Sicuramente tra le dichiarazioni più coraggiose di Romano Prodi c’è quella al quotidiano egiziano Akhbar Elyom, quando disse che :”Senza un colloquio con l’Iran diventa molto difficile risolvere questa crisi”. Erano i giorni in cui la guerra in Libano più infuriava e la strage dei bambini di Cana s’era appena compiuta. Non è che Prodi avesse avuto una visione profetica, semplicemente s’era ricordato che l’Italia è il primo partner commerciale europeo dell’Iran, che buoni sono i rapporti tra i due Paesi, e che gli si offriva una buona occasione per rimediare al fatto che ai tempi del governo Berlusconi l’Italia era stata esclusa dalla “troika” europea incaricata di negoziare con il Paese degli ayatollah la de-escalation nucleare.
di Vincenzo Maddaloni

Oggi più di un generale sostiene che i buoni rapporti con l’Iran rappresentano un vantaggio per un’Italia impegnata in una grande scommessa politica che è quella di “costituzionalizzare” le milizie di Hezbollah, il “partito di Dio”. Il che vorrebbe dire “assorbirle” nell’esercito regolare libanese, con il duplice scopo di mettere le loro armi al servizio del comando militare libanese e del governo di Beirut. Nella sostanza Hezbollah, già presente nel governo, acquisterebbe più potere, ma insieme anche maggiori responsabilità, interne e internazionali. A questa soluzione lavora l’Italia, la Francia, il governo di Beirut, i Paesi arabi “moderati”. Siccome tutto ciò non può avvenire senza la disponibilità di Nasrallah, il capo di Hezbollah, e dell’Iran che lo sostiene meglio si capisce quanto siano preziosi per l’Italia i buoni rapporti con l’Iran nella guida di una missione complessa come questa. Dopotutto il suo successo rilancerebbe il ruolo dell’Unione europea sullo scacchiere mediorientale e consacrerebbe l’Italia “potenza del Mediterraneo”, come ha scritto la Sueddeutsche Zeitung, il principale quotidiano tedesco.

Tuttavia le difficoltà per arrivare a realizzare un progetto così ambizioso rimangono notevoli, anche per la scarsa disponibilità finora dimostrata dagli altri stati europei ad impegnarsi in un’operazione tanto delicata e insidiosa. In più c’è il presidente Bush che non perde occasione per mantenere lo scenario incandescente. Infatti, si è trasformata in un duro atto d’accusa contro l’Iran anche la conferenza stampa tenuta lunedì alla Casa Bianca. “Le violenze in Libano, in Iraq, a Gaza”, ha sostenuto il presidente degli Stati Uniti, sono originate da “gruppi di terroristi che vogliono fermare il processo democratico”. Teheran, ha poi aggiunto Bush, “sponsorizza Hezbollah” e “incoraggia una versione radicale dell’Islam”. “Immaginate – ha osservato – come tutto sarebbe più difficile se avesse l’arma nucleare”. La guerra in Libano, ha continuato il presidente statunitense, ha mostrato al mondo intero questa realtà, che è la sfida di questo secolo. “L’Iran – ha aggiunto – è parte del problema. Supporta Hezbollah e incoraggia il terrorismo islamico. Noi continueremo ad impegnarci per combattere una ideologia che non crede alla libertà”.

Così declamando Gorge W. Bush ha rilanciato ( le primarie di metà novembre si avvicinano) nell’opinione pubblica americana lo spettro evocato da Samuel Huntington, consulente tra l’altro del Pentagono, personaggio molto ascoltato e molto  discusso da quando ha pubblicato: “Lo scontro di civiltà e la ricostruzione dell’ordine mondiale” nel quale teorizza  un Clash of Civilization. E lo è ancora di più dopo l’uscita – estate 2005 – del suo ultimo libro, Who are we?, che si confronta con la questione dell’identità nazionale americana. « Anche Sparta e Roma sono infine cadute. E’ dunque giunta l’ora degli USA? », si domanda preoccupato Huntington. Se fino a ieri il divenire americani aveva, di fatto, sempre richiesto due shifts: quello dalla lingua ancestrale all’Inglese e quello dalla religione ancestrale al Protestantesimo o a una religione vicina a quest’ultima, oggi tutto questo non avviene e le ragioni sono diverse, sostiene Huntington. Cosa sta accadendo di così irrimediabile? Primo, negli Usa vivono minoranze ispaniche sempre più vaste e ci sono luoghi dove lo spagnolo è non solo la prima, ma proprio l’unica lingua (in particolare Florida e California). Secondo: negli Stati Uniti vivono circa 6 milioni di musulmani, la maggior parte non ha origini arabe, il 40 per cento dei musulmani è afro-americano, il 25 per cento sono Indo-Pakistani e il restante 35 per cento è composto da arabi, afgani, turchi, africani e caucasici (uzbeki, turkmeni, tartari etc…).  Circa i tre quarti degli Arabi-Americani sono immigrati negli Stati Uniti dopo il 1965 (quando l’Immigration Act ha portato ad un’estensione del sistema a quote). Questi fattori non basterebbero però a spiegare la crisi identitaria americana. Molto vi avrebbe influito  la scomparsa dell’Unione Sovietica nella quale gli americani vedevano la negazione speculare della propria identità, e si sentivano pertanto portati a sostenere con vigore –urbi et orbi- la propria city on the hill. Con la scomparsa del nemico di sempre, è venuta meno anche la voglia di identità, e il multicultularismo spinto a livello estremo ha fatto sì che molti americani vi abbiano addirittura rinunciato. Poi è arrivato l’attacco alle due Torri e i neoconservatori ne hanno approfittato  della provocazione di Huntington per scatenanare un gran chiasso mediatico. Così alla cosmopolitan America è subentrato il concetto della imperial America con il suo slogan: «invece di essere il mondo a plasmare l’identità americana, sarà l’identità americana a ridefinire il mondo ».

Sebbene le tesi di Huntington risultino superficiali e politicamente pericolose, sono servite all’America dei neoconservatori a stravolgere il Medio Oriente e di conseguenza il mondo. Inoltre quelle tesi sono diventate “profezia che si auto avvera” ad usum dei media per una amplificazione quotidiana martellante e planetaria. Da qui la necessità di prendere le distanze con una informazione mirata e responsabile da quella grossolanità con la quale l’amministrazione Bush presenta in ogni occasione – il Libano è la più recente – l’intervento in Medio Oriente, come un imperativo etico o addirittura religioso. I riferimenti alla superiorità della civiltà occidentale rispetto a quella islamica ( i fascisti-islamici l’ultima “perla” di Gorge W. Bush) o della religione ebraico-cristiana rispetto a quella musulmana, vanno respinti con forza. Come fa Jessica Stern sul The Boston Globe, che suggerisce di non mescolare Iraq e Libano, guerra globale anti-terrore e guerre locali: «Gli errori fatti su un fronte guastano l’efficacia nell’altro, anche perché gli eventi (Guantanamo, Abu Ghraib, Cana) vengono filmati, confermando l’idea che l’Occidente stia combattendo una guerra contro l’Islam». Da questo punto di vista, conclude Stern, i terroristi hanno vinto. Dunque oggi non resta che trattare con l’Iran, oltre che con la Siria.

Romano Prodi aveva visto giusto con la sua sortita solitaria e perciò coraggiosa. Naturalmente può sembrare un’operazione impossibile il tentativo del governo italiano di riallacciare un dialogo con l’Iran nello scenario  apocalittico dispiegato dai sostenitori della “scontro di civiltà”. Tuttavia anche la gente che sabato 26 agosto si raccoglie ad Assisi per condannare la guerra e promuovere la comprensione reciproca rappresenta, pur nel suo piccolo, un invito a non disperare.

Vincenzo Maddaloni

Dalla Cover Story di Left- Avvenimenti  n°33 25/31 agosto 2006