l 12 maggio scadrà una data cruciale perché se si deciderà di ripristinare le sanzioni atomiche contro Teheran, e dunque di riportare tutto indietro di annullare tutto quello che era stato sottoscritto da Obama sarà un duro colpo per il sistema-Occidente. (Nella foto sopra: Giovani iraniani celebrano l’accordo sul nucleare, Teheran, 14 luglio 2015, Reuters/Tima)

I ministri degli esteri e i rappresentanti di Stato, dopo la firma dell’accordo sul nucleare in Iran, palazzo delle Nazioni Unite, Vienna, 14 luglio 2015, Reuters/Carlos Barria

ll 12 maggio scadrà una data cruciale perché se si deciderà di ripristinare le sanzioni atomiche contro Teheran, e dunque di riportare tutto indietro sarà un duro colpo per il sistema-Occidente. Per questo motivo il presidente francese ripeterà a Trump ciò che ha detto prima di ‎partire per Washington: non esiste un “Piano B” e dunque, l’uscita degli Stati Uniti dalle intese internazionali firmate nel 2015 con Teheran, finirebbe ‎con la destabilizzazione ulteriore del Medio Oriente e rilancerebbe una corsa alle ‎produzione di armi nucleari da parte dell’Iran e dei suoi avversari, Arabia saudita in ‎testa. Un avvertimento che ripeterà nei prossimi giorni la cancelliera tedesca Angela ‎Merkel, anche lei attesa a Washington. Intanto Teheran resta in attesa e mantiene una linea cauta, evitando lo scontro diretto con la ‎Casa Bianca. Tuttavia il ministro degli esteri Mohammad Javad Zarif intervenendo ‎alla trasmissione “Face di Nation” dell’emittente statunitense Cbs, non ha mancato ‎l’occasione per far sapere che l’Iran ‎«dispone di diverse opzioni che non sono ‎piacevoli‎», inclusa la ‎«ripresa delle attività nucleari ad un ritmo più elevato‎», ma ha ‎escluso lo sviluppo di arme nucleari perché l’Iran ‎«non ha mai voluto produrre una ‎bomba‎‎». L’autore di quest’articolo Kamran Babazadeh  nel 1978 era tra i giovanissimi che a Teheran erano scesi in piazza per dimostrare contro il regime dello scià Reza Pahlevi.  All’indomani della rivoluzione è emigrato in Italia e poi in Svizzera dove per oltre quindici anni ha lavorato per OSAR ( l’organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati), “Una bellissima esperienza umana di un biologo mancato”, dice di sé Kamran, e poi ci descrive il suo Paese. Buona lettura.

 

di Kamran Babazadeh

Nel luglio 2015 è stato siglato uno storico accordo sul nucleare iraniano tra l’Iran e i paesi membri del Consiglio di Sicureza dell’ONU con potere di veto (Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina), piu la Germania. L’accordo prevedeva l’eliminazione delle sanzioni economiche imposte all’Iran (che si stima abbia portato un beneficio che s’aggira intorno 100 miliardi di dollari) e l’accettazione da parte iraniana di limitare il proprio programma nucleare e permettere periodici controlli, da parte dell’ONU, alle sue installazioni nucleari.

In realtà, in questi tre anni, nonostante l’alleggerimento delle sanzioni economiche, all’Iran è stata ancora preclusa la possibilità di avere rapporti con le banche internazionali. La reintegrazione nell’economia mondiale del Paese è stata intenzionalmente “rimandata”, così da creare malcontento nel popolo iraniano, che invece sperava in una rapida ripresa economica, come gli era stato promesso.

Ora l’accordo sta vacillando. Donald Trump ne vuole l’affossamento, e il 12 maggio 2018 sarà il giorno cruciale perché si deciderà se prolungare i termini di questo accordo oppure no.

Se le ultime nomine di Trump possono essere considerate un indicatore di tendenza, c’è poco da essere allegri e ottimisti. Mike Pompeo, ex capo della CIA, sostituisce il segretario di stato Rex Tillerson per divergenze d’opinioni su come trattare con l’Iran. Inoltre, John Bolton, nominato consulente per la sicurezza nazionale, è considerato da molti una minaccia per la sicurezza globale. Egli detesta le Nazioni Unite e qualsivoglia legge internazionale. E’ un guerrafondaio che vuole fare a pezzi l’accordo nucleare e bombardare l’Iran.

Si prospetta che Washington dialoghi con la Corea del Nord, che annuncia a sorpresa di sospender test nucleari, e di un probabile incontro tra Trump e Kim Jong Un nel prossimo maggio. Una svolta diplomatica che sostituisce la gara dei “ bottoni rossi” alla quale si dedicavano fino a poco tempo fa i due presidenti.

Se da una parte si dialoga con la Corea del Nord per raggiungere un accordo di denuclearizzazione, dall’altra parte si lavora per smontare l’accordo raggiunto con l’Iran. Sono due eventi a guardare bene, assolutamente incoerenti, incomprensibili e contraddittori che possono generare un doppio fallimento, sia nella penisola coreana che in Medio Oriente.

Come convincere Kim Jong Un che in futuro l’accordo sarà rispettato, se un cambio di Presidente negli USA puo’ rimettere in discussione la parola data dal Paese? Il Leader nord coreano rinuncerà a quella che è sempre stata presentata come la sua “assicurazione sulla vita”, in cambio di un accordo che puo’essere stracciato in ogni momento? A Kim Jong Un disarmato gli si potrebbe prospettare una conclusione alla Gheddafi, probabilmente ci starà pure pensando.

Ma torniamo al mio paese l’Iran. Nel caso non venisse certificato il testo sulla denuclearizzazione concordato con Teheran, l’Europa, e in particolare Parigi, Berlino e Londra avranno la forza di salvare l’accordo? La Russia e la Cina fanno sapere di essere pronte a bloccare un tentativo degli ‎Stati Uniti di sabotare l’accordo ma l’Amministrazione Trump, pressata dalla ‎monachia saudita e dal governo Netanyahu, che si è lungamente battuto contro il ‎Jcpoa e chiede l’imposizione di nuove sanzioni internazionali contro l’Iran, ripete ‎che se non ci saranno modifiche all’accordo, il prossimo 12 maggio non lo ‎certificherà più.

Fin dalla campagna elettorale, Trump definiva l’accordo iraniano “il peggiore mai negoziato dagli USA”. Il suo ingresso a gamba tesa nella strada tracciata dal suo predecessore Obama ha stravolto il contesto. Se non si troveranno punti in comune tra i quattro partner occidentali tali da far restare in piedi l’accordo (ossia, se Regno Unito, Germania e Francia non riusciranno a convincere Trump a restare dentro), la conseguenza sarà un duro colpo per il sistema-Occidente.

24 aprile 2018