Agli otto senatori dissidenti della sinistra radicale ha fatto giungere la propria solidarietà Noam Chomsky, perché ha spiegato: «Il ruolo aggressivo della Nato pone minacce all’ordine globale.». Quel che  il semiologo e teorico no-global americano forse ignora è che gli otto casi di coscienza al Senato  potrebbero mettere a rischio il governo di Romano Prodi, quando il 17 e il 25 di luglio andrà in votazione il decreto sulla missione militare in Afghanistan. C’è da augurarsi che i dissidenti rientrino perché la presenza italiana in Afghanistan non può essere revocata.
 
di Vincenzo Maddaloni
 
Semmai dovrebbe essere ridiscussa e monitorata la posizione della Nato della quale l’Italia è parte integrante e che comunque è distinta in modo reciso dalla presenza militare americana in quel Paese. Se la sinistra al governo vuole riproporre delle strategie di antiterrorismo che tengano più in conto la pace che la guerra non può agire con i voltafaccia,  può farlo soltanto se saprà mantenere un credito internazionale che comporta anche degli obblighi. Si tenga a mente che oggi il perno dell’intero scacchiere mediorientale e mesopotamico sta nel rapporto tra Occidente e l’Iran. Con quella Repubblica degli ayatollah che è assente e presente a Baghdad,  a Bassora, nelle province di confine dell’Afghanistan occidentale, tra i palestinesi di Hamas, cioè nell’area di crisi più scottante della geopolitica mondiale. Kabul è in quell’area.
 
Negli ultimi anni gli equilibri complessivi di tutto il Medio Oriente sono stati modificati dalle scelte compiute dal governo degli Stati Uniti in risposta agli eventi dell’11 settembre 2001. Non è soltanto questione dell’intervento militare in Afghanistan e in Iraq e dell’appoggio sempre più incondizionato prestato dall’amministrazione Bush alla politica dei falchi israeliani: queste iniziative si inquadrano infatti in un disegno molto più ambizioso, che ha l’obiettivo strategico di assicurarsi il controllo incondizionato delle risorse energetiche di quella regione. E’ questo che conta, il fatto poi che si dichiari di combattere il terrorismo internazionale rovesciando con l´uso preventivo della forza, se necessario i regimi dittatoriali del Medio Oriente è un comodo pretesto.
 
Dunque, ha ragione il pakistano Tariq Ali, direttore di New Left Review quando scrive: « Dimentichiamoci dell’Islam per un minuto e pensiamo al petrolio. Se la maggior parte del petrolio del mondo (e anche il più economico da estrarre) non si trovasse al di sotto di dove vivono i musulmani, io dubito che qualcuno in Occidente si sarebbe preoccupato dell’Islam. Sono i petrodollari che ne hanno fatto rinascere l’interesse. ».
 
Il rischio che dalle minacce si passi nuovamente ai fatti ogni giorno diventa più concreto, perché gli Usa, incontrastata superpotenza globale in termini militari, seppure privi di risorse culturali indispensabili alla gestione planetaria, hanno la concreta possibilità di mettere in atto i loro avvertimenti. Infatti tutto è accaduto e accade sebbene  Bush senior, il padre di George W. arrestasse le sue truppe guidate da Colin Powell sulla strada di Baghdad poiché temeva che la caduta di Saddam Hussein avrebbe provocato il caos tra il Tigri e l’Eufrate e dissolto uno Stato finto, contenitore di etnie pronte a scatenare la guerra civile in tutta la regione.
 
Eppure gli Usa continuano a parlare di guerra preventiva, questa volta contro l’Iran, anche se i fatti dimostrano che non ci sono conflitti da vincere, ci sono invece guerriglie che possono mettere al tappeto eserciti invincibili con i morti che seppelliscono i morti in un inferno senza mai fine, perché, come scrive Ch­ris Hedges, corrispondente di guerra per il New York Times: « La guerra è una droga in cui si prova esattamente quel che provano i nostri nemici, quei fondamentalisti islamici che definiamo alieni, barbari, incivili. Anche se mi tormento per la ferocia che avrei fatto meglio a non vedere di persona, in certi momenti avrei preferito morire così, che tornare al tran tran della vita quotidiana. La pace ha fatto riemergere in me e in tanti di quelli che ho visto combattere quel vuoto ( che cos’è la vita? che senso ha?) che era  riempi­to dalla furia della guerra.».
 
Se questo è il quadro geo-politico la decisione da parte di alcuni senatori della sinistra radicale di votare contro il finanziamento delle truppe italiane dispiegate in Afghanistan appare molto deludente. Primo perchè è un brutto inizio per un governo che si affaccia sullo scenario internazionale con un programma già concordato sugli ideali e sulle decisioni da prendere anche sulla guerra e sulla pace. Secondo perché ci vuol poco a capire che mai come in questo momento la compattezza è d’ obbligo se si vuol rimanere una nazione attendibile. Terzo perché non si può essere semplicemente dei pacifisti senza impegnarsi attivamente a trovare soluzioni alle importanti problematiche del mondo, e tra le più importanti vi è anche il rispetto degli accordi che l’Italia ha siglato con i suoi alleati per dare aiuto nella ricostruzione dell’Afghanistan e per difendere il locale governo eletto.
 
John Lloyd, intellettuale blairiano ed editorialista del Financial Times qualche giorno fa ricordava che: « è adesso il turno della sinistra italiana di avvertire tutta la pressione di un nuovo tipo di globalizzazione, la globalizzazione della politica, degli ideali e delle decisioni da prendere sulla guerra e sulla pace. In America e in Gran Bretagna la sinistra ne ha sofferto. In Francia, Germania e Spagna le sinistre l’hanno evitata. La sinistra italiana, ora al governo, deve esperimentarla in forma acuta, perché così facendo potrebbe essere di esempio alle altre. ».

Il primo banco di prova potrebbe essere proprio il vertice del G8 che dal 15 al 17 luglio accoglierà a San Pietroburgo i leader delle potenze occidentali, e poiché discuteranno di energia su tutte incomberà il fantasma dell’Iran. Infatti, contro l’imposizione di sanzioni l’Iran da tempo ha messo in guardia l’Occidente minacciando di interrompere i rifornimenti energetici. “I primi a soffrire sarebbero l’Europa e gli Stati Uniti stessi, ci sarebbero problemi per i mercati regionali dell’energia, per l’economia europea e ancora di più per quella degli Stati Uniti”, ha dichiarato  il negoziatore capo iraniano del dossier nucleare Hassan Rowhani, sottolineando che il deferimento al Consiglio di sicurezza significa “giocare col fuoco”. “La stabilità nella regione diverrebbe fragile e gli Stati Uniti sarebbero i primi a soffrire”, ha  ripetuto.

Si tratta di mera propaganda? Si può ritenere di no perché l’Iran non è l’Iraq, e questa volta i pianificatori neoconservatori del regime change potrebbero scontrarsi con la Cina e l’India, le due nuove superpotenze emergenti che sono pronte a sostenere la Repubblica degli ayatollah pur di firmare contratti di fornitura energetica di lungo periodo. Al momento, in questa lunga e rischiosa partita a risiko, Washington non sembra nelle condizioni di imporre la sua volontà al mondo e dovrà valutare attentamente le sue scelte, se non vuole pagare un prezzo altissimo. Nell’immediato, il rischio maggiore è quello di azioni unilaterali non concertate da parte di Israele che finirebbero per contrapporre l’Occidente non solo all’Iran ma anche alla Cina e alla Russia, la quale è in via di progressivo avvicinamento strategico dopo il vertice del 15 giugno scorso dell’ Organizzazione per la cooperazione di  Shanghai (OCS). Sono  due blocchi con poteri possenti e letali, per i quali gli interessi in gioco sono di portata incredibile in quanto direttamente legati al futuro sviluppo delle economie asiatica e occidentale. E dunque, a ben vedere, dalla solidarietà internazionale agli Stati Uniti dopo l’11 settembre nella guerra globale al terrorismo ci si sta già avviando alla guerra globale per le risorse energetiche. Gli otto senatori “dissidenti” italiani se ne sono accorti?

7 luglio 2006