Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung Thomas Mayer, professore, commentatore ed ex capo-economista di Deutsche Bank, spiega ai tedeschi perché le notizie che arrivano dall’Italia testimoniano la totale capitolazione dell’ideologia tedesca di fronte alle richieste dei sud-europei. 

di Thomas Mayer

Francia e Germania, quando si tratta di interpretare il ruolo che lo stato deve avere nell’economia e nella politica monetaria sono separate da una profonda “fossa renana”. Mentre in Francia prevale la convinzione che lo stato abbia il diritto di dirigere l’economia, in Germania dopo la seconda guerra mondiale prevalse l’opinione che lo stato dovesse restare fuori da questo ambito. La “fossa renana” durante tutti gli euro-salvataggi ha piu’ volte causato un forte attrito, fino a quando il governo federale non ha deciso di annacquare la posizione tedesca rendendola irriconoscibile.

Ciò è dimostrato dal sostegno dato alla trasformazione della Banca centrale europea di Mario Draghi nel prestatore di ultima istanza per gli stati e dalla dichiarazione di Meseberg concordata insieme ai francesi, con la quale in sostanza si mira a mettere in comune la responsabilità sui debiti delle banche e degli stati. Si potrebbe pensare che con questa capitolazione la disputa sulle diverse idee in merito all’architettura dell’unione monetaria sia finalmente terminata. Sarebbe un errore.

Fossa renana e barriera alpina

Alla fossa renana che divide Francia e Germania corrisponde una “barriera alpina” che separa Germania e Italia. E’ sicuramente vero che le opinioni dei politici e degli economisti in Italia non sono così omogenee come accade in Francia. Ma c’è ampio consenso lungo tutto lo spettro politico sul fatto che le politiche monetarie e fiscali svolgano un ruolo cruciale nel creare crescita economica e occupazione.

Ogni giorno le élite italiane si lamentano per la sofferenza del loro paese causata delle regole di politica fiscale ispirate dalla Germania e insistono sul fatto che la politica monetaria estremamente espansiva avviata dal presidente della BCE Draghi sarà indispensabile anche in futuro. Il nuovo governo italiano, che si è presentato come avversario delle élite, non fa eccezione.

Ciò emerge chiaramente anche da una recente presa di posizione di Paolo Savona, il Ministro per gli affari europei, a cui la mia collega Agnieszka Gehringer ha fatto riferimento poco tempo fa. Savona, che originariamente era stato indicato dai partner di coalizione come Ministro delle Finanze, ma la cui nomina in questo ruolo era stata bloccata dal Presidente Mattarella, parla di una riunione del 5 luglio a cui hanno preso parte il ministro Salvini, il ministro delle finanze Tria e il ministro Di Maio.

L’occasione dell’incontro era stata la formulazione di una posizione italiana nei negoziati per l’ulteriore sviluppo dell’Unione Europea. La squadra dei ministri tra le altre cose in quell’occasione aveva chiesto un ampliamento dello statuto della BCE. Oltre alla stabilità dei prezzi, la BCE dovrebbe impegnarsi anche a promuovere la crescita economica, come già avviene negli Stati Uniti. Inoltre sempre la BCE dovrebbe essere in grado di controllare il tasso di cambio dell’euro intervenendo sul mercato dei cambi, e agire come prestatore di ultima istanza per gli stati al fine di impedire gli “attacchi speculativi” dei mercati finanziari.

I ministri vorrebbero inoltre introdurre una “politica europea per gli investimenti” al fine di aumentare la non soddisfacente crescita economica e ridurre le differenze in termini di sviluppo e produttività tra i paesi dell’euro. Questa politica dovrebbe “sfuggire ai vincoli finanziari del bilancio europeo” e non essere piu’ soggetta alle limitazioni del patto di stabilità e crescita.

Il fallimento italiano dall’inizio della crisi finanziaria

Il dispiacere dei ministri è comprensibile in quanto l’economia italiana non è stata in grado di adattarsi ai vincoli imposti dalla moneta unica europea. Il fallimento è diventato particolarmente evidente negli ultimi dieci anni a partire dalla crisi finanziaria. Oggi la produzione industriale è del 15% inferiore rispetto ai livelli del 2008 e il prodotto interno lordo reale del 3,4% inferiore rispetto al 2008. Dieci anni di crescita negativa sono difficili da tollerare in qualsiasi società.

Dal punto di vista tedesco, che influenza anche le istituzioni dell’UE, le rigidità strutturali dell’Italia impediscono il necessario adattamento dell’economia alle esigenze create dalla moneta unica. Dal punto di vista italiano, tuttavia ad essere responsabile è la fine della politica di svalutazione della moneta e della spesa pubblica finanziata a debito, che ora invece dovrebbe essere applicata all’unione monetaria.

Venti anni di unione monetaria hanno evidenziato che la capacità di aggiustamento strutturale dell’Italia è molto limitata. Otto anni di crisi dell’euro hanno al contrario rivelato che il quadro istituzionale dell’unione monetaria è estremamente flessibile. Dal punto di vista italiano, è ben chiaro il modo in cui la barriera alpina può essere superata: eliminando ciò che resta delle posizioni tedesche.

Fonte: Frankfurter Allgemeine Zeitung

1 ottobre 2018