Che cosa significa ‘denuclearizzazione’ nei negoziati per porre fine alla Guerra di Corea? Quello che manca in tutto quello che si è detto, è stato un qualsiasi resoconto circa la lunga storia di armi nucleari nella Corea del Sud, dove gli Stati Uniti, anche 65 anni dopo la fine dei combattimenti sulla penisola, mantengono almeno tre basi militari e 28.000 soldati pronti al combattimento.

I cittadini della Corea del Sud guardano una barriera anticarro costruita lungo la zona demilitarizzata coreana (DMZ) tra Nord e Sud Corea, il 10 agosto 1990. (AP Photo / Ahn Young-joon)

di Dave Lindorff

I resoconti e i commenti sulla stampa, così come le dichiarazioni politiche che arrivano da Washington sulla sorprendente fioritura di colloqui tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, tendono a incentrarsi sulla domanda: il leader nordcoreano Kim Jong-un fa davvero sul “serio” circa l’eliminazione del suo arsenale di armi nucleari di recente sviluppato, o se cercherà soltanto di mantenere ciò che ha, mentre condanna le minacce militari degli Stati Uniti al suo regime.

Quello che manca in tutto quello che si è detto, è stato un qualsiasi resoconto circa la lunga storia di armi nucleari nella Corea del Sud, dove gli Stati Uniti, anche 65 anni dopo la fine dei combattimenti sulla penisola, mantengono almeno tre basi militari e 28.000 soldati pronti al combattimento.

Quella storia comprende il fatto che gli Stati Uniti mantengono 950 bombe nucleari e vari dispositivi di lancio – razzi, aeroplani e perfino obici che sparano nel raggio di miglia dal confine nordcoreano.

Un eccellente rapporto del 2017 del Bollettino degli Scienziati Atomici, basato su documenti del Dipartimento della Difesa, pubblicamente disponibili, fornisce una storia dettagliata del fatto di avere radunato armi nucleari – strategiche e tattiche in Corea del Sud durante almeno 33 anni dei 65 durante i quali Stati Uniti e Corea del Nord sono state ufficialmente in stato di guerra. Quel rapporto chiarisce che la Corea del Nord continua a essere al centro del bersaglio per i sottomarini statunitensi Trident che sorvegliano il Pacifico del Nord e per velivoli con capacità nucleare che sono di base a Guam, a Okinawa e forse o potenzialmente in Giappone, dove gli Stati Uniti hanno un’importante base navale.

Il rapporto afferma che le armi nucleari degli Stati Uniti sono state infine completamente rimosse dalla Corea del Sud nel 1991, su ordine del Presidente George H.W. Bush, ma ci sono state discussioni per riconsegnarle in varie occasioni, quando aumentavano le tensioni sulla penisola, anche recentemente, nel 2011, durante l’amministrazione Obama.

Nei resoconti degli Stati Uniti sui negoziati di pace tra Corea del Nord e la Corea del Sud, e nelle congetture sul fatto che Kim Jong-un sia “serio” l’ipotesi che il suo paese “rinunci” alle testate nucleari, di solito si diche che, mentre la “denuclearizzazione” per gli Stati Uniti significa che Kim rinunci alle sue testate nucleari, quel termine per Kim e per la Corea del Nord potrebbe significare la richiesta che gli Stati Uniti ritirino le loro truppe dalla Corea del Sud e chiudano le loro basi là.

Come ha scritto il New York Times in un articolo di domenica scorsa:

Non ha neanche chiarito come definisce ‘una Penisola coreana libera dal nucleare’ e specialmente se questo significa un ritiro o una importante riconfigurazione delle truppe americane di base nella Corea del Sud, come ha chiesto in precedenza.

Data la lunga storia degli Stati Uniti di piazzare armi nucleari in Corea del Sud, sarebbe comprensibile che Kim si preoccupi di lasciare lì quelle truppe. Quello che gli Stati Uniti hanno in Corea non si intende che sia un baluardo contro un’altra invasione nord-coreana. Dopotutto, data l’enorme influenza della Cina su quello che i giornalisti americani hanno per molto tempo chiamato il “regno eremita” qualsiasi attacco del Nord contro il Sud, è altamente improbabile in questi giorni. Inoltre, in ultima analisi, che cosa farebbero 28.000 soldati contro un esercito di oltre un milione, sostenuto dalla Cina. Gli Stati Uniti, invece, fin dall’armistizio che concluse la Guerra di Corea nel 1953, usavano le loro basi come piattaforme per minacce strategiche contro sia la Cina che l’Unione Sovietica, e, in seguito, contro la Russia.

Fino a quando quelle basi sono là, mantenute e fatte funzionare da quei 28.000 soldati statunitensi, è facile, con scarso preavviso, trasferirvi velivoli con capacità nucleare e navi che metterebbero gli armamenti nucleari americani sulla soglia della Cina e della Russia. Queste basi, danno inoltre, agli Stati Uniti la capacità, se lo volessero, di introdurre armi che minaccerebbero la Corea del Sud di annientamento o nucleare o non nucleare con scarso preavviso (come dimostrano le gigantesche bombe che si dice il Pentagono di recente abbia traferito vicino alla Corea del Nord quando Trump minacciava Kim con “fuoco e furia”, appena pochi mesi prima).

Senza dubbio Kim, (che ha ricevuto un’eccellente educazione in Svizzera quando era giovane) ha tanta storia in mente quando tratta con gli Stati Uniti. E’ la storia del sup paese che è stato completamente raso al suolo durante la Guerra di Corea, in misura tale che verso la fine del conflitto i piloti dei bombardieri americani tornavano in Giappone e in altre basi con carichi completi di bombe che scaricavano nell’Oceano per motivi di sicurezza prima dell’atterraggio, perché non trovavano più altri obiettivi da colpire. Ogni ponte pedonale ed edificio a due piani nel Nord era stato distrutto, e un terzo della popolazione era morto.

C’è anche la storia degli Stati Uniti che invadono e distruggono i paesi i cui leader non si prostrano per soddisfare in modo appropriato le richieste degli Stati Uniti, dal Nicaragua e Grenada e da Panama all’Iraq, alla Libia e, di recente, alla Siria. E Kim, di certo ha in mente anche l’Iran, dove è stato raggiunto un accordo da sei paesi guidati dagli Stati Uniti, con il governo iraniano in base al quale l’Iran ha accettato fermare il trattamento del combustibile nucleare, e di consegnare alla Russia tutto il suo uranio arricchito e il plutonio, in cambio dell’abolizione delle sanzioni, soltanto per poi avere il successivo presidente che si tira indietro rispetto a questa abolizione, per poi minacciare di recedere interamente dall’accordo con un attacco all’Iran che viene sollevato come probabile opzione.

Sarebbe realmente scioccante se, data tutta la sua storia, Kim dovesse accettare semplicemente di liberare delle armi nucleari e dei missili che il suo paese ha di recente sviluppato con successo, permettendo, contemporaneamente, agli Stati Uniti, di continuare a mettere basi militari ed avere il controllo operativo delle forze armate della Corea del Sud, il tutto con la promessa che gli Stati Uniti non attaccherebbero il Nord in qualsiasi momento futuro.

Gli accordi statunitensi di questi giorni non sono considerati ampiamente di grande valore, e questo è certamente una preoccupazione per il governo di Kim, dato che negozia con gli Stati Uniti e affronta le richieste americane di rinunciare alle sue armi nucleari.

Rimane taciuto nella maggior parte dei resoconti giornalistici degli Stati Uniti su questa situazione anche la base storica per cui gli Stati Uniti hanno quelle basi nella Corea del Sud. Non c’entra il fatto che la Corea del Sud sia un alleato devoto degli Stati Uniti e che li abbia invitati a mettere truppe e a costruire basi là. La Corea del Sud non ha alcuna scelta o voce in capitolo nella faccenda. Gli Stati Uniti, fin dall’originaria risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 1950, che autorizzava una forza dell’ONU a combattere il Nord, sono stati designati come paese a capo delle forze di spedizione dell’ONU in Corea del Sud e, in quanto tale, il Pentagono ha conservato il controllo sulle forze armate della Corea del Sud e ha il diritto sanzionato dall’ONU di avere truppe che occupano il territorio sudcoreano (con l’immunità da parte della legge della Corea del Sud).

Questo è il motivo per cui Trump è stato in grado di ordinare la collocazione in Corea del Sud di batterie anti-missili di Difesa d’area terminale ad alta quota (THAAD) molto controverse, malgrado le obiezioni sia dei Sudcoreani che del governo di Moon Jae-in. Questi missili sarebbero di nessuna o di scarsa utilità contro qualunque attacco nordcoreano, ma che in realtà minacciano e prendono di mira la Cina, proprio come le batterie antimissili che gli Stati Uniti hanno installato nei paesi dell’Europa dell’Est e che continuano a insistere pubblicamente che servono a difendersi non da missili iraniani inesistenti, ma che in effetti costituiscono una minaccia mortale nel caso di un potenziale primo attacco alla Russia.

Una complicazione per gli Stati Uniti è che se la Corea del Nord di Moon e la Corea del Nord di Kim, da sole, dovessero accettare di firmare un accordo di pace, sarebbe difficile che gli Stati Uniti insistano che esiste ancora uno stato di guerra sulla penisola coreana. Si farebbero gioco di una prolungata risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU che designa le forze armate degli Stati Uniti come responsabili di una forza di sicurezza guidata dall’ONU, là, e di qualsiasi prosecuzione delle basi statunitensi nella Corea del Sud.

Pochi americani sono consapevoli di questo, ma c’è un profondo e piuttosto diffuso risentimento in Corea del Sud, non soltanto in quella del Nord, contro gli Stati Uniti che è considerato ampiamente come il paese che ha nominato e poi appoggiato, sin dalla fine della II Guerra mondiale una serie di brutali dittatori a Seoul, e di avere anche autorizzato il massacro fatto dalle forze armate sudcoreane di migliaia di persone, in seguito a un’insurrezione nella città sudcoreana di Kwangju, contro uno di quei dittatori nel 1980.

Anche le truppe statunitensi, che sono esenti dalla legge della Corea del Sud, sono ampiamente risentite. Molti sudcoreani non sopportano che il loro paese venga trattato come una pedina nelle relazioni con la Cina e la Russia. Mentre c’è un gruppo piuttosto piccolo di persone di destra nella Corea del Sud che si oppone veementemente a qualsiasi facilitazione delle relazioni con il Nord comunista, i sudcoreani che conosco negli Stati Uniti, come la maggioranza dei loro connazionali, sono stati selvaggiamente eccitati per il recente riavvicinamento tra le due metà della loro nazione a lungo divisa.

La mia supposizione è che questa sarà la strategia della Corea del Nord nei negoziati: se Kim Jong-un non riesce a far firmare agli Stati Uniti un accordo di pace completo con il suo paese che comprenderebbe la rimozione di quelle basi statunitensi, e un accordo multilaterale appoggiato dalla Cina e dalla Russia in cui gli Stati Uniti accettano di non minacciare di nuovo un’invasione oppure di far cadere il governo, conserverà le sue testate nucleari come politica di assicurazione contro l’attacco degli Stati Uniti, e si rivolgerà semplicemente al Presidente Moon Jae-in per cercare di elaborare un trattato di pace bilaterale.

Poi, avendo le armi nucleari ancora intatte, come merce di scambio, potrebbe fare affidamento sulla pressione internazionale e su quella del governo di Seoul, per costringere gli Stati Uniti a chiudere le sue basi e a lasciare la Corea del Sud.

L’autore è stato corrispondente in Asia per la rivista Business Week per 5 anni(1992-1997, dislocato nell’ufficio di Hong Kong di quella rivitsa. Ha vissuto anche in Cina per un anno e mezzo e parla fluentemente cinese.

Fonte: https://www.counterpunch.org/2018/04/30/what-does-denuclearization-mean-in-the-negotiations-for-an-end-to-the-korean-war

Traduzione di Maria Chiara Starace  per © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

2 maggio 2018