Chrysostome II "arcivescovo della Nuova Giustiniana e di tutta Cipro". Il prelato è innanzi tutto un uomo d'affari a capo di una chiesa ricca, molto ricca.

Chrysostome II “arcivescovo della Nuova Giustiniana e di tutta Cipro”.

Capo della chiesa ortodossa dell’isola e uomo d’affari a capo di un patrimonio immenso, l’arcivescovo di Cipro interviene spesso nel dibattito politico. Incontro con uno dei protagonisti di un paese in crisi

di Fabrice Nodé-Langlois

A Cipro, piccola repubblica sprofondata in una gravissima crisi economica, l’arcivescovo Chrysostomos II, capo della chiesa ortodossa, interviene di frequente e in modo molto disinvolto nel dibattito politico.

A fine marzo il piano di salvataggio dell’Europa ha imposto – in cambio di un aiuto di dieci miliardi di euro – un prelievo sui conti correnti bancari superiori ai 100mila euro nei due principali istituto di credito del paese. Ma non appena il nuovo presidente cipriota, Nicos Anastasiades, ha accettato questo piano, l’arcivescovo ha subito chiesto la testa del ministro delle Finanze e del governatore della banca centrale. Eppure durante la campagna presidenziale il capo della chiesa aveva esplicitamente dato la sua preferenza ad Anastasiades.

Sua beatitudine Chrysostomos, “arcivescovo della Nuova Giustiniana e di tutta Cipro”, dà il suo parere su ogni argomento. Il prelato è innanzi tutto un uomo d’affari a capo di una chiesa ricca, molto ricca. Si dice che abbia anche relazioni privilegiate con Mosca. Una figura imprescindibile dell’isola, sicuramente la sua personalità più influente. Una personalità che ovviamente alimenta voci e passioni.

“Va a vedere l’arcivescovo?” dice divertito Panicos, il tassista che mi porta all’arcivescovado, nel cuore della vecchia Nicosia cinta da mura veneziane. “Faccia attenzione ai suoi anelli! La chiesa è ricchissima, è una vera e propria mafia!”

Il prelato ci riceve nel palazzo episcopale, un edificio in stile neobizantino con eleganti portici costruiti negli anni Cinquanta. Nel cortile troneggia una statua in piedi di monsignor Makarios III, illustre predecessore di Chrysostomos e primo presidente di Cipro indipendente, nel 1959.

In questa occasione Chrysostomos II ci accoglie vestito con una semplice tonaca blu. La manica foderata di rosso lascia intravedere un imponente orologio d’oro. Dopo il baciamano di rito, che incute indubbiamente un certo timore, il settantenne dalla folta barba grigia si rivela cordiale. Dietro gli occhiali sottili, lo sguardo è simpatico e il sorriso generoso.

Per quanto riguarda il piano di salvataggio finanziario e le sue drastiche contropartite, piano che il presidente Anastasiades ha cercato di rendere meno oneroso, sua Beatitudine ha un giudizio molto critico: “Questa situazione è creata dalla Germania, dall’Fmi e dalla Bce. Hanno voluto punire Cipro”. Un sentimento di ingiustizia largamente condiviso dai risparmiatori, che in molti casi hanno visto i loro risparmi volatilizzarsi dall’oggi al domani. La chiesa fa il suo dovere andando incontro ai più poveri, e in questi giorni ha aperto delle mense popolari.

La chiesa fa beneficiare la nazione delle sue ricchezze, ma conserva uno spiccato senso degli affari. Di conseguenza il grande ufficio di Chrysostomos, pieno di carte e con un grande tavolo da riunione, ricorda quello di un amministratore delegato.

Non contento di avere molte terre, la chiesa di Cipro è anche la prima azionista della fabbrica di birra nazionale, la Keo. Inoltre è azionista di riferimento – con una quota del 29 per cento – dell’Hellenic Bank, il terzo istituto del paese. “Non l’abbandoneremo”, assicura l’arcivescovo. “Abbiamo detto la governo di non toccarla”, aggiunge scuotendo la barba con una piccola risata. La chiesa possiede anche il 5 per cento della Bank of Cyprus, il primo istituto bancario dell’isola in piena ristrutturazione. Una quota però che secondo lo stesso finanziere supremo è ormai perduta.

La chiesa ha dato in affitto a Paphos per un milione e mezzo di euro all’anno 50mila metri quadrati sui quali alcuni investitori russi costruiranno un albergo. Si ritiene che la chiesa abbia dei legami privilegiati con la Russia. Chrysostomos non ne fa segreto e racconta che quando il precedente governo ha voluto chiedere a Mosca una rinegoziazione del prestito di 2,5 miliardi di euro concesso nel 2011, ha avuto “un incontro in Europa con il patriarca russo, che a sua volta ha parlato con Putin.

Dopo questo incontro il presidente Christofias avrebbe dovuto subito chiamare Putin, ma in realtà lo ha fatto solo 13 giorni dopo”. Un affronto che non è piaciuto al Cremlino, ci dice il prelato. Sull’esempio dei suoi cugini ortodossi di Russia, Chrysostomos “è molto nazionalista”, sottolinea un osservatore straniero. Il boom immobiliare e la crescita degli ultimi anni hanno attirato sulla parte greca dell’isola circa 100mila immigrati – rumeni, bulgari, filippini e pachistani – rispetto a una popolazione di 800mila persone. “Sono tutti figli di Dio, non voglio che vadano via”, dice l’arcivescovo. “Ma se non ci fossero, non ci sarebbe la disoccupazione”.

Ma come spiegare questa presenza costante nel dibattito politico? La risposta di Chrysostomos è immediata: “La chiesa esprime la sua opinione perché ha alle spalle un’esperienza di duemila anni”. In effetti la tradizione fa risalire la sua creazione a San Barnaba, contemporaneo di Cristo, che attraversò il piccolo tratto di Mediterraneo che separa la Terra santa dall’isola.

“Non bisogna cercare di capire la chiesa di Cipro sulla base di riferimenti occidentali”, avverte Andreas Theophanous, professore di economia all’università di Nicosia e sostenitore di un’uscita controllata dall’euro. “Cipro è stata dominata dagli ottomani nel Quindicesimo secolo, il papa non è venuto in nostro soccorso perché in cambio chiedeva la nostra sottomissione. Così i turchi si sono rivolti all’arcivescovo, diventato di fatto la principale figura dell’isola. La gente ha dato i suoi beni alla chiesa per proteggerli ed è così che è diventata ricca”, racconta Theophanous. “Se quest’isola è rimasta greca e cristiana, lo deve in tutto e per tutto alla chiesa”, ribadisce Chrysostomos II.

I prossimi anni si annunciano molto difficili per i ciprioti. Nel 2013 il prodotto interno lordo (Pil) crollerà di quasi il 9 per cento, secondo le previsioni di Bruxelles. Nel 2014 la disoccupazione supererà il 17 per cento. Il pericolo è quello di ritrovarsi in un clima di tagli e di rigore simile a quello greco. “È crollato tutto nel giro di poche settimane”, ripetono molti abitanti di Nicosia, che in alcuni casi hanno perso nell’arco di una notte metà dei risparmi di tutta una vita. È crollato tutto tranne la Chiesa, presente sull’isola da duemila anni.

Fonte: Le Figaro

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