Se ciascun tiranno arabo è stato in primo luogo una maledizione per il proprio popolo, Gheddafi è una maledizione per tutti gli arabi. Egli è stato una maledizione per oltre quarant’anni di tirannia. E rimarrà una maledizione perfino nei decenni successivi alla sua caduta. Il semplice fatto che egli sia un arabo è una vergogna per noi. Sarà estremamente umiliante per noi che si dica, anche fra mille anni, che per lungo tempo uno dei popoli più buoni fra gli arabi è stato governato da una persona nota all’intera umanità per essere uno psicopatico.

Ma gli arabi lo hanno trattato per quarant’anni come “il leader libico”, “il colonnello libico”, “il leader della rivoluzione libica”, “il leader fraterno”, per non parlare poi della sequela di titoli che egli stesso si è attribuito: “re dei re dell’Africa”, e “decano dei leader arabi”. Tra gli arabi vi è addirittura chi ha accettato di pregare dietro di lui, senza preoccuparsi affatto, a quanto pare, se egli avesse i requisiti per guidare la preghiera. Quest’uomo non è nel pieno delle sue facoltà mentali, ma il discorso mediatico arabo – per non parlare dell’atteggiamento ufficiale – ha continuato a trattarlo fino a pochi giorni fa come il leader di un paese normale che merita rispetto!

Bisogna riconoscere in tutta sincerità che vi è stata una tolleranza eccessiva ed inveterata da parte dei media arabi nei confronti di Gheddafi, e che questa tolleranza , soprattutto da parte dei canali di informazione, si è trasformata in una sorta di congiura del silenzio da quando Gheddafi è ritornato nel caloroso abbraccio del “business” occidentale, dopo che egli aveva temuto che gli americani avrebbero fatto a lui quello che avevano fatto a Saddam, ed aveva annunciato improvvisamente verso la fine del 2003 l’interruzione del proprio programma nucleare, di cui in Occidente nessuno sapeva nulla.

E bisogna riconoscere che la stampa scandalistica britannica, malgrado i suoi ben noti difetti, non si è invece stancata di chiamarlo con l’appellativo che gli aveva dato Ronald Reagan: il “cane pazzo” della Libia. Gheddafi, dal canto suo, non si era stancato di chiamare “cani randagi” i libici illustri che egli aveva cacciato in esilio (prima che la sua lista si allungasse, nel giro di una notte, per includere anche i giornalisti indipendenti).

Tuttavia la rivoluzione del fiero popolo libico, che insieme alle rivoluzioni in Tunisia, in Egitto, nello Yemen e nel Bahrein, preannuncia la liberazione della nazione araba, potrebbe confermare che Gheddafi non raggiunge neanche il livello di Bokassa (dittatore militare della Repubblica Centroafricana dal 1976 al 1979 (N.d.T.) ), per non parlare poi degli altri dittatori! Questo perché i tiranni tradizionali, oltre ai loro numerosi crimini e vizi, hanno avuto una certa quantità (sebbene piccola e trascurabile) di lati positivi. Gheddafi invece ha portato solo rovina e distruzione.

Egli ha ereditato un paese ricco e lo ha trasformato in un paese povero, al punto che la Libia, al culmine delle stravaganze di Gheddafi, era divenuta “la Corea del Nord araba”, ed al punto che chiunque conoscesse la Libia rimpiangeva l’era di re Idriss. Era come se questo governante, a causa dell’incostanza del suo debole carattere “rivoluzionario”, fosse divenuto la prova vivente del contrario di ciò che predicava, ovvero un modello concreto di arretratezza e oscurantismo.

Mentre egli controllava ogni dettaglio della vita dei libici, commettendo nel frattempo ogni sorta di crimini e di omicidi, la menzogna storica da lui propagandata affermava che “il potere appartiene al popolo”. Un governante che pretende di sostenere i movimenti di liberazione in terre lontane, e poi si lascia spingere dai propri demoni ad “invadere” il proprio paese con un esercito di mercenari stranieri, ed infligge punizioni terribili al proprio popolo bombardandolo da terra e dal cielo, è il peggiore dei criminali e il più misero tra i miserabili.

L’autore di questo articolo, Malek Triki, è stato un giornalista per oltre vent’anni, lavorando per il servizio arabo della BBC e per al-Jazeera: nel 2010 ha aderito al World Food Programme, come portavoce per l’Africa occidentale.

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( 25 febbario 2011 )