Per la Russia post-comunista è una tappa storica: da giugno, per la prima volta dai tempi degli zar, il rublo è convertibile al cento per cento. «È un segno che l’economia ha raggiunto una certa maturità», ha dichiarato soddisfatto il ministro delle Finanze, Aleksei Kudrin
 
 
di Vincenzo Maddaloni
La piena convertibilità  dovrebbe calamitare più investimenti stranieri e facilitare quelli russi all’estero. Il governo Fradkov aveva programmato il passo per il primo gennaio 2007, ma a maggio Putin ha annunciato a sorpresa un anticipo di sei mesi.

In buona parte per un calcolo politico: vuole presentarsi con le carte il più possibile in regola quando dal 15 al 17 luglio accoglierà a San Pietroburgo i leader della maggiori potenze occidentali per il vertice annuale del G8. Il leader del Cremlino non perde  occasione per reclamare il suo diritto ad una poltrona tra i Grandi della Terra con le enormi riserve di gas e petrolio a disposizione della Russia in un pianeta sempre più affamato di energia. Alla vigilia del vertice del G8 a San Pietroburgo in cui si discuterà appunto sulla crisi energetica mondiale, Putin ha un’altra carta da giocare, sicuramente la più importante. Infatti a margine del vertice dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (OCS), i due più importanti produttori di gas del mondo, la Russia e l’Iran, hanno concluso un accordo strategico che tutela non solo i loro comuni interessi, ma anche quelli del Pakistan e dell’India.

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E’ ufficiale. La Gazprom, compagnia statale russa, finanzierà la costruzione del gasdotto che dal 2009 collegherà l’Iran all’India passando per il Pakistan, un progetto invano osteggiato da Washington. L’idea di un gasdotto che colleghi l’Iran al Pakistan e all’India era stata avanzata da Teheran già nel 1996. La canalizzazione sarà lunga 2 775 km e costerà 7 miliardi di dollari. Il progetto deve essere completato nel 2009. A partire dal 2010, l’India ed il Pakistan potranno ricevere 35 miliardi di m3 di gas all’anno e 70 miliardi nel 2015. Secondo alcuni osservatori, questo riavvicinamento tra la Russia e l’Iran nel settore del gas creerà le condizioni necessarie all’emergere di un’organizzazione di paesi produttori di gas, analoga al cartello petroliero. L’unificazione delle reti di trasporto di gas russo e iraniano permetterà a Gazprom di partecipare alla gestione della quasi totalità del sistema di gasdotti asiatici. Tanto più che il Turkmenistan ha in vista l’integrazione in questo sistema (grazie al già esistente gasdotto Turkmenistan-Iran). Seguirà l’Asia centrale e ne risulterà un mercato del gas che riunirà il Turkmenistan, l’Iran, il Pakistan, l’India e la Cina. Il futuro economico di buona parte dell’Asia sembra assicurato, nel momento in cui quello degli Stati Uniti e, in misura minore, dell’Europa occidentale è minacciato.

Si tenga a mente che, accanto al petrolio, il gas naturale è l’altra grande ricchezza dell’Iran. Secondo l’Oil and Gas Journal, l’Iran contiene riserve di gas naturale per 940 trilioni (un trilione corrisponde a mille miliardi) di piedi cubi (Tcf), posizionandosi al secondo posto dopo la Russia. Circa il 62 per cento delle riserve non sono state sfruttate e questo significa che il settore del gas in Iran ha un enorme potenziale di sviluppo. Attualmente il gas naturale copre la metà del consumo energetico iraniano e il governo sta pianificando investimenti per miliardi di dollari allo scopo di innalzarne la quota. Tuttavia sebbene la domanda interna di gas stia crescendo rapidamente, l’Iran ha il potenziale per diventare un grande esportatore di gas naturale grazie alle sue enormi riserve. Nel 2002 ha prodotto circa 4,3 Tcf di gas naturale. Di questo solo l’1,1 per cento è stato reiniettato nel sottosuolo, in larga parte per operazioni di recupero della capacità estrattiva del petrolio.

Nel tentativo di far comprendere meglio al lettore lo spessore dell’amicizia che lega la Russia di Putin a l’Iran dell’ayatollah Khamenei e del presidente Ahmadinejad , occorre descrivere i retroscena che fanno da fondale a quest’accordo. Facilmente individuabili, anche se non altrettanto conosciuti, poiché i media, più preoccupati a intrattenere che a informare, vi hanno sempre prestato scarsa attenzione.

Infatti non tutti sanno che i pragmatici ayatollah si sono rivelati da sempre maestri come pochi altri nel conciliare ‘il diavolo con l’acqua santa’ e si sono mantenuti sempre cauti anche quando l’Urss era sull’orlo del collasso. Con la Russia del resto c’è una salda amicizia. Tra il 1989 e il 1993 l’Iran ha acquistato armamenti russi per dieci miliardi di dollari per riequipaggiare le sue Forze Armate dopo la devastante guerra con l’Iraq. Poi ha cominciato a comprare missilistica e tecnologia nucleare, a stringere le relazioni commerciali e a incrementare gli scambi energetici con Mosca. Il rapporto di amicizia si è consolidato su una preoccupazione comune ai due Paesi: considerare i talebani e l’influenza statunitense i due maggiori pericoli per la stabilità regionale. Sullo sfondo, l’impegno comune di non permettere agli Stati Uniti il controllo delle esportazioni di energia in Asia centrale. È l’Iran, infatti, che finanzia la costruzione di una ferrovia e di un gasdotto dal Turkmenistan a Meshad, nell’Iran orientale, che consentirà al Paese centroasiatico di esportare beni e gas in Iran e dai porti iraniani all’estero. È sempre l’Iran che sosteneva il Tagikistan di lingua persiana quando era impegnato a contrastare l’influenza uzbeca. All’inizio intervenne nella guerra civile tagica, ma poi gli ayatollah si resero conto che per mantenere l’alleanza della Russia non soltanto gli conveniva restare fuori dal conflitto, ma anche di impegnarsi nel far cessare la guerra.

È un’attenzione che Mosca coglie, apprezza, incoraggia. Infatti in nessun Paese dell’Asia centrale gli ayatollah propagandano i precetti della religione sciita o della rivoluzione islamica così come fanno in Medio Oriente. Il motivo è semplice e di natura religiosa: essi hanno capito che l’ideologia sciita non sarebbe bene accetta nell’Asia centrale di radicata tradizione sunnita. Molto meglio stringere relazioni tra Stato e Stato e saldarle con contratti commerciali cementati dalla riconoscenza, perché l’Iran è stato il maggior fornitore di armamenti dell’alleanza antitalebana e la sua caparbia volontà di tener testa ai talebani ne ha incrementato la stima nella regione. In realtà l’Iran ha un altro importante obiettivo strategico che collima con quello della Russia: bloccare la crescita del radicalismo islamico sunnita, sia che si manifesti con i talebani in Afghanistan, sia con gli estremisti sunniti in Pakistan, sia con gli integralisti del movimento islamico dell’Uzbekistan (Miu) e del partito extranazionale Tahrir il quale – muovendosi lungo le tortuose frontiere tra Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan – per anni ha tenuto in scacco l’esercito uzbeco, il più potente della regione. Inoltre, l’Iran più volte ha dato prova di determinazione rispondendo con forza ai frequenti massacri degli sciiti in Pakistan da parte dei gruppi estremisti sunniti e in Afghanistan da parte dei talebani, condannando il Pakistan e, in alcuni momenti, chiudendo i confini con l’Afghanistan talebano. Naturalmente la Russia ha tratto un enorme vantaggio dal fatto di avere un alleato solido e non minaccioso nell’ambito dell’Islam radicale, sebbene l’Iran appartenga alla fazione minoritaria della shi’ha. Il sodalizio funziona. Gli ayatollah riescono a tener testa con più vigore al confronto con gli Stati Uniti.

Così rivolgendo l’esportazione dell’Iran e del Turkmenistan verso l’India, e tenendo conto degli accordi stipulati con Algeria e Libia, il Cremlino  riduce sensibilmente le possibilità degli Europei di diversificare le loro fonti d’approvvigionamento di gas come s’augurava Bruxelles. D’ora in avanti bisognerà acquistare tutto il gas naturale necessario dalla Federazione Russa o da suoi alleati Iran in testa. Ahmadinejad può consolarsi portando a casa una vera e propria alleanza strategica con la Russia. A San Pietroburgo Bush avrà di che meditare.

15 luglio 2006