La Berlinale 2018 conferma questa sua edizione al femminile con un altro film, questa volta iraniano  nel quale  le donne sono le vere protagoniste. Tra uno svolazzare di chador, di sfoggio di cellulari e di un vortice di social, emerge la realtà femminile iraniana alla quale non siamo abituati, poiché è ben diversa da come viene dipinta dai mezzi di informazione di massa occidentali, che spesso obbediscono a logiche di propaganda piuttosto che a una coraggiosa ricerca della verità.

Una scena di “Pig” del regista Mani Haghighi, il film iraniano in concorso per l’Orso d’oro della Berlinale 2018, del quale si parla nell’articolo.

di Vincenzo Maddaloni

Berlino. Occhio al “Pig”, al “Porco”, perchè è un’occasione per vedere da vicino la vita delle donne in Iran. Naturalmente “Pig”, “Porco”, che in Farsi, la lingua persiana, diventa “Khook”, è una pellicola presentata in concorso alla 68a Berlinale, opera del regista iraniano Mani Haghighi il quale ci tiene a precisare che, « non vi è nel film nessun riferimento alla realtà e alle blacklist dei registi nel mio paese. Khook è soltanto una commedia, la parodia di una situazione. Ogni cosa che si vede nel lungometraggio è visto attraverso il filtro dell’umorismo.».

Certamente è una commedia, un film, nel quale però le donne sono le vere protagoniste. Tra uno svolazzare di chador, di sfoggio di cellulari e di un vortice di social, emerge la realtà femminile iraniana alla quale non siamo abituati, poiché è ben diversa da come viene dipinta dai mezzi di informazione di massa occidentali, che spesso obbediscono a logiche di propaganda piuttosto che a una coraggiosa ricerca della verità.

Il mainstream occidentale si è impegnato in una vera e propria campagna di demonizzazione della realtà iraniana, presentando icone femminili di ambienti socialmente e topograficamente retrogradi.

Infatti, al centro di “Pig” c’è la rabbia del protagonista Hasan, un regista iraniano sanguigno e barbuto che incontra soltanto difficoltà nel voler realizzare il suo prossimo film, ma a tener desta l’attenzione dello spettatore sono le protagoniste nei loro vari ruoli. Shiva, l’ attrice preferita del regista Hasan, che lo tormenta perchè è impaziente di lavorare. La moglie Goli, che sembra essersi disinnamorata di lui. La figlia Alma che è oramai troppo cresciuta e lo disorienta con il tambureggiare dei social. Infine l’amorevole madre che sembra stia morendo, invece lo sgrida, lo tallona, ma che alla fine con una fucilata gli risolve il dramma.

Quanto basta per stimolare la curiosità sulla partecipazione femminile alla vita sociale, politica e religiosa della Repubblica islamica, sulla quale prevale – ripeto – il mainstream occidentale mobilitato – da quando sbarcò a Teheran l’imam Komeini – in una vera e propria campagna di demonizzazione della realtà iraniana, presentando icone femminili di ambienti socialmente e topograficamente retrogradi. Con questo non voglio dire che in Iran sia tutto perfetto, anzi. Ma è pure vero che la società iraniana di cui la donna è parte importante non è quanto si riesce a vedere dall’estero. L’Iran reale è molto più contradditorio – lo conferma “Pig” – e non corrisponde alle immagini che offrono le televisioni e i giornali delle nostre parti.

“La donna velata è una perla nella sua conchiglia”; “Il velo è la barricata delle donne”; “Colei che è bella per il suo pensiero, non mette in mostra la bellezza del suo corpo”. E così declamando ne obbligano l’uso in tutti gli edifici pubblici.

Ogni volta che si cita velo o chador, raramente si ricorda che, dalla fine degli anni Ottanta esiste il Consiglio culturale e sociale della donna, che agisce sul piano giuridico per tutelare le donne nel lavoro, nella famiglia e nella società. Tutte le fondazioni di assistenza sociale create dopo la Rivoluzione hanno una sezione femminile diretta da donne. La maggioranza delle lauree universitarie è conseguita dalle donne. Ma il dato ancor più clamoroso è che le donne ammesse alla scuola teologica di Qom (il Vaticano della religione Sciita) possono raggiungere la qualifica di marja-e taqlidm, di giurista sciita duodecimano, una delle cariche più elevate di quella religione.

Naturalmente, l’Islam sciita fa storia a sé. Il “Rinascimento persiano”, quello dei poeti che cantavano l’amore e il vino, dei palazzi fastosi, dei veli e dei cuscini, quello delle miniature con i volti languidi dei cavalieri che tanto eccitavano Byron e poi Chatwin, è agli antipodi del puritanesimo imposto dagli ayatollah. I quali alle donne impongono il velo – hejab in lingua farsi -, e indorano la pillola spiegando loro che, “Ia donna velata è una perla nella sua conchiglia”; “Il velo è la barricata delle donne”; “Colei che è bella per il suo pensiero, non mette in mostra la bellezza del suo corpo”. E così declamando ne obbligano l’uso in tutti gli edifici pubblici.

In “Pig” le donne lo indossano anche nell’interno delle case. Una precauzione forse di Haghighi per scansare la censura, per non ritrovarsi nelle blacklist dei registi ai quali viene impedito di girare, come accade a Jafar Panahi, benché tre anni fa abbia vinto l’Orso d’Oro della Berlinale. Accadde, è accaduto con Panahi e può accadere ancora, perché è sempre difficile da interpretare quello che frulla nella testa dei preti, ad ogni latitudine. Fortunatamente, si fa per dire, tra il clero iraniano fa ancora testo l’esempio dell’ imam Khomeini che si armò di un tale pragmatismo da non esitare a rimpastare la sharia pur di raggiungere i propri obiettivi. D’ora in avanti i mullah dovranno tenere in gran conto soprattutto a Teheran la “potenza di fuoco” delle donne, le quali anche con i social ci sanno stupendamente fare. Succede in un paese dove ha un account Facebook persino il presidente Hassan Rouhani, benché Twitter e Facebook siano stati banditi in Iran dal 2009.

 

Una scena del film in cui si vede il protagonista Hasan, un regista iraniano sanguigno e barbuto che incontra soltanto difficoltà nel voler realizzare il suo prossimo film, assieme alla figlia Alma che è oramai troppo cresciuta e lo disorienta con il tambureggiare dei social.

In contemporanea su Linkiesta

22 febbraio 2018