In qualità di membro dello Spazio economico europeo, ma non dell’Ue, la Norvegia rappresenta il paese ideale agli occhi degli euroscettici britannici. Ma quella norvegese sarà davvero una formula praticabile per i paesi che hanno voglia di abbandonare la nave europea?

di Harriet Alexander

Nella storica area che circonda il molo, il giovanotto dal viso scottato dal sole tiene lo sguardo puntato verso il Mare del Nord, tracanna un sorso della sua birra chiara e fa una pausa. “Vogliamo essere padroni di noi stessi”, dice infine. “E non permettere che sia Bruxelles a dirci quello che dobbiamo o non dobbiamo fare. Perché mai dovremmo entrare nell’Unione europea e pagare di tasca nostra per gli errori degli altri paesi?”. Con una scrollata di spalle termina con l’intercalare ripetuto spesso dai britannici: “Stiamo meglio fuori dall’Ue”.

Qui però non siamo su una costa della Gran Bretagna, e la tipica frase ripetuta dai britannici non esce dalle labbra di uno di loro. A Bergen, la seconda città per importanza della Norvegia, questa opinione è condivisa da tutti e Hans-Erik Almas, 23 anni, appartiene all’80 per cento dei suoi compatrioti che pensa che il paese faccia bene a non far parte dell’Ue.

Anche in Gran Bretagna, sull’altra sponda di questo mare, aumenta il numero di coloro che la pensano così. Il primo luglio David Cameron ha pubblicato un articolo sul Sunday Telegraph nel quale prospetta la possibilità di indire un referendum sull’appartenenza della Gran Bretagna all’Ue. Nelle sue parole cita molto spesso il caso della Norvegia, esempio perfetto di come si possa non far parte dell’Ue e nonostante ciò prosperare. “La gente teme che qualora la Gran Bretagna uscisse dall’Ue noi perderemmo l’accesso al mercato unico e non saremmo più in grado di muoverci a nostro piacimento”, ha detto Robert Oulds, direttore del think tank Bruges Group. “Ma non sarà così: la Gran Bretagna può uscire dall’Ue e continuare a mantenerne i vantaggi commerciali, alla stregua dell’esempio norvegese. Le uniche cose che perderemmo sarebbero la burocrazia e le spese”.

Già due volte, nel 1972 e nel 1994, i cinque milioni di norvegesi sono stati convocati alle urne per decidere con un referendum se volessero entrare nell’Ue e in entrambi i casi, dopo accese discussioni, sono prevalsi di misura i no. La Norvegia, invece, assieme all’Islanda e al Liechtenstein, ha scelto di entrare a far parte dello Spazio economico europeo (See), un’associazione di tutti i Ventisette stati membri più tre non aderenti all’Ue, ispirata alle “Quattro libertà”, ovvero la libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali.

La Norvegia è soggetta ad appena un terzo delle normative previste per i paesi membri a tutti gli effetti dell’Ue, sebbene il See non abbia voce in capitolo in tema di agricoltura, pesca, giustizia o politica interna. Pare che tale accordo funzioni bene. La Norvegia è una delle nazioni più ricche e soddisfatte della Terra, ha un pil pro capite di 50mila euro – rispetto ai 29mila del Regno Unito e a una media nell’Ue che si assesta intorno ai 26.700 -, la disoccupazione è appena al 3,25 per cento e il suo pil cresce del 2,75 per cento l’anno, come accade ormai da una quarantina di anni circa.

Ma c’è anche dell’altro: la Norvegia si colloca sistematicamente ai primi posti nelle graduatorie delle Nazioni Unite sulla qualità della vita, ha un welfare generoso, le neomamme possono usufruire di un congedo di maternità di 46 settimane e la pubblica istruzione è gratuita e universale. Il paese si finanzia grazie alle proprie ingenti riserve di petrolio, legname e pesce, che gestisce oculatamente, accantonando una parte dei considerevoli proventi del petrolio per finanziare in futuro l’assistenza sanitaria della popolazione in via di invecchiamento.

“La Norvegia è un paese florido e vogliamo che rimanga così”, dice Gunnar Bakke, membro della commissione business locale di Bergen, che aggiunge: “Noi pensiamo a lungo termine e amministriamo le nostre risorse con prudenza. Perché mai dovremmo entrare nell’Ue e pagare per gli sperperi altrui?”.

Alcuni norvegesi sono ancora più tassativi nelle loro opinioni: “La Norvegia dovrebbe uscire anche dal See. Siamo pur sempre costretti ad accettare troppe decisioni prese a Bruxelles ed è come se l’Ue ci entrasse in casa dalla porta sul retro. Sarebbe molto meglio rompere una volta per tutte con il See e firmare soltanto intese bilaterali. Il nostro paese è sufficientemente forte da potersene stare per conto proprio: dato che è un centro molto importante per i commerci, l’Ue non potrebbe ignorarlo”.

Bergen è una città mercantile sin dai tempi dei vichinghi e ha saputo amministrare e far fruttare sapientemente le proprie acque e le sue colline ricoperte di foreste, fino a diventare un elemento fondamentale della Lega Anseatica, un’organizzazione commerciale che ha collegato i porti dell’Europa settentrionale dal 1300 al 1660 circa. Quello stesso spirito commerciale è vivo ancora oggi: con una popolazione di 260mila persone, la città ospita molte grandi compagnie petrolifere oltre alla più grande società al mondo di allevamento di salmoni.

Sul marciapiede di granito vicino al molo, accanto a scampi, carne di balena e granchi sono in vendita giganteschi filetti di salmone. Salsicce di carne di renna e tappeti in pelle d’alce sono venduti dagli ambulanti insieme a maglioni di lana in stile nordico e statuette di troll.

Non tutti però ritengono che il modello norvegese – partner commerciale dell’Ue senza farne parte – sia così positivo: “Io definisco la situazione attuale ‘L’insostenibile leggerezza del See’” dice Paal Frisvold, presidente di Bellona Europa e attivista che si batte affinché la Norvegia entri nell’Ue. “Vivo a Bruxelles e mi rattrista vedere tutto quello che ci perdiamo. La Norvegia si ritrova sempre in disparte, mentre starebbe decisamente meglio al centro dell’Europa”.

Torben Foss, ex funzionario civile incaricato di redigere il capitolo del See riguardante la pesca, crede anche lui che per la Norvegia sarebbe meglio entrare nell’Ue e commenta: “Si teme che entrando nell’Ue all’improvviso possano requisirci tutto il nostro pesce, ma è insensato. I diritti di pesca si basano su dati storici, quindi è assurdo ipotizzare che le acque norvegesi possano essere invase in questo modo”.

Con l’Ue la Norvegia può vendere e comprare liberamente petrolio, gas e vari manufatti, perché i membri del See sono soggetti a tutte le direttive collegate al mercato unico. “Siamo i membri più ligi dell’Ue: attiviamo in tempi rapidi e alla lettera ogni direttiva, eppure non abbiamo voce in capitolo. È un po’ come starsene seduti in corridoio in attesa invece che sedere al tavolo delle trattative insieme a chi prende le decisioni”, dice Marit Warncke, responsabile della camera di commercio di Bergen.

Del resto, aggiunge, non è che far parte del See metta la Norvegia al riparo dalle spese: tramite il See infatti Oslo deve passare all’Ue circa 340 milioni di euro l’anno, pur non facendone parte e non avendo diritto di voto. Qualora il Regno Unito decidesse di uscire dall’Ue, il suo contributo annuale tramite il See potrebbe scendere ad appena due miliardi di euro da quello attuale netto di 11,6 miliardi di euro.

Per le strade di Bergen si percepisce uno scarso entusiasmo all’idea di modificare lo status quo, ma il dibattito continua. “La gente non si rende conto davvero di quello che sta accadendo” dice Marit Warncke. “Pensa che siamo in una bolla e che ce la stiamo cavando abbastanza bene. Invece,  per il nostro stesso bene, dovremmo impegnarci di più in Europa e la Gran Bretagna non dovrebbe neppure prendere in considerazione l’idea di uscire dall’Ue. Nessuno di noi può starsene seduto tranquillo in disparte a mangiar pesce!”.

Traduzione di Anna Bissanti per Presseurop

 Fonte: THE DAILY TELEGRAPH

17 luglio 2012