di Antonella Sinopoli

Può capitare che il bianco prenda il posto del nero. Quando accade, la prospettiva cambia e la lente con cui guardavi le cose intorno a te è da buttare via. Da circa due mesi vivo in un villaggio nella Regione Ashanti del Ghana. Si chiama Gyetiase ma non riuscirete a trovarlo su nessuna cartina, neppure sulla più aggiornata Google Map. Perché semplicemente Gyetiase quasi non esiste. Non esiste un’anagrafe che registri nascite e morti, e nelle case non c’è né elettricità né acqua corrente. Eppure, vi assicuro, questo villaggio esiste ed è fatto di persone vitali, fantasiose, amichevoli. E di bambini. Molti, troppi, la maggioranza della popolazione. I bianchi per loro sono obruni, punto e basta. Uno uguale all’altro, più o meno. E se riesci a far ricordare il tuo nome vero a qualcuno e lo senti pronunciare a distanza di qualche giorno ti senti felice. Come se ti avessero ridato l’identità. E soprattutto, come se il lungo lavoro di riconoscimento e di costruzione di un’amicizia stesse cominciando a dare qualche frutto. Perché qui un bianco è solo un bianco. E in aggiunta, un italiano, anzi un’italiana, è la prima volta che l’incontrano. Qui gli uomini ti chiedono di sposarli, le donne di venir via con te e i bambini … solo toffee, una caramella.
Perché non c’è bisogno di aver girato il mondo o di possedere un televisore per sapere che da qualche parte c’è un mondo diverso, più ricco e più comodo. Perché tutto questo è semplicemente rappresentato dalla mia presenza. Da me che penso di essere normale e invece non lo sono. Almeno non per loro…
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