di Vincenzo Maddaloni  –   written specially for  LINKIESTA    

Poliziotti in Piazza Indipendenza, 9 dicembre 2013. (GENYA SAVILOV/AFP/Getty Images)

Poliziotti in Piazza Indipendenza. (GENYA SAVILOV/AFP/Getty Images)

Tra Ucraina e Ue c’è anche una questione di soldi, benché Romano Prodi cercasse   – come usa dire – di indorare la pillola agli europei, quando scrisse qualche tempo fa che: «l’avvicinamento tra Unione Europea e Ucraina», è un’opportunità che  porta:«alla creazione di un ponte tra Occidente e Oriente».  In effetti l’operazione costa troppo. L’Europa  tergiversa, questo “ponte” rischia di diventare un incubo. Anzi lo è già.

Malauguratamente ci  sono questi  fatti. Nel 2008, quando è scoppiata la crisi globale l’Ucraina è caduta rovinosamente. È stata uno dei primi paesi soccorsi dal Fmi (con il contributo dell’Unione europea). La “seconda crisi”, legata ai debiti sovrani, ha spinto Kiev nuovamente al tappeto, portandola a riaprire i negoziati con il Fondo.  È così che Yanukovich ha chiesto all’Ue di legare agli Accordi di associazione e sul libero scambio l’erogazione di un prestito notevole.

Alla vigilia del vertice di Vilnius  egli  aveva affermato che il Paese ha bisogno di almeno 20 miliardi di dollari l’anno (poco meno di 15 miliardi di euro) per adottare gli standard europei e che, «in tutto, approssimativamente, saranno necessari almeno 160 miliardi di dollari fino al 2017». Va pure detto che l’accordo di libero scambio non offre vantaggi concreti nel breve termine o incentivi specifici agli ucraini. Inoltre, l’accordo porta dei costi di adattamento che lo Stato, le imprese e settori della società dovrebbero pagare.

In tutti i paesi del vicinato dell’Ue, compresi quelli in situazioni finanziare disastrose, Bruxelles non sta offrendo degli incentivi finanziari per compensare I costi di approssimazione al nuovo regime commerciale. Con contesti politici instabili è difficile anche per i governi più pro-europeisti spingere per un accordo che nel breve comporta più costi che benefici. Figurarsi in Ucraina con Yanukovich che devo tener conto di Putin che non vuole che il paese prenda la via dell’Europa.

Pertanto il fatto che a Vilnius  l’accordo di associazione e libero scambio tra Ucraina e Ue sia  sfumato sembra quasi la conclusione di una tacita intesa, poiché da una parte  Yanukovich può ribussare alla porta della Russia rincarando le richieste di danari per entrare  quell’Unione eurasiatica che nelle intenzioni di Putin dovrebbe rinsaldare lo spazio post-sovietico. Dall’altra parte la sola idea che le frontiere si alzino su un Paese di 46 milioni di abitanti, con masse di giovani ben preparati, desiderosi di occupazione e buoni stipendi, ha seminato il panico nelle capitali europee.

Risultato: Bruxelles,  con il suo consiglio europeo, formato dai capi di Stato o di governo degli Stati membri supportati dalla  la Bce e dall’apporto esterno del Fondo monetario internazionale (Fmi), assicura che la porta è aperta cosa che in effetti non è.  Kiev  mostra senza censure i manifestanti  che abbattono a martellate la statua di Lenin,  che sfidano lo spray al pepe e i  manganelli della polizia antisommossa al grido: «Vogliamo che i nostri figli crescano in Europa»,  mentre Yanukovich chiede aiuto a Mosca.

Si delinea così uno scenario molto simile a quello dei rapporti  tra Ue e la Turchia. Per cinquant’anni anni Bruxelles ha fatto intendere alla Turchia che un giorno sarebbe stata accolta a pieno titolo nel club europeo: risale infatti al 1963 l’Accordo di Associazione di Ankara. Ma soltanto nel 2005,  13 capitoli dell’acquis communautaire su un totale di 35 sono stati aperti, e di questi solo il capitolo 25 (scienza e ricerca) è stato provvisoriamente chiuso.

E’ dal 2010 che non vengono aperti nuovi capitoli e i negoziati fra UE e Turchia sono precipitati in un’impasse politico-diplomatica che nessuno degli attori in gioco aveva interesse a sbloccare, almeno fino a quando nel giugno scorso i  disordini di Gezi Park  a Istanbul non hanno provocato un sussulto nei governi e nelle opinioni pubbliche europee e non.  Sicché il dibattito sulla capacità di assorbimento dell’Unione si è trasformato in un giudizio di valore sulla Turchia in quanto tale, facendo passare il messaggio che il vero problema non è tanto il rispetto di criteri formali, bensì le dimensioni, la popolazione, la cultura e la religione dello Stato turco. Potrebbe accadere la stessa cosa all’Ucraina.

10 dicembre 2013