La prima cosa che viene in mente è il golpe cileno dell’11 settembre del 1973 del generale Augusto Pinochet contro il presidente eletto democraticamente Salvador Allende. Perché quarant’anni dopo in Egitto è accaduto la stessa cosa.
185833932-576b0c09-b544-437a-9b08-8a9f62756a8d

di Vincenzo Maddaloni  

I carri armati hanno cancellato il mandato del primo presidente egiziano eletto democraticamente dopo il colpo di Stato di 30 mesi fa che portò alle dimissioni di Hosni Mubarak, fattosi da parte dopo trent’anni di potere incontrastato. Il primo esperimento di democrazia post-Mubarak non è stato incoraggiato. Scelto dal popolo col 51 per cento dei voti, Mohamed Morsi si era prefissato l’obiettivo di ridare dignità ai cittadini egiziani in uno Stato “non teocratico”, ma che facesse comunque riferimento diretto alla Legge coranica. Evidentemente il programma non è piaciuto.

Come pure l’azione di intermediazione che egli tentò tra Ḥamās e Israele per il conflitto esploso a Gaza. Insomma Mohamed Morsi in appena dodici mesi di mandato si era già rivelato come persona molto poco affidabile per gli israeliani e gli americani. E siccome Washington spende ogni anno in Egitto un miliardo e trecento milioni di dollari in “aiuti” militari, meglio si capisce perché si è giunti al golpe.

Infatti, Morsi non è più presidente dell’Egitto. La Costituzione è stata sospesa, il presidente eletto è stato deposto ed è trattenuto dalle autorità (nella notte è stato trasferito al ministero della Difesa). Al momento, al suo posto c’è il giudice della Corte Costituzionale Adli Mansour che è stato nominato presidente ad interim, con l’incarico di adottare «dichiarazioni costituzionali» durante il periodo di transizione. Nella notte sono stati arrestati anche i capi musulmani. In manette il leader del partito dei Fratelli musulmani Saad el Katatni e il capo dei parlamentari dello stesso partito al Bayumi, secondo quanto riferisce l’agenzia di Stato. Mentre il quotidiano al Ahram parla di ordini di arresto per 300 membri del partito.

Il risultato è che da ieri “i carri armati liberali occupano le strade per un golpe liberale”, come lamentano i sostenitori del presidente Morsi, descrivendo la nuova realtà che sta vivendo l’Egitto. Così com’era accaduto in Cile. A quel tempo il golpe di Pinochet ebbe un’influenza politica enorme in tutto il mondo, e l’eco di quell’ avvenimento si fece sentire significativamente anche in Italia negli anni Settanta.

Tutto si era iniziato poco dopo le 21 di ieri, mercoledì 3 luglio, quando Abdul Fatah Khalil Al-Sisi, capo delle forze armate egiziane, è apparso in tv insieme a un gruppo di religiosi ed esponenti dell’opposizione per annunciare che, su iniziativa dell’esercito, la Costituzione del paese era stata sospesa. Come il generale Augusto Pinochet anche il capo delle forze armate egiziane ha detto che l’esercito non intende mantenere il potere ma solo servire il popolo e le sue istanze, e ha accusato il presidente Morsi, eletto – ripeto – democraticamente un anno fa dopo la caduta di Mubarak, di non avere offerto una via d’uscita credibile alla crisi politica che si era creata dopo le grandi contestazioni di piazza nei suoi confronti.

 Con l’appoggio a Pinochet, gli USA vollero preventivamente stroncare sul nascere la via democratica al socialismo che Salvador Allende stava tentando di realizzare, e nel contempo mandare un segnale di avvertimento a tutti i partiti socialisti e comunisti che in maniera democratica stavano rafforzandosi in vari paesi del mondo.

 Quarant’ anni dopo lo scenario non è più l’America Latina, ma il Medio Oriente, l’Eurasia. Perché l’America, come ricorda in ogni occasione il presidente Obama, non può aspettare, deve agire per modificare il corso della storia nel mondo arabo-islamico, eliminarne le tare e costringerlo a democratizzarsi. Soltanto gli Stati Uniti possono farsi carico di tale compito, ricorrendo alla forza, se necessario.

 L’invocazione astratta di “affermare la democrazia“ diventa così il pretesto per scatenare l’intervento dei militari contro il governo di Mohamed Morsi accusato di aver violato i principi costituzionali. Naturalmente, il presidente Barack Obama si è affrettato ad esprimere la sua preoccupazione per il Paese nordafricano lanciando un appello: «alle forze armate egiziane affinché agiscano rapidamente e responsabilmente per restituire piena autorità ad un governo civile democraticamente eletto, il più presto possibile, attraverso un processo inclusivo e trasparente». Più o meno quello che disse il presidente Nixon a Pinochet.

 Del resto le lobby che controllano l’economia globale ignorano le sottigliezze degli analisti, si limitano a constatare l’efficacia delle azioni senza porsi angosciosi quesiti sui conflitti religiosi e la loro influenza sulle politiche internazionali. Oggi, l’unico dato certo è che la massiccia presenza americana in Eurasia e in Medio Oriente ha reso tutta la regione molto più instabile. E’ questa la sola verità su cui non c’è ombra di dubbio che inquieta le lobby. Dipende molto da essa la sorte degli egiziani.

 4 luglio 2013