Ignazio La Russa sta vivendo un momento difficile. Ieri è stato criticato anche dalla stampa amica: il Giornale nel titolo di prima pagina parlava di un «pasticcio» e a pagina 7 di uno «scivolone di La Russa»; quanto a Libero, il vicedirettore Fausto Carioti nell’editoriale gli ha consigliato «un corso di educazione e sopportazione». Inoltre, ha scritto che le escandescenze sono state tali da far pensare che per una volta le parti fossero invertite, e che fosse il ministro a fare l’imitazione di Fiorello. Tutti e due i quotidiani, poi, hanno dato senza alcuna reticenza – e con buona evidenza – la notizia dell’ira di Berlusconi e di gran parte del Pdl contro La Russa.

Il quale è da qualche tempo che perde le staffe. Sul web c’è tutto un florilegio delle sue reazioni sopra le righe. L’ultima era stata forse quella, alla Balotelli, contro un inviato di Annozero. Ma fra tutti questi comportamenti certamente non consoni al ruolo che La Russa riveste, ce n’è uno che colpisce in modo particolare e che dovrebbe far riflettere l’interessato. A ben guardare, nell’invettiva del ministro della Difesa contro Fini il gesto più grave non è stato il «vaffa» ma quel «stai zitto» pronunciato tenendo l’indice appoggiato al naso. Un gesto grave non solo perché rivolto alla terza carica dello Stato, ma soprattutto perché il suo autore dovrebbe ben sapere che cosa rappresenta.

Fino a una ventina d’anni fa Ignazio La Russa era uno sconosciuto politico (consigliere comunale a Milano) che di mestiere faceva l’avvocato penalista. In quegli anni facevo il cronista di giudiziaria e ricordo bene con quale schifato disprezzo molti colleghi lo evitavano anche quando aveva notizie (di processi, non di politica) da portare in sala stampa. Un giorno ce ne offrì una gustosa. Si era scoperto che i carabinieri s’erano inventati una retata in un bar che, a un controllo dei giudici, risultò chiuso nel giorno indicato nel verbale: in pratica saltò il processo e gli imputati furono tutti assolti. Era una notizia buona per le pagine di cronaca, senza alcun risvolto politico, ma in sala stampa alcuni colleghi giornalisti indirono seduta stante un’assemblea al termine della quale fu deciso che le notizie di «un fascista» non andavano pubblicate neanche se vere, punto e stop.

È solo un esempio tra le migliaia, anzi tra i milioni che si potrebbero fare per ricordare l’esilio, la chiusura nel ghetto, la cacciata nelle fogne che fu riservata ai missini per quasi cinquant’anni: dal 1946, quanto il partito fu fondato dalla cosiddetta «generazione che non si è arresa», al 1995 quando si sciolse per diventare Alleanza nazionale e rientrare nel gioco democratico. Furono pochi, pochissimi, in quei cinquant’anni, i non missini che difesero il diritto dei missini a parlare; che reagivano quando qualcuno portava l’indice al naso e diceva «stai zitto» a un esponente del Msi.

Ecco perché La Russa quel gesto non lo dovrebbe mai fare. Per coerenza con il proprio passato. Ma anche per non correre il rischio di un curioso e imprevedibile compimento di una parabola che potrebbe riportare lui, e i vecchi camerati, a rivivere l’emarginazione di un tempo. È una parabola che in qualche modo già si intravede. Perché: che fine hanno fatto gli ex missini ed ex An? Chi è andato con Fini sembra in un vicolo cieco: Fli è un partito senza grandi prospettive elettorali, indeciso su da che parte stare e diviso tra falchi e colombe.

Chi invece è rimasto nel Pdl rischia di scomparire per altri motivi. Da una parte, sta diventando sempre più un corpo estraneo e sgradito a quelli che vengono da Forza Italia. La raccolta di firme per far dimettere La Russa da ministro è partita all’interno del Pdl, non dai banchi dell’opposizione. E il mai dimenticato epiteto usato per indicare al pubblico disprezzo («fascista») è arrivato da Claudio Scajola, oltre che dai deputati d’opposizione.

Dall’altra parte non si capisce bene quale presa possa ancora avere sul suo vecchio elettorato un La Russa come quello dell’altro giorno, scalmanato nel difendere il processo breve. S’è forse dimenticato di quando guidava le fiaccolate pro Mani Pulite? O di quando, ancor prima, il suo fedele collaboratore Riccardo De Corato riforniva la Procura di Milano di esposti contro la corruzione e il malaffare? Forse sì, forse s’è dimenticato, come s’è dimenticato dei tempi infami in cui in nome della democrazia gli intimavano di tacere. E la scarsa memoria è pericolosa. Si fa in fretta a tornare in un angolo dopo aver vissuto una imprevista e insperata stagione di gloria.

Michele Brambilla

Tratto da : http://www.lastampa.it

( 1 aprile 2011 )