Può essere difficile crederlo per alcuni, ma prima che esplodesse sulla scena  il movimento delle donne alla fine degli anni ’60, i giornali pubblicavano annunci pubblicitari per la ricerca del lavoro su pagine diverse, in base all’identità sessuale. I datori di lavoro pagavano, legalmente, le donne meno degli uomini per lo stesso lavoro. 

 

di  Ruth Rosen

Nel 1968, la compagnia Phillip Morris, ha lanciato una memorabile campagna pubblicitaria per vendere le sigarette Virginia sottili, una nuova marca  destinata alle donne, di per sé un fenomeno nuovo. Aveva uno slogan nuovo di zecca: “Ne hai fatta di strada, piccola.” La compagnia lo ha appiccicato sui cartelloni di tutto il paese e lo ha messo tra gli annunci pubblicitari alla televisione che presentavano le donne degli inizi del ventesimo secolo che venivano punite se fumavano.

In tutta la pubblicità, il fumo si identificava con una serie di tratti intesi a catturare l’essenza delle donne in una nuova era di parità -indipendenza, magrezza, fascino e liberazione. Il caso ha voluto che l’unica parità che alla fine questa campagna ha appoggiato comprendeva il cancro ai polmoni. Oggi le donne e gli uomini muoiono nella stessa percentuale di quella malattia. Le donne, tuttavia, hanno fatto molta strada a partire dalla metà del ventesimo secolo, e vale la pena considerare quanta ne abbiamo fatta  e dove dobbiamo arrivare.

C’era una volta

In questi giorni può essere difficile crederlo per alcuni, ma prima che esplodesse sulla scena  il movimento delle donne alla fine degli anni ’60, i giornali pubblicavano annunci pubblicitari per la ricerca del lavoro su pagine diverse, in base all’identità sessuale. I datori di lavoro pagavano, legalmente, le donne meno degli uomini per lo stesso lavoro.  Alcuni bar si rifiutavano di servire le donne, e tutte le banche negavano alle donne sposate crediti o prestiti, una pratica che non è cambiata fino al 1974. Alcuni stati escludevano le donne dall’incarico di giurato.

I produttori della radio consideravano la voce delle donne troppo sgradevole  per essere trasmessa alla radio, e i dirigenti della televisione credevano che le donne non avessero sufficiente credibilità per condurre i telegiornali. Poche donne erano a capo di grosse imprese o di università, o lavoravano come vigili del fuoco e agenti di  polizia. Nessuna faceva parte della Corte Suprema, installava apparecchiature elettriche, saliva sui pali telegrafici, o era proprietaria di imprese edili. Tutti gli uragani avevano nomi di donna,  a causa  dell’opinione ampiamente diffusa che le donne portavano il caos e la distruzione nella società.

Alla fine degli anni ’70, il Dottor Edgar Barman, un consigliere di vari presidenti e di  Medicare, ha annunciato alla televisione che le donne erano troppo tormentate da disordini ormonali per poter assumere la presidenza. A poche persone capitava di incontrare donne professori, dottori o avvocati.  Ognuno si rivolgeva a una donna chiamandola  Signorina o Signora, a seconda del loro stato civile, e se una donna aveva necessità di abortire, pratica illegale in tutta l’America, rischiava la vita cercando tra i ciarlatani  illegali un dottore competente e compassionevole.

Il pubblico in generale credeva che le vittime di stupro probabilmente  “se lo erano cercato,”  la gran parte delle donne si vergognava troppo per  denunciare la violenza subita, e non esistevano parole che dessero un senso a quella che ora chiamiamo violenza domestica, molestie, sessuali, stupro coniugale, o stupro perpetrato da persona conosciuta. Una semplice espressione sembrava riassumere le offese nascoste che le donne subivano in silenzio:  “Questa è la vita.”

Il 7 agosto 1970, come reazione a tale ingiustizia, 50.000 donne hanno protestato lungo la Quinta Avenue di New York, per annunciare la nascita di un nuovo movimento. Chiedevano tre diritti: l’aborto legale, l’assistenza all’infanzia per tutti, e parità di salari.  Queste erano le precondizioni per la parità  delle donne con gli uomini in famiglia e nel luogo di lavoro. Incredibilmente non hanno incluso la fine della violenza contro le donne nelle loro richieste, anche se l’esperienza e il timore della violenza maschile fossero diffuse, perché le donne soffrivano ancora questi crimini in silenzio.

Queste tre richieste e la quarta che non si è ancora potuta esprimere, devono essere ancora soddisfatte.

Le ferite nascoste del sesso

Mentre il movimento delle donne cresceva, le donne attiviste, hanno tuttavia iniziato a “dare un nome” alle loro lagnanze. Una volta avuto un nome, potevano essere identificate, discusse e, con una voce femminista che cresceva – trasformate in politica o usate per cambiare la legge.

Si  è saputo che c’erano molte ferite nascoste che le donne attiviste hanno scoperto e hanno pubblicizzato attraverso i gruppi di presa di coscienza, opuscoli e libri. Lo stupro, che una volta era materia di grande vergogna, è stato ridefinito come aggressione fisica che aveva poco a che vedere con la lussuria. Lo stupro perpetrato da persona conosciuta dalla vittima, rispetto quale c’era grande esperienza, ma non un nome, ha aperto una conversazione a livello nazionale su che cosa costituisse il  sesso consensuale. Poche persone avevano sentito parlare di “violenza da parte del coniuge” (se non si può violentare la propria  moglie,” sembra che abbia detto il senatore della Californi Bob Wilson, “allora chi si può violentare?”). In  questo modo, è iniziata una nuova conversazione sul diritto delle mogli ad avere sesso consensuale e sulla natura dei rapporti di potere all’interno del matrimonio.

Proprio dall’inizio,  i media tradizionali e il pubblico etichettava le donne attiviste come “lesbiche”. Perché altrimenti si lamenterebbero del comportamento maschile? Provocate dai tentativi costanti di “macchiarle” definendo lesbiche tutte le femministe, le attiviste hanno deciso di accettare quell’etichetta, piuttosto che escludere le lesbiche dal movimento. Hanno anche cominciato a  scrivere e poi a discutere della eterosessualità obbligatoria. Insieme a un movimento in espansione di uomini gay     le lesbiche femministe e gli uomini gay hanno formato il Fronte della liberazione degli omosessuali nel 1969. Preso le femministe lesbiche hanno creato un gruppo di sole donne chiamato la Lavender Menace (Minaccia della lavanda).

La pillola per il controllo delle nascite e il movimento di liberazione sessuale della metà degli anni ’60 ha dato alle donne nuove libertà. Comprendendo le limitazioni di questi cambiamenti senza che l’aborto venisse legalizzato, le femministe presto hanno aderito alla campagna di quell’epoca per i diritti all’aborto. Determinate a far revocare le leggi contro l’aborto, a New York hanno testimoniato davanti alla legislatura di stato e hanno distribuito copie di “una proposta di legge modello” per l’aborto: un pezzo di carta bianca. Per mezzo di “dialoghi aperti “, hanno discusso apertamente dei loro aborti illegali e hanno spiegato perché avevano fatto scelte di quel genere. A Chicago e a San Francisco, le attiviste hanno creato organizzazioni clandestine per aiutare le donne a trovare medici qualificati. Alcune femministe hanno perfino imparato a eseguire aborti a coloro che non erano in grado di trovare un medico competente.

Poi, nel 1973, la Corte Suprema ha pronunciato la  sua famosa decisione  sulla causa Roe contro Wade* che legalizzava l’aborto e accendeva le guerre sull’aborto che infuriano anche oggi. Si potrebbe anche dire che da qui sono realmente iniziate le battaglie culturali dei decenni futuri e non si avrebbe torto.

Che cosa ha iniziato il femminismo? In sostanza avevano iniziato a ridefinire come crimini una serie di “abitudini”. Per esempio, una delle più grosse ferite nascoste sofferte dalle donne in quegli anni era il comportamento sessualmente  predatori dei  capi uomini. Nel 1975 un gruppo di donne della Cornell University ha coniato il termine molestia sessuale. In precedenza, alcune donne lo aveva chiamato “ricatto sessuale”, ma quando la studiosa di legge  Catherine Mackinnon ha usato questa nuova espressione nel titolo del suo libro del 1979 Sexual Harassment of Working Women,  [Molestie sessuali alle donne che lavorano ], sia le femministe che i giudici cominciarono a usarlo nelle vertenze contro  i loro capi “bramosi”. Dopo le accuse di Anita Hill contro il candidato alla Corte Suprema Clarence Thomas nel 1991, l’espressione è diventata un termine familiare. In quello stesso anno, il Congresso ha aggiunto degli emendamenti al Titolo VII della Legge per i diritti civili, accettando l’argomento femminista che le molestie sessuali violavano il diritto di una donna a guadagnarsi da vivere e a lavorare in un’atmosfera non ostile.

Se nominare le molestie sessuali ha cambiato il luogo di lavoro, la violenza domestica contro le donne, ha trasformato un’abitudine in un reato criminale. Contemporaneamente, le femministe hanno diffuso una rete di rifugi per le donne  maltrattate in tutta la nazione, offrendo scampo dalla violenza coniugale e dalla probabile morte.

Ci vuole ancora mezzo secolo

Se il movimento delle donne spesso ha sorpreso e talvolta attaccato alle spalle gli uomini, ha anche radicalmente allargato la promessa democratica di parità dell’America. Le donne ora sono dappertutto. Nessuno è sconvolto quando una donna entra in una sala operatoria o in un’aula magna. Più di metà degli studenti nella maggior parte delle università sono donne.

Ora, sei il vostro capo vi fa impazzire, lo potete denunciare per molestie sessuali e citarlo ij tribunale. Se vostro marito vi picchia, può essere accusato di reato e, nella maggior parte delle zone urbane, potete scappare in un rifugio per donne maltrattate. Donne come Marissa, Mayer, amministratore delegato di Yahoo, e Ruchi Sanghivi, capo delle operazioni di Dropbox (un software multipiattaforma), sono alcune delle più potenti protagoniste del nuovo universo  tecnologico.  Tre donne sono state nominate Segretario di Stato e una come consigliere per la Sicurezza nazionale. Tre donne fanno parte della Corte Suprema. Hillary Clinton è quasi diventata la prima donna presidente e potrebbe ancora raggiungere quell’obiettivo. Importanti riviste e giornali hanno delle donne come direttore esecutivo e amministratore delegato – perfino il New York Times, che ha aspettato fino al 1896 prima di mettere con riluttanza il titolo “Ms” ( che va bene sia per le signore e che per le signorine, n.d.t.) prima del nome delle donne in prima pagina. Gli uragani adesso hanno nomi di uomini e di donne. Le donne nell’esercito statunitense combattono insieme agli uomini. Lavorano come vigili del fuoco e come detective della polizia, e quando si presenta una donna come idraulico per riparare un bagno allagato, la maggior parte della gente non si fa prendere dal panico.

Dato che tante cose sono cambiate, molte persone, comprese le donne, credono che la rivoluzione più lunga sia finita, che dovremmo smettere di lamentarci, che dovremmo essere orgogliose dei nostri successi, e andarcene a casa. Considerate, però, per un momento, le tre richieste fatte nel 1970 e la quarta che non si è potuta neanche esprimere.

Come tutti quelli che hanno preso coscienza, malgrado la causa Roy contro Wade, le donne non possono usufruire di assistenza medica per l’aborto in molte parti del paese. Gli Stati Uniti hanno approvato leggi che richiedono che le donne incinte guardino le “immagini”  dei loro “neonati” e le costringono a sopportare periodi di attesa di 24 o 48 ore, in modo che possano “cambiare idea” rispetto alla loro decisone di abortire. Nel maggio del 2012, lo Utah ha stabilito il periodo di attesa più lungo di tutta la nazione: 72 ore. Infatti, in qull’anno, la legislatura anti-aborto è riuscita ad approvare 43 nuove leggi che, in un modo o in un altro, lo hanno limitato.

Nelle grandi città, trovare qualcuno che esegue un aborto spesso non è difficile, a meno che, naturalmente non siate povero (il governo infatti non pagherà per l’aborto). Le donne nelle zone rurali, tuttavia, sono state duramente colpite. Devono viaggiare per lunghe distanze, pagare per stare in albergo mentre “ci ripensano”, e poi dopo, e soltanto dopo, possono fare la scelta che è stata promessa nel 1973. Quindi le donne certamente hanno ancora diritto all’aborto legale, ma sempre meno possibilità di usufruire di un medico che esegua l’aborto.

E  che dire dell’assistenza all’infanzia? Nel 1971 il Congresso ha  approvato la proposta di legge per l’assistenza globale all’infanzia CCA – Comprehensive Childcare Act), che forniva assistenza nazionale diurna alle donne  che ne avevano bisogno.  (Una legge del genere non sarebbe possibile oggi). Il presidente Richard Nixon ha posto il veto alla proposta  vietata l’anno dopo. Usando la retorica da Guerra fredda, sosteneva che la legge avrebbe danneggiato le famiglie e avrebbe trasformato le donne americane nelle loro  omologhe sovietiche, cioè in  automi che lavorano. Il suo veto è stato anche una rivalsa per i suoi sostenitori religiosi del sud che erano contrari alle donne che lavoravano fuori di casa e che quindi usavano l’assistenza per i bambini. Il veto ha impedito che la legge tornasse in vigore, proprio fino a questo momento.

Domandate a qualsiasi donna giovane madre che lavora dell’incubo di trovare assistenza diurna per il suo bambino che ha meno di un anno,  o un posto all’asilo per il bambino. L’assistenza ai bambini, come hanno riconosciuto le femministe, era una precondizione fondamentale per le donne che entravano nella forza lavoro alla pari con gli uomini. Tuttavia, invece della assistenza globale all’infanzia, questo paese ha scelto la maniera americana più accettabile  di trattare i problemi, cioè ognuno sceglie una soluzione individuale. sS si è ricchi, si paga una tata che vive  con la famiglia. Se si è di classe media, si assume qualcuno che arriva ogni giorno, pronto a prendersi cura dei bambini. Oppure si è fortunati e si trova un posto in un buon asilo — o anche in uno non tanto buono.

Se si è poveri, si conta su una serie di nonni esausti e generosi, mariti disoccupati, sorelle oberate dal lavoro, e vicini  dal cuore buono. Al contrario di ogni nazione europea, non abbiamo assistenza per l’infanzia garantita all’asilo o dopo la scuola, malgrado i nostri infiniti luoghi comuni politici su come noi amiamo i nostri figli. E  la cosa triste è che l’assistenza all’infanzia è rimasta fuori dai programmi politici fino dal 1971. Non  è stata neanche menzionata  durante i dibattiti presidenziali del 2012.

E non dimentichiamo i salari delle donne. Nel 1970 le donne guadagnavano, in media, il 59% dei salari degli uomini. Più di 40 anni dopo, la cifra è il 77%. Quando di recente un’università mi ha invitato a fare il discorso di presentazione  a un congresso, mi hanno chiesto che compenso mi aspettavo. Non ero del tutto sicura di come rispondere. Il consiglio migliore che ho avuto- da mio marito -è stato: “Digli soltanto di darti il 77% di qualunque cifra danno al relatore ospite   uomo.” Questa risposta ha avuto come risultato un compenso generoso.

In quanto attivista e storica, sono ancora scioccata che le attiviste (me compresa) non abbiano aggiunto alle tre richieste fatte nel 1970, anche la violenza contro le donne. La paura della violenza maschile era una parte così normale della loro vita che non ci è venuto in mente di darle risalto – non fino a quando le femministe, negli anni ’70,  hanno iniziato a pubblicizzare la violenza domestica contro le mogli che avveniva a porte chiuse e a rivelare quante donne erano violentate da estranei, gli uomini con i quali uscivano, o perfino i loro mariti.

Che dire, però, di tutte le donne – vedove, divorziate, o nubili – che non possono “attingere” a  un secondo reddito da un compagno? Come possiamo sostenere che abbiamo ottenuto la paga paritaria richiesta nel 1970, quando il 70% dei poveri della nazione sono donne e bambini? Non si tratta di    limiti della capacità di fare carriera. Quello che mi preoccupa sono tutte quelle donne incollate ai      pavimenti appiccicosi dei lavori senza via di uscita  che non forniscono  benefici, né  assicurazione sanitaria, donne che, alla fine di ogni mese, devono decidere se pagare la bolletta della luce o dar da mangiare ai loro figli.

Non abbiamo neanche visto come delle leggi potessero porvi fine. Come ha scritto di recente Rebecca Solnit in un potente saggio: una donna su cinque sarà violentata nel corso della sua vita e lo stupro di gruppo è diventato diffuso in tutto il mondo. Ci sono ora delle leggi contro lo stupro e la violenza nei confronti delle donne. C’è perfino una risoluzione internazionale dell’ONU a riguardo. Nel 1933, la Conferenza mondiale sui diritti umani tenutasi a Vienna, ha dichiarato che la violenza contro le donne e le ragazze volaci ai loro diritti umani. Domo molto dibattere, la nazioni membro dell’ONU hanno ratificato la risoluzione e hanno osato cominciare a chiamare le “abitudini” presumibilmente radicate nel tempo – violenza domestica contro le donne, delitti di onore,  morti per la dote ** , mutilazioni degli organi genitali  – per quello che sono realmente: crimini brutali e raccapriccianti. Adesso le nazioni del mondo hanno un nuovo ago della bilancia per giudicare le reciproche culture. In questa occasione, le richieste fatte dalle femministe di tutto il mondo hanno sconfitto il relativismo culturale, per lo meno quando comportava violenza contro le donne

Tuttavia,  è cambiato abbastanza poco. Questo tipo di violenza continua a impedire alle donne di andare in giro negli spazi pubblici. Lo stupro, come hanno sempre sostenuto le femministe, è una forma di controllo sociale, che ha lo scopo di rendere le donne invisibili e tenerle chiuse in casa, lontano dagli sguardi della gente. Ecco perché le attiviste hanno creato le proteste denominate “riprendiamoci la notte” alla fine degli anni ’70. Cercavano di recuperare il diritto allo spazio pubblico senza timore di essere violentate.

Il brutale stupro avvenuto di giorno e l’uccisione di una ragazza di 23 anni in India, all’inizio del 2013, ha indotto la prima protesta internazionale per la violenza contro le donne. Forse queste aumenteranno la consapevolezza di alcuni uomini. E’ tuttavia difficile essere ottimisti quando ci si rende conto di quanti stupri vengono ancora commessi regolarmente in tutto il mondo.

Sì, abbiamo fatto tanta strada, ma senza ottenere l’accesso completo all’aborto legale, l’assistenza all’infanzia per tutti, o parità di paga – quelle tre richieste fatte tanti decenni fa. E non abbiamo ottenuto il diritto di godere dello spazio pubblico senza timore di violenza, stupro, e altre azioni peggiori.

Ho sempre saputo che questa era la rivoluzione più lunga. Una rivoluzione che richiederà  un secolo e più per realizzarsi. Essa ha capovolto la maggior parte delle nostre vite, e ne ha migliorate tante in maniera significativa. Nulla sarà mai più lo stesso. Tuttavia c’è ancora tanta strada da fare. Dubito che vedrò la completa parità dei sessi nel corso della mia esistenza.

Traduzione di Maria Chiara Starace per Z Net

*http://www.linkiesta.it/roe-wade-sentenza-aborto**

http://www.assefa-alessandria.org/articolo.asp?id=78

L’ autrice dell’articolo Ruth Rosen, ex opinionista del Los Angeles Times e del San Francisco Chronicle, è professoressa emerita di storia all’Università della California a Davis e Studiosa residente all’Università della California, sede di BerkleyDi recente ha scritto: The World Split Open: How the Modern Women’s Movement Changed America [ Il mondo spaccato: come il moderno movimento delle donne ha cambiato l’America]. Fa parte del consiglio di redazione della rivista Dissent e collabora mensilmente a OpenDemocracy.net in Inghilterra.  I suoi contro editoriali, i commenti e articoli si trovano su www.ruthrosen.org

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su TomDispatch.com, un weblog del Nation Institute, che offre un flusso continuo di fonti alternative, notizie e opinioni da parte di Tom Engelhardt, direttore editoriale, co-fondatore dell’American Empire Project, autore del libro : The End of Victory Culture (La fine della cultura della vittoria) e anche del romanzo: The Last Days of Publishing (Gli ultimi giorni dell’editoria).Il suo libro più recente è: The American way of War:How Bush’s Wars Became Obama’s (Haymarket Books) (Lo stile bellico Americano: come le guerre di Bush sono diventate quelle di Obama.

25 febbraio 2013