Sono molto attenti alle spese, non solo quelle pubbliche.  La Bce non vuol più coniarli. Gli altri paesi sono tutti d’accordo.  Solo la Germania dice no

Roberto Giardina

 

di Roberto Giardina 

l43-deutsche-mark-111021163834_mediumChe ne facciamo delle fastidiose monetine da 1 e 2 centesimi? Buttiamole, propone la Bce. Tutti gli europei che pagano in euro sono d’accordo. E i tedeschi sono gli unici a ribellarsi. La popolare Bild Zeitung ha dedicato la prima pagina alla loro difesa, segno che il problema sta molto a cuore dei suoi milioni di lettori.

Forse è proprio questo il segreto del perenne miracolo della Germania: gli altri sono in crisi, e loro no. E se passano qualche momento difficile ne escono sempre per primi, e in breve tempo. Noi sperperiamo, e Angela Merkel fa saggiamente i conti della spesa.

Secondo un sondaggio della Bundesbank, la banca centrale, il 91% dei tedeschi trova giusto il proverbio: «Chi non rispetta il pfennig, non rispetta il tallero», che sarebbe un’antica moneta, etimologicamente all’origine del dollaro. I pfennig erano i centesimi del Deutsche mark, e furono ovviamente i tedeschi a pretendere che l’euro continuasse a mantenerli in vita, anche se chiamati cent, termine che mi è sempre sembrato provinciale.

Bruxelles sostiene che le piccole monete non servono a nulla, e costano troppo. A causa del rincaro del rame oggi il materiale con cui sono fatte costa di più del loro valore. Da quando sono nate nel 2002 ne sono state coniate per 46 miliardi di euro, cioè qualcosa come dieci anni di nostra Imu sulla prima casa, ma la differenza tra costo e valore è già di 1,4 miliardi. La Finlandia e l’Olanda le hanno condannate a morte, perché non imitarle? Servono solo come misura psicologica per i negozianti, che possono esporre prezzi di 99 centesimi, o 9 euro e 99. Fare cifra tonda spaventerebbe i consumatori. Come se fossero tutti cretini. Poi, tanto, alla cassa si arrotonda, sempre o quasi a favore del negoziante. Ovunque, tranne che nella mia Berlino e dintorni.

Ed è uno dei pochi problemi che angustiano la mia vita in Prussia. Avete tre persone davanti a voi alla cassa? Pochi minuti d’attesa, ma vi sbagliate. Devono pagare, ma giunto il momento nessuno ha il denaro o il borsellino in mano, lo tirano fuori con lentezza dalla borsa (ma gli uomini sono peggio delle signore), la cassiera chiede 10 euro e 17 centesimi. Il cliente cerca le monetine, trova 16 centesimi, allora offre una moneta di un euro. Ora tocca alla cassiera trovare gli 83 centesimi di resto. E così trascorre una decina di minuti. Nessuno ha calcolato quanto costa il tempo? Solo una volta in tutti questi anni una cassiera per 10 centesimi mi ha detto: lasci perdere. Ma era una giovane turca e avrà fatto una brutta fine. Quando è il mio turno, pago con un biglietto da venti, e giunto a casa butto i centesimi in un grande posacenere, tanto non fumo, con disperazione di mia moglie. Non è tedesca, ma pensa che io sia disordinato.

I tedeschi sono convinti che i cent, come i pfennig, servano contro l’inflazione, e comunque insegnano fin da piccoli a dare importanza al denaro. Al tempo del Deutsche mark buttavo sempre i pfennig in un vaso, e nessuno mi diceva niente perché ero single. E i centesimi da noi non esistevano. Quando il giornale mi trasferì a Parigi, non ebbi il coraggio di presentarmi in banca per chiedere il cambio delle monetine in carta moneta. Comprai un vaso di vetro, quelli per le conserve, lo riempii con le monetine e lo regalai al figlio decenne di una mia amica, a patto che le contasse e mi rivelasse il risultato. Erano 170 marchi, il ragazzino felice si comprò una bicicletta. Allora scrissi che quello forse era il gap tra Deutsche mark sempre rivalutato, e lira sempre svalutata, oggi si dice spread ma fa lo stesso.

21 maggio 2013