Rimane una vita non facile, se non si vuol seguire il consiglio di Moravia. Chi si sposa per amore, e non rinuncia alla vocazione letteraria, finisce a fare l’insegnante, il tassista, o perfino il giornalista

di Roberto Giardina

Francoforte.  «I miei libri sono Waren», prodotti, protestava Heinrich Heine che pretendeva diritti d’autore più generosi dal suo editore. Alla Buchmesse, la Fiera del libro più grande del mondo e dedicata, quest’anno, per la seconda volta al Brasile, i volumi esposti sono 500mila, tra vecchie e nuove edizioni.

Ma quanti scrittori possono vivere grazie ai loro libri? Quasi nessuno, e non è una novità, ieri come oggi. Anche in passato, i giovani prudentemente imparavano una professione o un mestiere, nel caso che non fosse arrivato il successo. Goethe era avvocato, poi si dedicò alla politica, il suo amico e protetto Friderich Schiller era medico militare, Theodor Fontane, farmacista. E Heine era un giornalista.

Per passare a tempi più recenti, Alfred Döblin era medico, Hermann Hesse libraio, Franz Kafka impiegato in una società di assicurazioni, Martin Walser redattore alla radio, Max Frisch architetto, perfino Thomas Mann per brevissimo tempo si impiegò come Kafka in una società di assicurazioni. Un giovane chiese a Alberto Moravia che cosa dovesse fare per diventare scrittore. «Sposare una donna ricca», rispose cinicamente l’autore de Gli Indifferenti. Nell’archivio della Bompiani sono sempre conservate le sue lettere in cui chiedeva all’editore, il «caro Valentino», di versargli qualche anticipo sui futuri romanzi.

Il caso di Harry Potter è quasi unico, e non dovrebbe indurre in tentazione. Perfino il Nobel non garantisce un futuro senza preoccupazioni a un collega di Heine: un milione di euro bastano appena per un piccolo appartamento, a Roma o a Parigi, e depositato su un libretto di risparmio, rende pochi spiccioli in interessi. Non si può vivere di rendita e, se a vincerlo è un poeta, le tirature aumentano di poco.

At the Book Fair in Frankfurt, Germany, that will be officially opened later the day, Tuesday, Oct.8, 2013. (AP Photo/Michael Probst)

At the Book Fair in Frankfurt, Germany, that will be officially opened later the day, Tuesday, Oct.8, 2013. (AP Photo/Michael Probst)

 A essere molto ottimisti e sperare di vendere 100 mila copie di un romanzo, al prezzo medio di 20 euro a copia, all’autore vanno due euro, 200 mila euro in totale, il 10% vanno al suo agente, e la metà se la porta via il fisco, rimangono 90 mila euro, un ottimo stipendio. Ma non si scrive un bestseller ogni anno, avvertono alla Buchmesse. Gli scrittori ufficialmente registrati come tali in Germania sono appena 3.100, in media arrivano a guadagnare 14.900 euro all’anno, 1.241 euro al mese, da cui devono essere detratti i contributi per mutua e cassa pensione. Per le tasse no, perché, grazie alle detrazioni, si rimane sotto il minimo. Non basta per vivere.

I professionisti della penna devono affrontare la concorrenza dei «dilettanti»: ogni anno solo alla casa editrice Fischer Verlag arrivano 10 mila manoscritti, e farsi avanti, per uno scrittore «ufficiale» diventa sempre più faticoso. Quando si viene pubblicati, il contratto normale da parte delle «case» serie, come in Italia, prevede il 10% per l’autore, ma dedotta l’Iva dal prezzo di copertina, e eventuali sconti, normali se il volume viene venduto via internet da colossi come Amazon.

Gli editori considerano già un buon successo se il libro di un esordiente o di un autore che non faccia parte della ristretta cerchia dei colleghi che firmano bestseller, raggiunga le 5 mila copie. Allo scrittore andranno, un anno dopo, meno di 10 mila euro. Si può arrotondare con i premi letterari che anche in Germania sono diverse centinaia, o con le letture. Qui, gli scrittori ricevono un gettone per il loro intervento, anche se parlano delle proprie opere, e il pubblico paga un biglietto sia pure modesto. Rimane una vita non facile, se non si vuol seguire il consiglio di Moravia. Chi si sposa per amore, e non rinuncia alla vocazione letteraria, finisce a fare l’insegnante, il tassista, o perfino il giornalista.

10 ottobre 2013