KabulBank

Washington ha rumorosamente denunciato la corruzione afgana come uno dei principali ostacoli alla missione statunitense in Afghanistan. La cosa è stata ampiamente pubblicizzata. Manca soltanto un elemento cruciale in questa censura di routine: una spiegazione credibile del perché la costruzione della nazione afghana da parte degli Stati Uniti sia fallita. Nessuna meraviglia. Per dare tale spiegazione gli Stati Uniti avrebbero dovuto autodenunciarsi

di Dilip Hiro

La corruzione in Afghanistan è oggi acuta e permea tutti i settori della società. In anni recenti, le prove aneddotiche del problema sono state sostituite da studi di ricercatori, indagini di ONG e rapporti periodici dell’Ufficio delle Nazioni Unite sulla Droga e la Criminalità (UNODC). Esiste anche l’Indice della Corruzione Percepita a cura di Transparency International (TI), con sede a Berlino. L’anno scorso ha posto l’Afghanistan all’ultimo posto nel pianeta assieme a due altri paesi.

Nessuno di questi documenti, tuttavia, fa riferimento al fatto più importante per quanto riguarda la corruzione: che si basa su Washington. E’, in realtà, radicata nella massiccia crescita delle forze statunitensi nel paese dal 2005 in poi, nella parallela estensione delle basi, accampamenti, e avamposti di combattimento statunitensi passati dai 29 del 2005 a quasi 400 cinque anni dopo e, soprattutto nel massiccio tsunami di fondi che ha accompagnato tutto ciò.

Il mese scorso, quando un tribunale afgano ha condannato Sher Khan Farnood e Khalil Ullah Ferozi, presidente e direttore esecutivo della Kabul Bank, per aver saccheggiato in depositi in una gigantesca truffa tipo catena di S. Antonio (‘Ponzi scheme’), l’evento ha ricevuto una certa attenzione mediatica. Tipicamente, tuttavia, il ruolo critico degli statunitensi nel passato torbido della banca è finito disperso in azione.

Fondata come società privata nel 2004 la Kabul Bank è stata prontamente salutata dai dirigenti statunitensi come un cardine dell’ordine economico del libero mercato emergente nel paese. Nel 2005 alle parole sono seguiti i fatti. Il Pentagono, pagatore delle Forze Nazionali di Sicurezza afgane (ANSF) ha firmato un contratto con la banca per distribuire i salari ai soldati e ai poliziotti dell’ANSF.

Con ciò la novella istituzione finanziaria ha acquisito un flusso di cassa impressionante. Inoltre un sostegno statunitense così plateale ha generato fiducia tra gli afgani più abbienti. Abbastanza presto hanno fatto la fila per depositare i loro soldi. A partire dal 2006, l’impetuoso flusso di cassa ha incoraggiato Farnood e Ferozi a cominciare a fare la cresta sui fondi dei depositanti concedendo a sé stessi finanziamenti non garantiti attraverso società di facciata. Era così nata la più grande truffa bancaria del mondo (se calcolata in percentuale del PIL del paese) con l’ambasciata USA a Kabul che aveva fatto da levatrice.

Come tutto è successo

Esiste un collegamento statistico tra le somme spese da Washington in Afghanistan e il peggioramento della corruzione in quella disgraziata nazione. Si trova nell’Indice della Corruzione di TI. Nel 2005 l’Afghanistan si classificava al 117esimo posto su 158 nazioni esaminate. Nel 2007, con i biglietti verdi statunitensi che affluivano nella nazione, solo due nazioni su 179 lo superavano in corruzione. Dal 2011 è all’ultimissimo postodi tale indice.

Cos’è cambiato tra il 2005 e il 2007? Nella primavera del 2006 l’insurrezione talebana aveva già conquistato il controllo di 20 distretti nella parte meridionale del paese è stata sfidando le forze USA e NATO nell’area strategica di Kandahar. Con una guerra settaria che a quel punto infuriava nell’Iraq occupato dagli Stati Uniti, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld sentiva di poter aumentare la presenza militare statunitense in Afghanistan solo marginalmente.

Ciò cominciò a cambiare quando Robert Gates prese il comando del Pentagono nel dicembre 2006. Cominciò a potenziare le unità di combattimento nel paese. In conseguenza si moltiplicarono le basi operative avanzate, così come gli avamposti di combattimento e gli accampamenti militari. Costruire in fretta nuovi siti o potenziare quelli esistenti significò che il Pentagono cominciò ad assegnare contratti a società di costruzione locali afgane, non abituate a svolgere compiti simili in rapidamente. Esse subappaltarono a loro volta gli incarichi a quelli che li avevano lubrificati. Con l’infusione di altre pile di dollari del Pentagono, la corruzione non fece di allargarsi.

Successivamente ciascuna di queste basi e di questi avamposti doveva essere rifornita di cibo, acqua, combustibile e altre necessità oltre a materiale bellico. In aggiunta, il Pentagono accelerava il suo programma di rafforzamento delle nascenti forze di sicurezza afgane coprendo il costo pieno dell’addestramento, dell’equipaggiamento e pagandone il personale, oltre a costruire basi e avamposti per esse. In conseguenza i contratti per le compagnie di trasporto afgane si moltiplicarono, così come i contratti a strutture private afgane di sicurezza per proteggere i camion che trasportavano provviste e materiale in quel paese sempre più devastato dalla guerra.

E in misura corrispondente, è ovvio, crebbero le opportunità di corruzione.

Tra il 2005 e il 2007, quando le forze di combattimento statunitensi in Afghanistan raddoppiarono, il bilancio del Pentagono fece un balzo da 17,2 miliardi di dollari a 34,9 miliardi di dollari l’anno. Raddoppiò anche il personale dell’ANSF, da 66.000 a 125.000 soldati e poliziotti, anche se con un costo marginale per il Pentagono. A 16.000 dollari l’anno, l’onere per mantenere un soldato afgano era un misero 2% del costo di 800.000 dollari per mantenere il suo omologo statunitense.

In tale periodo le occasioni di corruzione crebbero in misura esponenziale. Perché? In parte perché il Pentagono non era in grado di proteggere i convogli delle forniture dei suoi appaltatori afgani, cosa che avrebbe richiesto decine di migliaia di altri soldati statunitensi. La distanza tra il principale centro di fornitura alla Base Aerea di Bagram, presso la capitale Kabul, e la città di Kandahar, nel sud infestato dai talebani, era di 300 miglia; e il centro dei talebani nella provincia di Helmand si trovava a altre 100 miglia da Kandahar. Poiché in Afghanistan mancano le ferrovie, l’unico modo per trasportare beni e persone consisteva nell’usare le strade.

L’autostrada Bagram-Kandahar era punteggiata di posti di blocco, ciascuno presidiato da combattenti armati del signore della guerra dominante, che incassavano un’arbitraria “tassa di transito”. Il solo modo in cui le compagnie di trasporto potevano eseguire il loro lavoro era comprarsi un transito sicuro dai padroni dell’autostrada e così dire addio a  circa 1.500 dollari di mazzette per ogni camion tra Bagram e Kandahar, e ad altri 1.500 dollari tra Kandahar e Helmand. Tutti questi soldi provenivano dai fondi che il Pentagono distribuire così dissolutamente.

I signori della guerra e gli appaltatori privati della sicurezza, a loro volta, ungevano i talebani per il transito sicuro di tali convogli. In sostanza, perciò, il Pentagono stava contribuendo a finanziare il proprio nemico al fine di distribuire le forniture necessarie alle proprie basi. Inoltre sulle strade ‘sicure’, c’erano anche posti di controllo di poliziotti afgani, che estorcevano mazzette minacciando di passare ai talebani informazioni anticipate sui convogli.

Questo processo divenne un elemento importante della corruzione su scala grandiosa innescata dai 60 miliardi di dollari l’anno che il Pentagono, nel 2009, era arrivato a spendere nella sua guerra afgana.

C’erano poi le marginali bustarelle che gli afgani comuni pagano regolarmente ai dipendenti pubblici e ai poliziotti. Sono estorte ai cittadini per favori o un trattamento preferenziale da parte di funzionari nei ministeri dei servizi pubblici quando si tratta di cose semplici come ottenere l’ammissione a scuola di un bambino o di assicurarsi un letto in ospedale o di conseguire una patente di guida o ottenere un permesso di costruzione. Rappresentano un fenomeno comune non solo in Afghanistan, ma anche altrove nel Sud e nel Sud-Ovest dell’Asia.

Ignorando il malcostume finanziato dal Pentagono su scala industriale, le ONG e l’UNDOC seguono il rituale di quantificare la corruzione nel paese interrogando un campione di afgani a proposito delle piccole bustarelle – popolarmente chiamate baksheesh (letteralmente, “mancia”) – che loro pagano ai dipendenti pubblici. Arrivano così a conclusioni incredibili come che il 50% della popolazione ha pagato mazzette nel 2012, “in calo” rispetto al 58% del 2009 (l’anno della rilevazione precedente).

Un’indagine del 2009 di Integrity Watch Afghanistan (IWA) concentrata sulla corruzione minuta o amministrativa ha fissato il totale di tale corruzione a livello nazionale in 1 miliardo di dollari, cioè meno della metà dei 2,16 miliardi di dollari sborsati dal Pentagono in un unico gigantesco contratto sotto l’etichetta “Trasporti della Nazione Ospite” per la consegna delle forniture alle proprie basi.

La mungitura delle Forze di Sicurezza finanziate dal Pentagono

Altra grande fonte di corruzione sistematica: la cresta sui fondi del Pentagono mediante i salari pagati ai “soldati fantasma” e ai poliziotti, reclute arruolate nelle forze di sicurezza afgane che non esistono. Anche qui i fondi di Washington sono diventati fonte di peculato e di corruzione “afgana”.

Fino al 90% dei soldati e dei poliziotti afgani è analfabeta, e circa un quarto della forza diserta ogni anno. Ciò ha fornito lucrose opportunità ai comandanti di gonfiare le proprie liste di soldati con cosiddetti fantasmi, mantenerli sui propri libri e incassarne i salari. (Merita di essere ricordato che questa pratica era divenuta analogamente diffusa nell’esercito sudvietnamita nel corso della guerra statunitense in Vietnam).

Oltre a rubare sui salari, comandanti intraprendenti dell’esercito e della polizia hanno fatto soldi anche rivendendo materiale bellico del Pentagono. Ad esempio, secondo documenti fatti trapelare dal sito WikiLeaks, un capo della polizia della cittadina orientale di Zurmat ha riferito finti scontri a fuoco con i talebani e dopo aver ricevuto il ripristino della dotazione con migliaia di munizioni, le ha vendute a un mercante del bazaar. Un altro commissario provinciale di polizia si è appropriato di cibo e uniformi, lasciando i suoi uomini al freddo e sottonutriti nell’inverno. Tali atti hanno portato alla creazione di un considerevole mercato nero di equipaggiamento militare e di beni statunitensi di ogni genere.

Nella sua spinta a conquistare i cuori e le menti degli abitanti dei villaggi afgani, i decisori delle politiche del Pentagono hanno consegnato fondi in contanti direttamente a ufficiali statunitensi per finanziare la costruzione di pozzi, scuole e cliniche nelle aree in cui erano schierati. L’accento era posto su risultati rapidi e visibili, e in effetti sono stati rapidi e visibili: i fondi sono generalmente finiti nelle tasche di intermediari rurali del potere con scarsi controlli e nessuna responsabilità, particolarmente quando l’ufficiale statunitense coinvolto lasciava solitamente l’area dopo un periodo di servizio relativamente breve.

In seguito questo ruolo è stato assunto dall’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale del Dipartimento di Stato (USAID). Come con il Pentagono, la maggior parte dei fondi distribuiti è finita nelle tasche di quegli intermediari locali del potere. Secondo alcuni resoconti l’USAID ha perso in determinati progetti fino a novanta centesimi per ogni dollaro speso. Secondo un rapporto del Congresso pubblicato nel giugno del 2011 gran parte dei 19 miliardi di dollari di aiuti esteri che gli Stati Uniti hanno pompato in Afghanistan dopo il 2001 sta probabilmente destabilizzando a lungo termine il paese.

Importi sbalorditivi di dollari dei contribuenti statunitensi stanziati per aiutare l’Afghanistan sono stati spese così rapidamente e dissolutamente da aver eluso ogni controllo o tutela anticorruzione, di trasparenza o responsabilità esistente sulla carta. Tuttavia quelli che avevano ammassato valige di dollari avevano un problema. L’economia sottosviluppata da 12 miliardi di dollari dell’Afghanistan – una somma spesa da Washington ogni singolo mese in quel paese – non offrire molte vie per investimenti redditizi legittimi. Perciò la maggior parte dei fondi raccolti su scala colossale ha lasciato il paese, in gran parte finendo in banche e proprietà immobiliare negli Emirati del Golfo, specialmente a ruota libera in Dubai.

I diplomatici statunitensi hanno ignorato le bravate della Kabul Bank

La Kabul Bank ha raccolto l’essenza di tutto ciò in una singola istituzione afgana, parto dell’ingegno di un afgano che spiccava come un uomo per tutte le stagioni. Nel loro entusiasmo nel dare il benvenuto alla fondazione di un’ambiziosa banca privata, i dirigenti statunitensi, devoti alla loro teologia del libero mercato, hanno trascurato i precedenti equivoci del presidente della Kabul Bank, Farnood. Uzbeco etnico, si era trasferito a Mosca durante l’occupazione sovietica dell’Afghanistan negli anni ’80. Verso la fine di quel decennio aveva avviato un’attività informale di trasferimento di fondi, o hawala, che si era dimostrata utile ai contrabbandieri di droga che volevano trasferire i loro fondi in Afghanistan e nella vicina Repubblica Socialista del Tagikistan.

Prima che le autorità russe chiudessero quell’attività per riciclaggio di denaro sporco nel 1998, Farnood era fuggito a Dubai. Come fulcro principale delle attività di hawala che coprivano l’Afghanistan, il Tagikistan e il subcontinente indiano, quello era un rifugio perfetto per lui. Nella località si era anche fatto conoscere come forte giocatore di poker.

Il ministero russo dell’interno lo perseguiva ma nel 2007, quando ottenne che l’Interpol emettesse un mandato di arresto contro di lui, egli era l’onorevole presidente della Kabul Bank (con la sua ex guardia del corpo, Ferozi, nella veste di direttore esecutivo). E la sua banca si era fatta quasi un milione di clienti, tra cui 250.000 soldati delle forze di sicurezza e poliziotti afgani. Non sorprendentemente il ministero dell’interno di Kabul ha ignoratoil mandato dell’Interpol. E lo stesso ha fatto, apparentemente, l’Ambasciata USA di Kabul.

Quando sono esplose le notizie circa la sua strabiliante truffa e schema Ponzi, nel settembre del 2010, i dirigenti dell’USAID hanno espresso sorpresa e turbamento. Avrebbero dovuto essere sordi e ciechi per non vedere o udire le voci che già erano andate circolando nei circoli finanziari e diplomatici di Kabul a proposito della loro istituzione finanziaria prediletta. Non hanno potuto, comunque, proseguire nella farsa dell’ignoranza una volta che WikiLeaks ha pubblicato i dispacci dell’ambasciata di Kabul, alcuni dei quali risalenti al 2009, che citavano le scandalose trasgressioni della banca.

Arrivati al settembre del 2010, quasi un miliardo di dollari era scomparso dalla banca, con Farnood e Ferozi che ne avevano intascato 900 milioni, parte considerevole dei quali avevano investito in ville lussuose a Dubai. Il mese scorso alcuni giornalisti occidentali liberali hanno insistito su  come i giudici afgani hanno lasciato cadere la accuse più gravi di peculato, falso, e riciclaggio contro Farnood e Ferozi, condannandoli invece per “abuso di fiducia”. Tuttavia nessuno dei giornalisti o opinionisti ha segnalato il fatto scomodo che dirigenti statunitensi avevano caldamente approvato la fondazione della banca, avevano contribuito a elevarne la statura e a migliorarne la liquidità e avevano poi trascurato le vergognose malefatte dei loro fondatori originali.

Nei prossimi due anni, mentre Washington ritirerà le sue forze dall’Afghanistan e la situazione del paese si disintegrerà ulteriormente, ci saranno indubbiamente altre storie a proposito della corruzione “afgana”. Considerato ciò, val bene la pena di ricordare i fatti seguenti: sono stati gli Stati Uniti a inondare il paese di fondi militari e di aiuto, vantaggiosamente trascurando ogni procedura di controllo e a trasformare così l’Operazione Libertà Duratura [Enduring Freedom] nell’Operazione Duratura Corruzione.

diliphiroL’autore: Dilip Hiro è un collaboratore regolare di TomDispatch e autore di 33 libri, il più recente dei quali è Apocalyptic Realm: Jihadists in South Asia[Il regno dell’Apocalisse: Jihadisti in Asia Meridionale] (Yale University Press, New Haven e Londra).

Questo articolo è apparso inizialmente su TomDispatch.com, un blog del Nation Institute, che mette a disposizione un flusso costante di fonti, notizie e opinioni alternative a cura di Tom Engelhardt, da lungo tempo direttore di edizione, cofondatore dell’American Empire Project, autore di The End of Victory Culture[La fine della cultura della vittoria],e di un romanzo The Last Days of Publishing. Il suo libro più recente è The American Way of War: How Bush’s Wars Became Obama’s [La via statunitense alla guerra: come le guerra di Bush sono diventate di Obama], (Haymarket Books).

traduzione di Giuseppe Volpe per Z Net Italy

9 aprile 2013