Trentanove anni dopo l’arrivo di Khomeini la Repubblica Islamica dell’Iran nata il 12 febbraio 1979  sta vivendo una tra le sue fasi piu’ critiche percorsa com’è da laceranti tensioni sociali, economiche e politiche sostenute da una disobbedienza sociale sempre più accanita e condivisa.

L’arrivo dell’ayatollah Khomeini a Teheran (1 febbraio 1979).

Il 13 gennaio del 1979 due milioni di iraniani chiedono il ritorno di Khomeini, le dimissioni del premier e l’abdicazione dello scià. Il 16 Muhammad Reza Shah acconsente a lasciare l’Iran, decisione peraltro già annunciata due settimane prima. Il 19 Khomeini rimette al popolo la decisione sul destino del Paese: ancora una volta la gente si schiera con l’ayatollah. Le autorità chiudono l’aeroporto della capitale per impedire il ritorno di Khomeini. Riprendono le proteste e durante una di queste (il 27 e il 28 gennaio) ventotto dimostranti rimangono uccisi. Dopo la riapertura dell’aeroporto grazie all’intervento di alcuni tecnici, il 1 di febbraio Khomeini torna in Iran, accolto da tre milioni di iraniani in festa, molti dei quali paragonano il viaggio dell’Imam da Parigi a Teheran all’egira di Maometto dalla Mecca a Medina nel 622. Alla domanda di noi giornalisti presenti all’areoporto, sulle sue sensazioni al rientro in patria dopo quattordici anni di esilio, l’Imam ci rispose icci (“nulla”), a sottolineare la propria sottomissione alla volontà di Dio . Tra i giovanissimi dimostranti contro il regime di Reza Shah c’era anche Kamran Babazadeh, l’autore di questo articolo, che all’indomani della rivoluzione è emigrato in Italia e poi in Svizzera dove per oltre quindici anni ha lavorato per OSAR ( l’organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati), “Una bellissima esperienza umana di un biologo mancato”, dice di sé Kamran, e poi ci descrive il suo Paese. Buona lettura. vm

di Kamran Babazadeh

Al compimento del trentanovesimo anno della sua nascita, il prossimo 11 febbraio, la Repubblica Islamica dell’Iran si trova nella sua fase piu’ critica per quanto riguarda le tensioni sociali, economiche e politiche, accompagnate da una disobbedienza sociale sempre piu condivisa.

La società persiana è caratterizzata da una popolazione dinamica in rapida crescita, soprattutto nel contesto urbano, fortemente scolarizzato ( tasso di iscrizione all’università al 70 per cento di cui 68 per cento donne).

Ad una forte spinta dinamica interna corrisponde un sistema economico dipendente dall’esportazione di gas e petrolio, specchio della complessa architettura politica del paese.

Al momento il presidente del Paese, il riformista Hassan Rouhani si trova tra due fuochi: da una parte osteggiato dagli ultraconservatori per la politica di distensione con l’occidente, che ha portato all’accordo nucleare, dall’altra parte è criticato dalla base dei suoi sostenitori, che lamentano lo scarso impatto dei successi conseguiti dall’Iran a livello internazionale sul loro tenore di vita e sulle numerose aspettative riformiste e progressiste completamente disattese.

Il Presidente, quindi, ha il merito di aver rafforzato il Paese, ma sconta lo scarso impatto sulla popolazione. Esiste una forte contrapposizione tra l’Iran “profondo” conservatore, e la componente urbana del paese, soprattutto la piu’ giovanile e colta, con un’alta formazione professionale, ma con una scarsa opportunità lavorativa.

Studentesse della Isfahan University

Rouhani si trova ad affrontare una grande sfida, che vincerà se sarà in grado di realizzare il suo programma politico che gli era valso a conquistare la carica di Presidente della nazione. Tra le riforme auspicate c’è l’impegno a dare maggiore visibilità e realizzazione alle richieste delle fasce giovanili del paese (quella nate dopo la rivoluzione del 1979), e l’impegno di rafforzare l’autorità di vigilanza e di controllo della Banca centrale sull’economia. Naturalmente l’impegno più gravoso è il ridimensionamento dei centri di potere ultraconservatori ( fondazioni e cooperative parastatali, per lo piu’ esentasse e il cui libri contabili sono visti soltanto dalla Guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei), che sono i più spietati contro ogni – seppur minimo – segnale di riforma.

Dove andrà l’Iran? La risposta è ardua. Molti fattori fanno prevedere una svolta drammatica della situazione dopo la morte della Guida Suprema, oramai di salute cagionevole. Infatti, manca una figura carismatica e geniale che mobiliti attorno a sè le varie anime della società iraniana. E’ anche difficile dire, a tutt’oggi, chi potrà emergere dalla lotta che si scatenerà per la sucessione. Forse si instaurerà una forma moderata riformista di governo islamico, senza una guida suprema, o forse i militari Pasdaran e i paramilitari Bassiji ricorreranno al colpo di Stato per sistemare le cose. Quest’ultima ipotesi – la peggiore – sembra oggi la piu’ probabile.

Da sinistra: La Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei e il presidente Hassan Rouhani

9 febbraio 2018