Mikhail Sergeevic Gorbaciov compie oggi 80 anni. Per prima cosa vorrei fargli i più caldi auguri.

Con spirito che credo di poter definire di amicizia, con la sommessa speranza che la sua vita politica non sia ancora compiuta, e che egli possa ancora dare un contributo personale significativo alla storia di una Russia che oggi sembra aver perso gran parte di quello che era stato lo spirito innovativo dell’ultimo della dinastia degli zar rossi, che si era iniziata con Vladimir Ilic Lenin.

So bene che Gorbaciov è popolare nel mondo ma non in patria, e che la speranza che ho espresso ha scarsissime possibilità di avverarsi. Ma quando si parla della Russia, uno dei «miei» Paesi, e tra i più cari, non cesserò mai di sperare in un pieno ricongiungimento della grande Russia con quel mondo europeo e occidentale cui essa appartiene. Sogno ancora, come una volta disse il Segretario di Stato Usa James Baker, «la creazione di un grande anello di popoli e Stati amici, che vada dallo Stretto di Bering allo Stretto di Bering».

Se, pensando a Gorbaciov, non penso solo al passato, ma anche al futuro, è perché ho bene in mente il testo del suo ultimo discorso da Presidente dell’Urss: quando (era il 25 dicembre 1991), rivendicò tutte le sue conquiste, a cominciare da quella «più importante di tutte» e di cui (aggiunse) «non abbiamo ancora imparato a fare buon uso… La società ha ricevuto la libertà ed è stata emancipata, politicamente e spiritualmente». E ancora: «E’ stata posta fine alla Guerra Fredda, e la corsa agli armamenti e la folle militarizzazione del Paese è stata fermata… Ci siamo aperti al mondo e abbiamo rinunciato a interferire negli affari degli altri…».

E questo mi riporta a quella che fu, come poi Gorbaciov mi ha raccontato in uno dei nostri incontri, la sua prima decisione come Segretario Generale, il giorno stesso dei funerali del suo predecessore, Konstantin Cernenko, il 12 marzo 1985. E cito: «La mia decisione venne presa e comunicata ai dirigenti del Patto di Varsavia nell’incontro che si tenne quel giorno. Con me c’erano Tychonov e Gromyko. Già allora dissi loro: d’ora in poi dovete partire dal presupposto che siete totalmente responsabili dei vostri Paesi, siete liberi, indipendenti, e noi sosteniamo il principio della non ingerenza». Un po’ stupito replicai: «Vièrili?» (Le credettero?). Rispose: «No, ne vièrili, non ci credettero, ma noi non cambiammo mai rotta».

La sua prima battuta da GenSek, come poi ha raccontato l’amico a cui l’aveva detta, fu: «Tak prodolzhal nelziù», così non si può andare avanti. Ma aveva idee imprecise su come si potesse «andare avanti». La risposta si riassumeva, nella sua mente, nelle due parole: «perestrojka» (lui stesso scrisse, nel libro così intitolato, «la perestrojka è una rivoluzione») e «glasnost», ricostruzione e apertura. Ma il risultato finale fu (uso ancora le sue parole) che «il vecchio sistema crollò prima che un nuovo sistema avesse avuto il tempo per incominciare a funzionare». Invece di salvare il comunismo e l’Unione Sovietica, che era rimasta «sempre più indietro rispetto ai popoli dei Paesi sviluppati… soffocata com’era sotto la stretta del sistema burocratico di comando», la sua rivoluzione portò alla fine del comunismo e dell’Urss. Pensava all’inizio «che avremmo ridato ossigeno al sistema, e che l’unione del socialismo con la democrazia fosse ciò di cui avevamo bisogno». Era giusto pensarla così. Ma l’uomo propone, e la storia dispone.

Noi occidentali avevamo aspettato così a lungo l’arrivo di un Gorbaciov che alzasse l’ombra fosca che la seconda superpotenza proiettava sulle speranze di un futuro di pace nel mondo, che quando arrivò per un po’ di tempo faticammo a credergli. Bisognò arrivare al suo incontro con Reagan a Ginevra del novembre 1985 perché tutti, compreso Reagan, gli credessero. Prima si poteva pensare (era una battuta di Gromyko) che fosse un uomo «dal bel sorriso ma dai denti d’acciaio». Ma in quell’incontro Ronald e Mikhail con sorpresa si accorsero che potevano andare d’accordo. «Mi accorsi che Reagan (cito quanto mi disse anni dopo Gorbaciov) era una persona incantevole. Capimmo subito che potevamo dire: si sono incontrate due persone normali». Da parte sua, Reagan mi disse (nell’intervista che ebbi con lui alla Casa Bianca nel marzo 1988): «Trovai che potevamo discutere i problemi, e in modo cordiale. Gorbaciov era tutto diverso dai suoi predecessori con cui avevo avuto a che fare, e che continuavano a morire».

Così, il giorno dopo quel loro primo incontro ci fu la scena madre, davanti a noi giornalisti che riempivamo la platea di un grande teatro, del loro ingresso sul palcoscenico, venendo uno da una parte uno dall’altra, per stringersi calorosamente e lungamente la mano. Noi giornalisti, venuti da ogni parte del mondo, scanzonati e scettici com’eravamo, esplodemmo in un grande applauso. E il mondo intero (non lo dimentichiamo, checché sia poi accaduto o possa accadere) tirò un grande sospiro di sollievo. Noi non abbiamo dimenticato. Buon compleanno, Mikhail Sergeevic.

Arrigo Levi

Quest’articolo è stato pubblicato su “La Stampa”.

( 2 marzo 2011 )