In tutti gli altri Paesi europei, dalla Francia all’Inghilterra, dalla Germania all’Olanda i genitori possono scegliere il cognome da dare ai figli al momento della nascita mentre in Italia vige ancora l’uso del cognome paterno per  tutta una serie di resistenze che risalgono ai tempi del Medioevo, e che impediscono la distensione e la rapidità delle procedure. Per compiere il balzo di civiltà che ci equiparerebbe alle altre nazioni europee  bisognerebbe abbandonare ogni meccanismo autorizzativo e lasciare che i cittadini e le cittadine esprimano liberamente le loro scelte. Ci si arriverà? Non costa, semplifica la burocrazia, e rivoluziona un ordine simbolico.  Perché in Italia non si può?

di Dacia Maraini

La prevalenza del maschile sul femminile esiste in molti campi. Perfino la grammatica è sessista. Se in una stanza si trovano novantanove donne e un uomo, la grammatica impone che si coniughi al maschile. Così anche nei cognomi, in Italia, il codice civile stabilisce la priorità e l’unicità del cognome paterno sia per i figli naturali riconosciuti da entrambi i genitori sia per i figli nati all’interno del matrimonio.

Contro questa ingiustizia ci sono state molte proposte di legge che per il momento però sono lettera morta. Non è un caso che a proporle siano state quasi solo donne e in maniera trasversale: da Rosy Bindi ad Alessandra Mussolini, da Laura Garavini a Jole Santelli, da Vittoria Franco a Francesco Colucci.

In una di queste proposte si parla «di adeguare la normativa nazionale in materia di cognome dei figli alle profonde trasformazioni registratesi in campo sociale, che hanno evidenziato il possibile abbandono del modello di famiglia di stampo patriarcale riconosciuto dalla Corte costituzionale nella sentenza n.61 del 2006, non più coerente con i principi dell’ordinamento, con il valore costituzionale dell’uguaglianza fra uomo e donna e con i vincoli e gli stimoli provenienti dalle fonti di diritto internazionale». Una prosa involuta e burocratica ma che rende l’idea. Non è la famiglia in sé, che continua a evolversi per conto proprio, ma la nostra idea di famiglia che è ferma e impietrita su antiche credenze cattoliche.

Le proposte si riferiscono fra l’altro a una convenzione europea che richiede l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne. Convenzione adottata a New York il 18 dicembre 1979. E ratificata dall’Italia ai sensi della legge n.132 nel 1985. Ma purtroppo mai applicata.

Per rimproverare l’Italia di non adeguarsi alle regole e per raccomandare il cambiamento è intervenuto varie volte il Consiglio d’Europa: le ultime due raccomandazioni sono del ’95 e del ’98 e invitavano gli Stati membri a «realizzare la piena uguaglianza fra madre e padre nell’attribuzione del cognome ai loro figli».

In tutti gli altri Paesi europei, dalla Francia all’Inghilterra, dalla Germania all’Olanda i genitori possono scegliere il cognome da dare ai figli al momento della nascita mentre in Italia vige ancora l’uso del cognome paterno.

Ma perché nel nostro Paese ci sono ancora tante resistenze? La ragione che viene esibita è «la difesa della famiglia». Ma se ragioniamo in termini storici, dobbiamo ricordare che la difesa del cognome paterno non ha niente a che vedere con la difesa della famiglia. Si tratta infatti di regole che sono nate in una società feudale in cui ciò che contava era la proprietà della terra e la possibilità di lasciare in eredità questa proprietà, il più possibile intatta, al figlio maggiore (legge del maggiorasco), per cui gli altri figli venivano lasciati a bocca asciutta, mandati a fare il militare o il prete e le donne chiuse in convento pur di mantenere la continuità dal feudo, del castello, dei giardini, delle stalle, ovvero del potere su cui si basava la piramide sociale.

tratto da: “Se il cognome paterno ha la precedenza” ( corriere.it)

27  marzo 2012