoluzione in quanto ayatollah ( ayat Allah, segno di Dio), ma perché proclamando la riscossa dello sciismo che diviene sempre più la “religione degli oppressi”, parla di democrazia e giustizia, l’ elemento d’identità nazionale, in aperta opposizione alla modernità ibrida e americanizzata imposta dallo Scià. Foucault – da bravo occidentale – questi aspetti non li coglie. Vede in Khomeini il rappresentante dell’antipolitica, il santo, l’esule inerme, il vecchio con le mani nude che si oppone all’ imperatore in armi, ma non il politico. Tanto che teme che una volta cacciato lo Scià, la politica riprenderà i comandi e il vecchio ayatollah sarà presto dimenticato. Così egli afferma che, «Khomeini non è un uomo politico: non ci sarà un partito di Khomeini, non ci sarà un governo di Khomeini. Khomeini è il punto di incontro di una volontà collettiva». Evidentemente Foucault sapeva poco di Islam sciita, come del resto chi oggi governa il mondo.

Le masse inneggiano a Khomeini perché è il politico che tiene alto il vessillo della lotta contro il monarca assolutista e parla di democrazia e di giustizia, dello sciismo, il credo dei persiani, dei grandi ideali di libertà e di democrazia che nella religione si unificano. Khomeini si arma di un tale pragmatismo da non esitare a rimpastare la sharia pur di raggiungere i propri obiettivi.

«Quando mai », mi rispondeva con orgoglio Rafsanjani, (presidente dal 1989 al 1997), « nella storia dell’Islam si è visto un Parlamento, un Presidente, un Primo Ministro e un Governo? In realtà quello che facciamo non ha precedenti nella storia dell’Islam ».

Va tenuto a mente soprattutto questa storica realtà prima di sparare sentenze sulla folla che ha intonato cori in favore del leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei. “Siamo pronti”, gli hanno urlato i manifestanti, ripresi dalle telecamere che hanno mostrato un gran numero di persone in marcia, tra l’altro, ad Ahvaz, Kermanshah e Gorgan. Ignorare tutto questo è da folli.

in contemporanea pubblicato su Altrenotizie  Linkiesta

4 gennaio 2018