Il richiamo alla purezza dell’Islam dei primordi da parte di un movimento come quello dei salafiti che conta oltre un secolo di Storia non è argomento di poca suggestione per tutti quei credenti che devono confrontarsi con la corruzione, le storture del consumismo, e l’incubo dei droni.

di Vincenzo Maddaloni

Non è detto che coloro i quali hanno il labbro superiore glabro e la barba lunga siano inesorabilmente dei salafiti, sebbene il look sia quello, e così appaino anche nel trailer di “Innocence of Muslims” quei quattordici minuti che denigrando il profeta Maometto hanno scatenato la rabbia islamica e hanno fatto ritornare i salafiti sulle prime pagine dei giornali (The Salafi moment). Poiché costoro si sono rivelati i veri protagonisti di queste drammatiche giornate, forti di un consenso popolare che si erano conquistati durante i processi di democratizzazione, come dimostra quel 25 per cento di voti strappato ai Fratelli Musulmani alle elezioni egiziane.

Naturalmente la mobilitazione contro il trailer di “L’innocenza dei musulmani” è per il movimento salafita un’ occasione per guadagnare anche gli spazi  che Al Qaeda con la sua pochezza ideologica e strategica non riesce più a mantenere. Si profila così lo scenario di una “mezzaluna salafita” che si estende dal Golfo Persico al Nord Africa sul quale si è scatenato un columnist come Robin Wright, che ha partecipato in un editoriale sul New York Times  tutto il suo terrore per la proliferazione dei movimenti dei salafiti definendoli “uno dei prodotti più sottovalutati e inquietanti delle rivolte arabe”, e quindi, “ più pericoloso di qualunque altro per gli interessi occidentali in Medio Oriente”.

“Salaf” da cui viene il termine salafiti, significa “fede antica” quella che caratterizza il mito fondativo dell’Islam incentrato sull’assoluta coincidenza tra religione e politica. Il movimento dei salafiti propugna quindi un ritorno alle origini, alla purezza dell’insegnamento dell’Islam scarnificato da tutte le influenze provenienti dal mondo occidentale cristiano e, peggio ancora, ateo. Sicché il movimento non  può esser considerato nazionalista  perché esso si batte contro i nazionalismi, in sintonia con i precetti dell’ Islam che non si plasmano su questa o quella realtà nazionale , bensì  sono diffusi – sostengono –  dagli aridi deserti dell’Arabia ai campus universitari europei. Pertanto la visione  dei salafiti è tutta internazionalista dal momento che Allah non fa distinzioni fra le nazioni, in quanto l’Islam non è la religione  di un solo popolo, ma lo è dell’ intera umanità.

Inoltre, essi ritengono legittimo soltanto in alcune circostanze, il jihad (“La guerra di religione contro coloro che non credono nella missione di Maometto..”). Non è per essi, come invece lo è per i qaedisti, l’attività esclusiva, sebbene conservino gelosamente il richiamo storico di bin Laden quando all’indomani dell’attentato dell’11 settembre disse: “Ciò che gli Stati Uniti provano oggi è ben poca cosa rispetto a ciò che noi abbiamo provato per decine di anni. La nostra comunità (ummah, cioè l’insieme del mondo musulmano) ha provato questa umiliazione e medesimo disprezzo per più di 80 anni”. Perché 80 anni? E’ opinione diffusa  che la diatriba Islam-Occidente sia nata con la creazione dello Stato di Israele, che risale a poco più di 60 fa. In realtà bin-Laden si riferiva ad un altro fatto che è praticamente dimenticato in Occidente, ma che ha avuto e continua ad avere nel mondo islamico un impatto traumatico. Si tratta della sconfitta dell’Impero Ottomano in seguito alla prima guerra mondiale , dalla quale quando bin-Laden parlò erano passati appunto un’ottantina di anni.

Infatti, fino al 1918 Il “sultano”, ovvero il capo temporale della Sublime Porta (Bâb-i ‘Alî), si fregiava anche del titolo di “califfo”, una parola araba (“khalifah”) che vuol dire “successore”, o “vicario”, naturalmente del Profeta Maometto. Era  dal 1774 che il sultano ottomano (turco) era considerato l’erede legittimo dei due grandi califfati arabi di Damasco (“Ommiadi”, 661-750) e Baghdad (“Abbasidi”, 750-1258).  Si tenga a mente che il suo potere di sovrano era racchiuso entro i confini dell’impero, ma come “califfo”  cioè come autorità spirituale, governava su tutto l’Islam sunnita, dal Marocco all’Indonesia, sicché egli poteva arrogarsi il titolo di  “amir ul-mu’minin” (“guida dei credenti”), di (tanto per capirci) “Papa” dell’Islam.  Tutto questo durò –si è detto- fino alla sconfitta e poi alla caduta dell’Impero Ottomano, nel 1918 appunto.  Stando così le cose meglio si capisce come il filmato sacrilego a firma americana abbia offerto il pretesto ai salafiti di richiamare alla memoria delle genti la “vergogna” storica che gli occidentali inflissero ai musulmani. Con il risultato che il numero dei simpatizzanti del movimento è salito vertiginosamente.

Avevamo appena scritto qualche giorno fa  dell’impegno condiviso e declamato urbi et orbi dall’Iran sciita e dall’Egitto sunnita sul ruolo che essi intendono svolgere insieme in Medio Oriente. La loro è la nuova risposta religiosa all’ambiguo laicismo sventolato dagli americani e dai loro alleati, al rigorismo settario dei sauditi, a Israele che incoraggia il massacro in Siria e pretende  una resa dei conti con l’Iran.  Malauguratamente la loro iniziativa s’è incenerita davanti all’ambasciata di Bengasi con un danno in più per i Fratelli Musulmani indicati dai Salafiti come dei “revisionisti islamici” che hanno abbandonato l’integrità dei principi in nome della relapolitik.

Non a caso il movimento che si richiama al Salaf , alla “fede antica” è quello  che registra la crescita più rapida non soltanto in Egitto e in Tunisia bensì in tutto il Medio Oriente . Poiché come spiega Mustafa Salama sul Daily News, l’unico quotidiano egiziano in lingua inglese: “La galassia salafita è composita. Ha accettato anche di misurarsi con i processi elettorali dalle Primavere arabe, dimostrando così di non essere contrari alla democrazie. Diciamo che la loro preoccupazione prioritaria è di salvare l’Islam delle origini”.  Infatti,  un pezzo da novanta salafita come  Sheikh Salman  Al-Ouda , autorevole membro   dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani, dalla sede nell’Arabia saudita  ha spiegato sulla sua pagina di facebook com’è valutata la democrazia nel “salafita style” : “ Essa non può essere il sistema ideale, ma è il meno dannoso, e può essere sviluppato e adattato per rispondere a delle esigenze locali,  o a delle circostanze”.

Pertanto il richiamo alla purezza dell’Islam dei primordi da parte di un movimento come quello dei salafiti che conta oltre un secolo di Storia non è argomento di poca suggestione per tutti quei credenti che devono confrontarsi con la corruzione, le storture del consumismo, e l’incubo dei droni. Dopotutto, la politica di aggressione economica e militare che Obama non ha sconfessato e a cui l’aspirante presidente Romney promette di ridare un nuovo impulso, nasce dalle deformazioni del capitalismo che è nato in Europa, e vi si è sviluppato nei secoli. Di qui si è esteso al resto del mondo, anzi questa estensione è stata proprio una delle forme di sottomissione del mondo all’Occidente che ha prodotto l’America imperiale.

Sicché davanti agli occhi di milioni di musulmani,  si dipana un Occidente in larga parte incomprensibile. Poiché quelle società non lottano contro un capitalismo, un “modello americano” che ignorano, bensì per la loro conservazione, per tutelare quell’ equilibrio tra le diverse forze sociali che  l’impegno religioso sovrintende e regola. Sicché il controllo salafita  delle moschee, delle scuole, dei costumi, delle aree di contropotere è cresciuto in questi giorni in maniera esponenziale. Molto vi coopera pure il confronto tra i due candidati alla presidenza americana i quali facendo leva sul “The Salafi moment”   elargiscono nuove, terribili ansie agli americani, e al resto dell’umanità.

18 settembre 2012

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