Il conteggio per conoscere il tempo che gli starà appiccicata l’etichetta di “moderato” scatterà da agosto, quando ci sarà il passaggio di consegne tra il presidente uscente Mahmoud  Amadinejad e il nuovo: il chierico sciita, ex negoziatore per il programma nucleare iraniano, il “moderato” Hassan Rohani che a dispetto dei pronostici ha vinto al primo turno le elezioni presidenziali iraniane

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di Vincenzo Maddaloni 

A Rohani sono andati più di 18 milioni (50 i potenziali elettori) di voti appena sufficienti per sancire una vittoria netta. I dati ufficiali del ministero dell’Interno hanno parlato appunto di una vittoria netta  sebbene  abbia raccolti soltanto il 50,71 per cento dei voti. Tuttavia è notevole il distacco sul secondo classificato, il sindaco di Tehran, Mohammed Baqer Qalibaf, che si è fermato al 16 per cento.

La Casa Bianca ha plaudito come mai prima era accaduto l’esito del voto; si è dichiarata pronta a un dialogo diretto con Rohani e si è congratulata col coraggio degli iraniani che sono andati a votare. Ha infine auspicato che sia l’ora delle «scelte responsabili per un futuro migliore», con un nuovo governo che rispetti la volontà del popolo.

Di tutt’altro tono il commento di Israele che – ha avvertito – giudicherà Rohani dalle «sue azioni in materia di nucleare e terrorismo», come ha chiarito il portavoce del ministero degli Esteri israeliano sottolineando che «fino a oggi sul programma nucleare iraniano ha deciso la Guida Suprema (l’Ayatollah Ali Khamenei, ndr), non il presidente». Insomma per Israele conta poco o nulla che Rohani sia appoggiato da personalità di spicco quali gli ex presidenti dell’ala moderata, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani e Seyyed Mohammad Khatami e dall’hojatoleslam Hassan Khomeini, nipote del defunto leader della Rivoluzione Islamica, l’ayatollah Ruhollah Khomeini.

Nemmeno vi ha contato il fatto che in politica estera, il programma dello schieramento moderato-riformista al quale il nuovo presidente appartiene, preveda un’apertura verso l’Occidente, in particolare nei confronti degli Stati Uniti, con l’obiettivo primo di risolvere la questione nucleare.

Insomma, i falchi che inseguono il confronto duro e possibilmente armato con la Repubblica islamica, a Washington come in Europa e soprattutto a Tel Aviv (Benyamin Netanyahu in testa) sono rimasti spiazzati da queste elezioni nelle quali – è da tutti riconosciuto –   gli elettori hanno potuto chiaramente “dire la loro” esprimendo la volontà di un cambiamento della direzione della politica. Insomma, le sorprese di questo risultato sono due: la vittoria in sé e il fatto che essa sia potuta accadere.

Si tenga a mente che  nelle società musulmane la campagna elettorale non ha per tema il confronto per l’adozione di un sistema che sia – per esempio –  a favore o contro il capitalismo, ma per la loro conservazione, per tutelare un equilibrio tra le diverse forze sociali. Anche perché l’Islam non si basa sulla distinzione tra il potere temporale e quello spirituale come accade tra i cristiani che appunto non fondono insieme le due realtà. L’Islam è allo stesso tempo una fede e una legge, anche se a volte, il credente l’accetta a denti stretti.

Un esempio tra i tanti è l’Iran dove il “Rinascimento persiano”, quello dei poeti che cantavano l’amore e il vino, dei palazzi fastosi, dei veli e dei cuscini, quello delle miniature con i volti languidi dei cavalieri che tanto eccitavano Byron e poi Chatwin, è agli antipodi del puritanesimo imposto dagli ayatollah. Che comunque viene tollerato, se non accettato, perché manca nella Storia nazionale un’alternativa laica e pertanto popolare. Dopotutto l’Islam è una forma di coscienza umana e sociale, è una civiltà, è una religione come tutte le altre che é stata riconosciuta ufficialmente anche dalla Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II (1962-1965) come una religione autentica che adora il vero Dio e persegue, con la sua morale e la sua legge, il bene.

Tuttavia, il fatto che l’Islam non contempli la distinzione tra il potere temporale e quello spirituale mal si concilia con le società che hanno trasformato quelle che erano considerate storture come il  consumismo e lo sfrenato edonismo in due valori dell’esistenza. Dunque non soltanto Coca cola, MacDonalds e bunga-bunga come episodi a sé , bensì una “filosofia” vera, strutturata come nuova formula dell’esistenza che dovrebbe etichettare il ventunesimo secolo, e che farebbe e in molta parte fa la gioia dei potenti della finanza mondiale.

Eppure non occorrono studi profondi per capire che l’Islam così com’è strutturato non può rientrare nella configurazione auspicata ed è ben difficile che vi rientri in un prossimo futuro, in mancanza anche di una società civile come l’Occidente americanizzato la vorrebbe, che non è mai potuta nascere perché il Corano non la prevede.  Infatti, parlare d’integrazione del mondo musulmano con i principi della nuova “filosofia” vorrebbe dire modificare radicalmente i loro riferimenti religiosi e, per estensione, politici, economici, sociali e psicologici. Perché possa realizzarsi si devono promuovere le lotte tra i sunniti e gli sciiti, tra i musulmani e i cristiani, fino a portarli a un confronto brutale con il sionismo. Come si sta facendo, basta guardarsi in giro.

E’ in questo scenario che Hassan Rohani dovrà esercitare la sua moderazione. Me lo ricordo nel 1980 appena eletto deputato  al Majlis.  Aveva 32 anni, il turbante bianco  (quello nero spetta soltanto ai discendenti del Profeta) e già una lunga militanza iniziata (1967) tra quei giovani  che sfidavano la Savak, la Polizia segreta dello scià, distribuendo dispense ciclostilate, libretti copiati con la macchina per scrivere e le minicassette con i nastri dei sermoni di Khomeini. Sono gli intellettuali, gli studenti, insieme alle piccole formazioni politiche quasi sempre semiclandestine, che  gettarono le basi per la grande sollevazione popolare.

Passo dopo passo, infatti, la partecipazione si allargò coinvolgendo il mondo del lavoro e fasce sempre maggiori del mondo femminile giovanile e trascinò interi ceti medi e popolari nella protesta contro il potere monarchico che era diventato sempre più dispotico, repressivo, corrotto, militarista e dipendente dagli Stati Uniti d’America per i quali assolveva il ruolo di gendarme regionale.

Da quella realtà  l’ayatollah Ruhollah Khomeini trasse spunto per la sua “enciclica” più famosa nella quale afferma che: «Non vivremo mai dentro uno spazio chiuso, con le porte sbarrate verso l’esterno, ma le nostre porte non saranno nemmeno aperte alle potenze colonialiste. Le nostre relazioni internazionali devono basarsi sul principio della conservazione della nostra indipendenza e libertà, sul principio del rispetto dell’Islam e dei musulmani. A partire da tali principi ci comporteremo con gli altri nel rispetto reciproco».

Dalla fondazione della Repubblica islamica (anno 1979) nessun dirigente iraniano ha mai osato contraddire pubblicamente la direttiva di Khomeini sulla politica estera del Paese. Di certo non lo farà Hassan Rohani, consapevole tra l’altro che non soltanto gli iraniani, ma l’intera comunità musulmana sciita che gli gravita intorno ha fatto propria l’affermazione di Khomeini. Chissà se ci starà pensando il premier israeliano Benyamin Netanyahu. Certamente a nulla adesso, perché quelle soldatesse riprese in caserma con i glutei al vento che su Youtube stanno facendo il giro del mondo, gli hanno fatto scoppiare una crisi di nervi.

Questo articolo è stato pubblicato con il titolo: “Il “moderato” Rohani e l’incompatibilità tra Islam e sogno americano” su Geopolitica – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie

18 giugno 2013