di Mariavittoria Orsolato

Poco meno di un mese fa uno stagista ventiseienne de Il Sole 24 Ore si è buttato dal quinto piano della sede del gruppo editoriale milanese, mentre il 21 giugno dello scorso anno un collaboratore della Gazzetta del Mezzogiorno si impiccava nel giardino di casa sua. Per entrambi la precarietà lavorativa si era fatta esistenziale e il suicidio non è stato altro che l’extrema ratio.

C’erano tempi in cui la professione giornalistica rappresentava uno dei gradini più alti della scala sociale, quello per cui si dà automaticamente del “dottore” e che consente una posizione economicamente privilegiata. E in molti hanno deciso di diventare giornalisti proprio grazie a queste anacronistiche attrattive.

Anacronistiche perché oggi, invece, intraprendere la strada del giornalismo significa soprattutto scendere ai gradini più bassi di quella stessa scala sociale e, pur incensati da titoli accademici e appartenenza all’Ordine Nazionale, arrabattarsi con quello che si trova, vivendo più che alla giornata.

“Non dite al mio editore che lo farei anche gratis” ironizzava Enzo Biagi. Eppure gli editori, consapevoli della passione che muove chi fa questo mestiere, l’hanno capito lo stesso e così ecco i cronisti pagati due euro a pezzo e inviati a proprie spese a caccia di notizie; i collaboratori eterni che di un contratto non vedono neanche l’ombra; i professionisti costretti a fare un secondo lavoro di nascosto perché vietato dall’ordine professionale.

In Italia sono almeno 35000 i giornalisti pagati a cottimo, con remunerazioni che vanno dai due ai cinque euro a pezzo e con stipendi che stentano a raggiungere i 5000 euro l’anno. La media italiana, infatti, si aggira intorno ai 7000 euro annuali – poco più di 400 euro al mese – e il tutto è faticosamente raggiunto accumulando collaborazioni ricavate ovunque si riesca e con tempi che inevitabilmente ricadono sulla qualità dell’informazione e sul suo grado di approfondimento.

Eppure l’editoria italiana campa di questo. Ad oggi, infatti, precari, autonomi e freelance sono più numerosi degli assunti – 24000 rispetto ai 19000 regolarmente contrattualizzati – e contribuiscono per oltre il 50% alla realizzazione di quotidiani, periodici, radio, tv e informazione online. Questi giornalisti sono sottopagati, privi di tutele e sotto il ricatto continuo di perdere il lavoro da parte di editori che – per contro – fanno man bassa di finanziamenti statali.

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22 febbraio 2012