di Vincenzo Maddaloni   [written specially forLINKIESTA]

Cosacchi a Simferopoli, Ucraina, 8 marzo 2014. (AP Photo/Manu Brabo)

Cosacchi a Simferopoli, Ucraina, 8 marzo 2014.

(AP Photo/Manu Brabo)

La situazione attuale, di “né pace né guerra”, almeno per il momento va bene a tutti. Vediamo perché.  Era previsto che dopo lo scontato referendum-plebiscito in Crimea, che ha avallato la scelta di indipendenza della penisola ucraina, con la maggioranza schiacciante del 95, 6 per cento, sarebbero arrivate le reazioni dell’Occidente, come è accaduto.

 Infatti, Barak Obama ha annunciato che gli Usa sono pronti ad adottare nuove e più dure sanzioni contro Mosca se proseguirà nel suo piano di annettersi la Crimea e se Mosca continuerà ad «inteferire» in Ucraina e proseguirà con le sue provocazioni, «che non porteranno a nulla».

 Prevedibile era anche la reazione russa. Ad opera del Parlamento della Crimea, il quale stamane si è dichiarato ufficialmente indipendente dall’Ucraina e ha chiesto l’annessione della penisola alla Russia. Nell’occasione è stato anche deciso il passaggio al fuso orario di Mosca, la nazionalizzazione di tutte le proprietà ucraine e l’adozione del rublo come seconda moneta ufficiale accanto alla «grivnia» ucraina, che non circolerà più da gennaio 2016. Inoltre il Parlamento di Sinferopoli ha annunciato che le autorità ucraine non hanno più potere sulla penisola e ha preannunciato che le unità militari di Kiev sul territorio saranno sciolte.

 Insomma, da ogni parte si formulano minacce, ma con non molta convinzione. Almeno così pare. La ragione è semplice: l’economia russa è fortemente dipendente dal gasdotto che attraversa l’Ucraina. Le economie di molti paesi dell’Unione Europea, per non parlare dell’Ucraina, dipendono anch’esse dal fatto che il gasdotto funzioni senza interruzioni.

 Naturalmente la stampa statunitense critica ferocemente Mosca, ma indica chiaramente che gli USA non aiuteranno Kiev, poiché non ci sono trattati appropriati e l’Ucraina non è membro della NATO. Nel frattempo il Fondo Monetario Internazionale ha già rifiutato fondi a Kiev. Il direttore del FMI, Christine Lagarde, è stata esplicita quando ha dichiarato che l’Ucraina non ha bisogno di assistenza finanziaria immediata poiché non esiste: «nulla di critico che giustifichi il panico al momento. Speriamo decisamente che nessuno si precipiti a fornire vaste somme, il che sarebbe in realtà inutile se tali contributi non fossero valutati in modo appropriato».

 Tutto lascia pensare che la terza guerra mondiale di cui tanto s’è scritto e si continua a scivere anche in questi giorni non ci sarà. Non ci sarà una nuova “guerra fredda”, né ci sarà una guerra tra Russia e Ucraina. Probabilmente non ci sarà neppure una guerra civile, nella forma in cui la immaginiamo. Ma ci sarà qualcosa che potrà dimostrarsi peggiore di una guerra civile: il caos, scatenato con violenza insensata e arbitraria da tutti contro tutti.

Poiché su entrambi i fronti gli interessi economici sono intrecciati con contraddizioni culturali che hanno maturato alleanze ambigue. In un paese come L’Ucraina in cui l’esercito è finito in pezzi e le forze dell’ordine sono state poste sotto il controllo della destra, sono i nazionalisti radicali che controllano la situazione. Pertanto ci sono tutte le premesse per scatenare lo scenario peggiore possibile. Come in Somalia, in Congo, ma alle porte di casa, in Europa per intenderci.

17 marzo 2014