La gestione del Ministero viene affidata al ministro degli Interni, al bavarese cristiano sociale Horst Seehofer che promette di essere uno sceriffo pronto a difendere l’identità tedesca minacciata dall’invasione dei profughi, propiziata dall’ingenua Angela Merkel, che la Baviera, a suo tempo, voleva denunciare alla Corte Costituzionale per tradimento.

Heimat non si traduce con patria, come hanno imparato gli italiani grazie alla fortunata serie tv di Edgar Reitz (1981). Non è Vaterland, la patria per cui si muore in battaglia, ma la piccola patria, come dire casa nostra. Di Vaterland ne abbiamo solo una, le Heimat possono essere diverse, ma tutte in Germania.

 

di Roberto Giardina

 

A Berlino nasce l’Heimat Ministerium. C’è da sorridere o da preoccuparsi? Nel giorno in cui, dopo tanta attesa, si è arrivati a stipulare l’accordo per la terza Große Koalition, è una notizia passata in secondo piano. E, naturalmente, fraintesa. Nella prussiana Berlino non l’hanno presa tanto bene, tra critiche e prese in giro. Anche perché viene affidato al bavarese Horst Seehofer, e la Baviera non è tanto amata al nord. Sentimento ricambiato nella meridionale Monaco, e dintorni.

Va subito precisato che non si tratta di un vero ministero, ma di una funzione affidata a un dicastero già esistente. L’idea non è nuova. L’Heimat Ministerium esiste già dal 2013 e, non è un caso, in Baviera. A Monaco dell’Heimat se ne occupa il ministro delle finanze che deve tutelare la cura dei monumenti della patria nazionale, dai disneyani castelli di re Ludwig ai resti degli edifici nazisti, che vanno in malora ma stanno sempre in piedi, tanto per smentire la nostra Boldrini, secondo cui la Germania, al contrario di noi, aveva cancellato il recente passato.

Particolare che inquieta (a ragione) molti è che l’Heimat a livello nazionale viene affidata al ministro degli interni, a Seehofer che promette di essere uno sceriffo pronto a difendere l’identità tedesca minacciata dall’invasione dei profughi, propiziata dall’ingenua Angela Merkel, che la Baviera, a suo tempo, voleva denunciare alla Corte Costituzionale per tradimento.

Però Heimat non si traduce con patria, come hanno imparato gli italiani grazie alla fortunata serie tv di Edgar Reitz (1981). Non è Vaterland, la patria per cui si muore in battaglia, ma la piccola patria, come dire casa nostra. Di Vaterland ne abbiamo solo una, le Heimat possono essere diverse, ed io che ho compiuto 18 traslochi in vita mia a causa della professione, ne ho una mezza dozzina, da Palermo a Berlino passando per Torino.

Naturalmente, a Berlino si sorride, perché la Heimat di Seehofer è quella dei calzoncini di cuoio bavaresi. E i berlinesi hanno sempre il complesso di vivere in una metropoli provinciale a confronto di Parigi, o di Londra, persino di Roma e di Milano. I Lederhosen non li sfoggiava anche Adolf Hitler? prevengo la domanda. Certamente, l’Heimat è un tema caro alla destra, infatti piace alla Fpö, i liberali austriaci malati di nostalgia. Seehofer è preoccupato: a ottobre si vota in Baviera, e la sua Csu, i cristianosociali, sono precipitati dal 57 al 40 per cento a causa dei populisti dell’AfD. Vuole arginare l’estrema destra, e corre volutamente il rischio di imitarla?

L’equivoco è dietro l’angolo. Pensare all’Heimat potrebbe essere il modo giusto per bloccare gli estremisti. Molti leader dell’AfD, l’Alternative für Deutschland, destano più di un sospetto, e cercano di guadagnare i voti dei neonazi. Ma almeno due terzi degli elettori votano AfD perché sono intimoriti e disorientati, per la presenza di troppi stranieri. Non si sentono tutelati a casa loro, e non importa che questa preoccupazione sia motivata o meno. Se la sentono, vanno capiti e rassicurati, non insultati come neonazi.

Le statistiche non contano: la presenza dei profughi sul territorio non è omogenea. Nel mio quartiere di Berlino non ne ho finora incontrato uno. In certe strade della capitale, la polizia esita a entrare, sono controllate da bande di arabi, come nelle banlieu parigina o a Stoccolma. Ma basta ricordarlo per essere accusati di razzismo. Il punto di svolta, è stata la notte di violenze al Capodanno del 2015 a Colonia, oltre 900 donne aggredite da giovani profughi, che i media tentarono di occultare. La censura è diventata un boomerang. L’AfD ha sfruttato la situazione e il suo successo ha destabilizzato il paese più forte d’Europa.

Personalmente, temo che Seehofer finirà per esagerare, ma pensare all’Heimat in sé non sarebbe un male. Non esiste più la grande Germania, tranne che per pochi fanatici, ma un paese fatto da tante realtà locali, dalla Lubecca di Thomas Mann, alla Bonn di Adenauer. Un po’come in Italia: la nostra Heimat è quella di Alberto Sordi o della Fiat 500 e della Ferrari, non quella dei giustizieri che si coprono con il tricolore.

A stravolgere la vita dei tedeschi è stata la notte di violenze al Capodanno del 2015 a Colonia, oltre 900 donne aggredite da giovani profughi, che i media tentarono di occultare. La censura è diventata un boomerang. L’AfD ha sfruttato la situazione e il suo successo ha destabilizzato il paese più forte d’Europa.

 

8 febbraio 2018