Essi rappresentano la forza di opposizione più forte, più strutturata e, secondo diversi osservatori, qualora in Egitto si svolgessero elezioni libere e trasparenti, si affermerebbero come prima forza politica del paese.

di Vincenzo Maddaloni

Sarà che sopravvalutarli sembrerebbe eccessivo; sarà che  in Egitto i Fratelli Musulmani non svolgono alcun ruolo gerarchico  politico, come accade invece  agli ayatollah in Iran. Certo è che ignorarli sarebbe molto pericoloso. Perché i Fratelli Musulmani egiziani rappresentano l’organizzazione madre di tutte le altre fratellanze islamiche in Giordania, Algeria, Iraq, Palestina. L’associazione religiosa, fondata nel 1928, sebbene combattuta e spesso duramente perseguitata dalla casta laica e panarabista dei militari, ha un peso virtuale in termini elettorali che supera il venti per cento; che non è poco in un Paese di 85 milioni di abitanti come l’Egitto. Sicché affermare che essa è anche un partito politico di massa, è una considerazione affatto esagerata. Dopo tutto i Fratelli Musulmani possono contare sul sostegno di una parte rilevante della media e alta borghesia, come dimostra il controllo che il gruppo esercita sui più importanti ordini professionali, da quello dei medici a quello degli avvocati o degli ingegneri. Così operando essi si sono radicati nel profondo della società egiziana. Molto ha influito l’aver saputo offrire alle persone servizi che lo Stato non è in grado di offrire. «È come se fosse un piccolo stato parallelo, senza l’esercito», ha spiegato Essam el-Erian, uno dei leader più influenti del movimento. Insomma la Fratellanza, dopo la dura repressione subita durante l’èra nasseriana,  ha svolto un’opera capillare di reislamizzazione “dal basso” della società imperniata sul ritorno dell’individuo a quello che viene definito l’”autentico Islam”.

Essi sono, infatti, la forza di opposizione più forte, più strutturata e, secondo diversi osservatori, qualora in Egitto si svolgessero elezioni libere e trasparenti, si affermerebbero come prima forza politica del paese. Naturalmente, Essam el-Erian ammette l’esistenza di dissensi interni, ma sostiene che nel lungo periodo saranno solo una fonte di forza e non di debolezza. «L’Islam è un’unità, ma i lavori e i compiti possono essere divisi» ha spiegato «è come uno Stato: unico ma con quaranta ministeri ognuno responsabile delle proprie funzioni. Lo stesso vale per noi. Siamo pronti ad assumerci incarichi politici, ma sotto l’ombrello di una più ampia struttura».

Questa concezione strategica non è sempre stata dominante all’interno del movimento. Negli anni Cinquanta e Sessanta, l’ideologia era ancorata ad uno dei propagandisti di punta,  lo scrittore Sayyid Qutb particolarmente ostile nei confronti dell’Occidente. Egli è l’ autore di un commentario coranico – Pietre miliari – un’opera fondamentale, da molti considerata l’apri strada del moderno Islam politico di orientamento fondamentalista. Sicuramente è stato fonte d’ispirazione per Ayman al-Zahawiri, il medico egiziano diventato il massimo ideologo di Al Qaeda.

Tuttavia, un’attenta analisi del movimento islamico, delle sue dinamiche interne e dei suoi rapporti con il potere, rivela oggi un quadro decisamente complesso. In buona sostanza, il movimento religioso ha sempre cercato di evitare una contrapposizione diretta con il regime, poiché secondo i principi fondamentali della Fratellanza, la conquista del potere deve essere perseguita soltanto quando le condizioni lo permettano, quando cioè la società sia stata islamizzata e sia pronta per un governo islamico. Altrimenti – si sostiene – la ricerca del potere non condurrebbe a uno Stato islamico e condizionerebbe negativamente sia il funzionamento interno della Fratellanza, sia la sua immagine pubblica. Così si spiega perché dopo la riorganizzazione del movimento degli anni  Settanta e Ottanta  e l’atteggiamento compromissorio con il governo, la Fratellanza ha rinvigorito il suo ruolo sociale.

Naturalmente, il pensiero dei Fratelli Musulmani si è molto evoluto negli ultimi vent’anni e, tra i fautori di un’interpretazione letterale dei testi sacri e i sostenitori del modello turco, esiste una grande varietà di posizioni intermedie. Tuttavia non ha dubbi, e non potrebbe essere diversamente, l’ottava Guida generale del movimento, Muhammed Badi’e, secondo il quale l’islamizzazione dello Stato deve continuare ad essere la priorità principale.  Fratellanza in prima linea, dunque, nonostante le apparenze dicano il contrario. La raccomandazione di Muhammed Badi’e nasce dall’esperienza storica, poiché nonostante i ritardi, le difficoltà e le sconfitte subite nel corso dei decenni, lo strumento più efficace che i popoli islamici hanno trovato contro l’Europa (quand’era colonialista) e oggi nel confronto con l’America che pianifica il “Grande Medio Oriente”  è stato proprio l’Islam. Con un ritorno ai suoi primordi l’Islam diventa quindi religione, politica, ideologia, morale, visione del mondo e modo di vita. Naturalmente questo processo di maggiore rigore , ma anche di minore aderenza alle trasformazioni e alle nuove esigenze degli stessi Paesi islamici, matura durante un arco di tempo piuttosto lungo. Dove più dove meno, tale processo continua, fino a dare origine a un tipo di intransigenza assolutamente nuova e spesso lontana dalla tradizione islamica così come essa ci è documentata dalle fonti storiche. Come è accaduto, ad esempio, in Arabia Saudita.

Si tenga a mente che i Fratelli Musulmani non rappresentano la maggioranza della popolazione egiziana, ma essi sono, come tutti i religiosi che si rispettino, i più vicini ad essa e alle sue necessità. Non va dimenticato che il rialzo dei prezzi alimentari e della disoccupazione sono stati il motivo vero dell’inaspettata  rivolta in Egitto, come pure in  Tunisia. L’Associated Press riporta che circa il 40 per cento degli egiziani si dibatte attorno al livello di povertà stabilito dalla Banca mondiale di meno di 2 dollari al giorno. Gli analisti stimano che l’inflazione dei prezzi alimentari in Egitto è attualmente un drammatico 17 per cento annuo. Nei paesi più poveri, il 60-80 per cento del reddito della gente serve per il cibo, rispetto al solo 10-20 per cento dei paesi industrializzati. Un aumento di venti centesimi di Euro o giù di lì, nel costo di un litro di latte o di un panino per noi italiani, può significare per milioni di egiziani, come per gli abitanti dei Paesi poveri, la morte per fame. La Fratellanza che fa? Con la creazione di un’efficiente rete di organismi legati alle moschee  essa interviene con i sussidi, l’assistenza,  il cibo in tutto il Paese. Inoltre gestisce una cinquantina ospedali dove i pazienti pagano le cure secondo le proprie disponibilità. Insomma i Fratelli fanno “apostolato”, come usa dire in linguaggio ecclesiale, a trecento sessanta gradi. Va pure detto che in Egitto ci sono dieci milioni di cristiani copti, che svolgono la medesima opera di soccorso e di aiuto tra le loro genti. E benché essi siano una minoranza rappresentano un’occasione di confronto e perciò di stimolo per la Fratellanza a mantenere il primato dell’efficienza.

A questo punto val la pena ricordare che la tentazione, nelle analisi di politica internazionale, è sempre di ragionare sulla base delle crisi precedenti. Sicché oggi ci si appunta sugli ultimi quarant’anni durante i quali la Fratellanza ha continuato ad oscillare tra opposizione e compromesso con le autorità. Di conseguenza – si sostiene – questo atteggiamento ha indebolito la credibilità del movimento come forza di opposizione. Si aggiunge ad avallo della tesi, che  l’iniziativa politica è stata assunta da altre forze di opposizione, come il Partito del domani (al-Ghad) o il Movimento egiziano per il cambiamento. Il fatto è che queste previsioni non tengono in gran conto che le religioni sono sempre in qualche misura istituzioni sociali, cioè sono condivise, dotate di regole e strutture sociali ordinate, dove singoli individui sono legati tra loro da un complesso di credenze, comportamenti, atti rituali e cultura che li trasforma in una moltitudine che ha inclinazioni diverse da quelle a cui sono abituati i politologi studiando i regimi. Voglio dire che i fedeli alla fine sempre s’affidano – con fiducia e affetto – ai ministri che gestiscono la prassi religiosa. Sicché scegliendo di schierarsi al fianco di Mohamed el Baradei, l’uomo di punta del fronte ostile a Mubarak,  la leadership dei Fratelli Musulmani ha voluto segnalare ai propri fedeli, con la certezza di essere ascoltata, che non è il momento di esporsi con rivendicazioni politiche che potrebbero spaventare l’Occidente, ma anche gli egiziani. La parola d’ordine è: coraggiosa attesa. Ed è così per il momento.

A conferma della certezza di essere ascoltati c’è la realtà delle piazze che si sono riempite con il richiamo alla religione comune, la quale rappresenta la forza che unisce le moltitudini al movimento e le trasforma in una massa – s’è visto – di una potenzialità inaudita. Siccome la gente è pronta a schierarsi per chi gli dà il  pane,  le cure, il lavoro e la speranza in un al di là premiante; sono queste le persone che hanno caratterizzato l’evento sotto le Piramidi. Certamente, non quelli che hanno twittato,  i quali per tutto un insieme di realtà – non ci vuole molto a capirlo – non potevano essere in molti. Eppure si continua ad appiccicare sulla rivolta egiziana l’etichetta di rivoluzione del web. Lo ha ribadito anche Hillary Clinton l’altro ieri alla George Washington University  celebrando  l’elogio di Internet come strumento di libertà di opinione, come se soltanto con le sue tecnologie, e i suoi social network si possono “liberare” i popoli. Finora non è accaduto, e non ci sono validi spunti nel Magreb per credere che possa davvero accadere.

 E’ apparso anche  su www.altrenotizie.org

17 febbraio 2011

Aggiornato il 19 febbraio 2011