Ignazio Sanfilippo fu una sorta di Indiana Jones italiano. La sua prima impresa, si potrebbe anche dire avventura, si concluse esattamente un secolo fa, nel novembre del 1912, e la “Domenica del Corriere” gli dedicò una delle sue colorate copertine

di Roberto Giardina

In Inghilterra, in Francia, o negli Stati Uniti, sulla sua vita avrebbero girato un paio di film, scritto dei romanzi e biografie, ma noi siamo facili a dimenticare. Ignazio Sanfilippo, sempre per rimanere nel romanzesco, fu una sorta di Indiana Jones italiano, anzi siciliano, dalle miniere di zolfo al deserto della Libia, tra ribelli e tradimenti alla ricerca di minerali preziosi per il nostro paese. Rischiò più volte la vita, non si arricchì, anzi trascurò la sua azienda, e non gli hanno dedicato una via o una lapide neppure nel suo paese natio di Casteltermini, nell´entroterra di Agrigento.

La sua prima impresa, si potrebbe anche dire avventura, si concluse esattamente un secolo fa, nel novembre del 1912, e la “Domenica del Corriere” gli dedicò una delle sue colorate copertine. Lo ritrasse mentre veniva accolto festante dopo tredici mesi trascorsi prigioniero in Libia, perché Roma aveva preferito dimenticarlo per ragioni diplomatiche e strategiche, lasciando che fosse catturato dai turchi con cui eravamo in guerra. E´ stato un suo pronipote, Vincenzo Ferrara a dedicargli una biografia, dal titolo romantico e vero, “Un Gattopardo nel Deserto”,  ricercando tra documenti di famiglia e archivi storici, mentre era impegnato all´estero, a Londra e in Olanda, come alto funzionario di banca.

Ignazio Sanfilippo nacque nel 1857, secondo di dodici fratelli, tre anni prima dello sbarco di Garibaldi a Marsala, da un´agiata famiglia di antica nobiltà spagnola. Questo in Sicilia non importa poi molto, nonostante i pregiudizi. Dové andare a studiare a Palermo, all´istituto tecnico, poi a Roma, dove si iscrisse in ingegneria. Interruppe gli studi per tornare a casa, per occuparsi delle zolfatare di famiglia. Alla fine dell´Ottocento, la Sicilia era ancora tra i primi produttori del mondo, ma l´attività stava per entrare in crisi a causa della concorrenza americana. Roma non protesse le industrie del sud, dopo l´unità, e solo a ricordarlo si viene tacciati di nostalgie borboniche.

Chi ha letto la novella di Pirandello “Ciaula e la luna”, La storia del bambino che non ha mai visto le stelle perché trascorre le notti in miniera? Anche la famiglia dello scrittore possedeva zolfatare. Le condizioni di lavoro erano inumane, gli incidenti mortali frequenti, sottoterra si scendeva a otto anni, i piccoli portavano carichi fino a venti chili, e non cinquanta come gli adulti. Il giovane Ignazio scende in galleria per controllare di persona, diventa un esperto minerario e geologico sul campo, e non sui libri. A lui si devono invenzioni per modernizzare l´estrazione e la ricerca. E cerca di migliorare le condizioni dei suoi operai. Meritevole, ma non per gli affari. I Florio lo assumono per dirigere la loro Socièté Gènerale des Soufres.

Le ambizioni coloniali italiane hanno portato alla tragedia di Adua, ma non si rinuncia, la Gran Bretagna si è presa l´Egitto, la Francia la Tunisia, che sarebbe dovuta toccare a noi. Ci resta la Libia. Il Banco di Roma, diretto da Ernesto Pacelli, zio del futuro papa Pio XII, apre una filiale a Tripoli. In realtà una centrale di spionaggio diretta da Enrico Bresciani. Si cerca di comprare i notabili arabi, e di metterli contro gli occupanti turchi. Si chiede a Sanfilippo di guidare una missione di ricerca in Libia: ci sono minerali, e quali? Ci servono zolfi e fosfati. Ma è anche una missione di “intelligence”: gli arabi saranno pronti a accoglierci? E bisogna guardarsi dagli agenti tedeschi, francesi, inglesi. Un gran gioco di spie nel deserto. Un compito che si svolge tra grandi difficoltà, ostacolato dai turchi, che consentono di scavare solo fino a 20 centimetri di profondità. La relazione è precisa, ma come sempre si preferisce credere agli articoli degli inviati speciali che descrivono la Libia, come un paradiso in nostra attesa.

Sanfilippo torna nel 1911, per una spedizione più lunga e accurata. La carovana avanza verso l´interno tra continui incidenti, a volte quasi comici, spesso drammatici. Intanto a Roma si prepara la guerra, tra smentite, ripensamenti, e proteste. I socialisti, tra cui Mussolini, sono contro. Infine quando il 29  settembre decidiamo di sbarcare a Tripoli, i militari non sono pronti, e l´esercito è ancora a Napoli. La città circondata da un milione di palme è occupata da appena duemila marò. Sanfilippo non è stato informato, nel timore che i turchi intuissero i nostri piani, anche se la carovana veniva continuamente rifornita di viveri e di materiali: ragione di Sato, o solo il nostro menefreghismo. Sanfilippo viene imprigionato a Socna con tutti i suoi collaboratori.

 Un mese dopo un nuovo massacro, anche se quasi tutti in Italia ancora lo ignorano. A Sciara Sciat, innanzi a Tripoli, 400 bersaglieri vengono uccisi dagli arabi insorti. Noi per rappresaglia trucidiamo quattromila civili, donne e anziani. I libici sono traditori perché non stanno dalla nostra parte, come credevamo e pretendevamo. Le condizioni di Sanfilippo e dei suoi compagni peggiorano: bevono acqua sporca e infetta, si nutrono con una manciata di riso e grasso di montone. Verranno liberati dopo il trattato di pace con la Turchia.

Sanfilippo è contagiato dal mal d´africa. Tornerà ancora una dozzina d´anni dopo, sempre alla ricerca di minerali, e ne approfitta per studiare i fossili, che sono la sua passione (molti esemplari custoditi nei musei portano il suo nome). Non troverà il petrolio, che non è ancora un´ossessione, ma gli mancano gli strumenti adatti. Morirà nel marzo del 1943, quando inglesi e americani hanno conquistato da due mesi Tripoli. La nostra avventura in Libia è finita.

 9 dicembre 2012