Berlino è la città del momento. Multiculturale, creativa, alla moda. La città dove molti vorrebbero vivere. Se ne compiace il Berliner Morgenpost, che ha spiegato ai suoi lettori come la fama della capitale tedesca abbia ormai raggiunto una notorietà mondiale che forse solo New York può ancora vantare. «Mai come in questi anni così tanti studenti stranieri frequentano le università berlinesi, così tanti turisti hanno visitato la nostra città, tante imprese locali hanno esportato beni e servizi in tutto il mondo e tanti cittadini sono venuti dall’estero per acquistare una casa sulle rive della Sprea», ha celebrato il quotidiano.
Una tratta ambita. Un tempo snobbata dalle compagnie aeree internazionali (e prima della caduta del Muro tagliata fuori per legge anche dai collegamenti diretti della Lufthansa con le altre città tedesche), gli aeroporti cittadini sono sempre più ingolfati dalle nuove rotte di voli tradizionali e low-cost in arrivo da ogni angolo del globo, tanto che l’apertura il prossimo anno di un grande aeroporto internazionale a sud-est della città giunge addirittura in ritardo rispetto alle esigenze attuali.
Un centro strategico. «Un interesse crescente non solo in Europa ma anche in Asia: per i nostri clienti la capitale tedesca è divenuta la sede strategica in cui spostare il loro business, soprattutto perché, proprio come Hong Kong, Berlino si caratterizza per uno spirito multiculturale e per la presenza di persone provenienti da etnie e culture differenti», ha confermato Stephen Wong, direttore del ufficio di Hong Kong che ha appena inaugurato la sua rappresentanza a Berlino.
La Freie Universität di Berlino. Le università sono il motore centrale di questo sviluppo. «In Germania, dopo Monaco, è la Freie Universität di Berlino il centro di ricerca preferito dai ricercatori stranieri, mentre il numero degli studenti nelle tre università della capitale provenienti da altri paesi è salito dai 5.000 del 2001 ai 22.360 di oggi, raggiungendo la quota del 18 per cento rispetto al numero totale», ha concluso il Morgenpost.

(10 gennaio 2011)