E’ al nostro mestiere di giornalista  che è dedicato uno dei film migliori in concorso alla 68a Berlinale, “Tre giorni a Quiberon”. Pochi dei nostri critici se ne sono accorti. Non è un caso.

Jürgs usò Romy, e lei usò lui?

di Roberto Giardina

Berlino – Era un bel mestiere, il giornalista, appena qualche anno fa. Mestiere, chi lavora per un giornale o una rivista è un artigiano. O lo era. Al giornalismo è dedicato “The Post”, ma la protagonista è in realtà la proprietaria del giornale, Katharine Graham. E al nostro mestiere è dedicato uno dei film migliori in concorso alla Berlinale (che si chiude oggi), “Tre giorni a Quiberon”. Pochi dei nostri critici se ne sono accorti. Non è un caso.

La regista Emily Atef, franco tedesca di origine iraniana, racconta tre giorni nella vita di Romy Schneider. Nel marzo del 1981, l´attrice in crisi, a 42 anni, si è ritirata in un Kurhotel sull´Atlantico, in Bretagna, senza alcol e fumo. Ma accetta di incontrare un giornalista e a un fotografo di “Stern”, l´intervista si trasforma in una battaglia crudele. Il film, in un bellissimo bianconero, è la cronaca quasi esatta di quei giorni, giornalista e fotografo hanno i nomi reali, Michael Jürgs, 73 anni, e Robert Lebeck, scomparso nel 2014. La Schneider, che morirà l´anno dopo, è interpretata da Maria Baümer, candidata all´orso d´argento come migliore attrice, a meno che non vinca la piccola Sara Casu, undici anni, la bambina contesa in “Figlia mia” di Laura Bispuri, unico film italiano in concorso.

L´amica d´infanzia Hilde cerca di convincere Romy a tacere: “Sono giornalisti, pubblicheranno tutto quello che dici”. Ma lei vuol andare avanti. L´intervista è sempre una sfida, intendo quelle vere, non quelle “per finta” alla Fazio, e quelle concordate con i politici. In Italia, sono rimasti in pochi bravi intervistatori, come il nostro Goffredo Pistelli. Un´intervista richiede molto tempo, e spazio che i giornali non concedono più.

Un momento dell’intervista intorno la quale s’impernia il film. Se si pubblicassero ancora interviste come quella di Quiberon, oggi giornali e riviste non dovrebbero temere la concorrenza dei pettegolezzi online.

Nel 1981 “Stern” vendeva un milione e mezzo di copie. Poi pubblicò i falsi diari di Hitler, e perse un milione di lettori, mai più recuperati. Le riviste, e anche i quotidiani, avevano i loro fotografi, come “L´Europeo” o “Epoca”, nel frattempo scomparsi. Sono scomparsi anche i fotografi. Lebeck scattò in tre giorni oltre 500 foto, che poi pubblicò in un libro. L´intervista alla Schneider, apparsa nell´aprile seguente, è entrata nella storia del giornalismo. Ma al di là del ritratto di Romy, a cui i tedeschi non perdonano di non essere più la sdolcinata Sissi, il tema del film è: fino a che punto si può spingere un giornalista? Lei sembra senza difese.

Un tema ancora importante in Germania: la “Süddeutsche Zeitung” ha invitato Jürgs a scrivere cosa avvenne realmente, e gli ha lasciato tre pagine. La storia interessa anche i lettori. Jürgs la fa bere, e la provoca: “Mi guardo sullo schermo…ero veramente così? Non posso più chiederlo a nessuno, sono tutti morti”, commenta oggi.

C´è chi aggredisce l´intervistato con domande cattive. E´ più importante porre domande giuste. L´intervista comincia, secondo me, quando l´intervistato crede che sia finita. Si stabilisce una complice fiducia, e si parla a ruota libera. E´ onesto pubblicare tutto? Lui sa chi sei, dovrebbe stare in guardia. Devo fare un esempio personale. Intervistai Rudolf Augstein, il fondatore e direttore dello “Spiegel” quando la rivistà compì 50 anni. Mantenne l´impegno anche se soffriva per un forte mal di denti: “Mezz´ora, non di più”, mi avvertì. Indovinai la prima domanda: “Quando ha cominciato a annoiarsi nel suo lavoro?”

Mi invitò a pranzo, conversammo per cinque o sei ore, mi parlò delle sue molte donne, confidenze private. Augstein era un maestro del giornalismo, eppure si fidò. Quando finì l´intervista, e si trasformò in conversazione privata? Non scrissi le confidenze, anche se probabilmente a Augstein non sarebbe importato. Ma io non sono un bravo giornalista.

Alla fine (nel film e nella realtà) Jürgs è preso da scrupoli, e fa leggere il testo a Romy, tolga quello che vuole. Lei cancella solo una battuta sulla madre che la sfruttava, “a lei non piacerebbe”, poi dice: va bene così. Forse lei voleva confidarsi, o giungere a capire se stessa, in un momento cruciale della sua vita. Chissà, un´intervista è un gioco, un duello, un massacro a due, tra sadismo e masochismo. Se è un professionista anche l´intervistatore ne esce provato. Jürgs usò Romy, e lei usò lui? Se si pubblicassero ancora interviste come quella di Quiberon, oggi giornali e riviste non dovrebbero temere la concorrenza dei pettegolezzi online.

24 febbraio 2018