L’editorialista del Washington Post Richard Cohen spiega perché la sinistra americana non vede la differenza tra l’obbligo morale di salvare vite umane impedendo un omicidio – che è qualcosa di diverso dall’inviare semplici aiuti umanitari – e l’avventurismo militare

Profughi yazidi in fila per ricevere gli aiuti umanitari distribuiti dal personale ONU vicino al confine tra Siria e Iraq (AP Photo/ Khalid Mohammed)

Profughi yazidi in fila per ricevere gli aiuti umanitari distribuiti dal personale ONU vicino al confine tra Siria e Iraq (AP Photo/ Khalid Mohammed)

di  Richard Cohen – The Washington Post

Due tra “le più importanti organizzazioni che si occupano di sicurezza nazionale” – sono loro che si definiscono così, nel caso ve lo stiate chiedendo – hanno condannato il presidente statunitense Barack Obama per il suo ritorno sul campo di battaglia iracheno. I nomi di queste due organizzazioni sono piuttosto pretenziosi: “Consiglio per un mondo vivibile” e “Centro per il controllo e la non proliferazione delle armi”, ma le loro dichiarazioni sono degne di essere lette, anche se più per quello che non dicono che per quello che dicono. Per esempio, non offrono nessun suggerimento su come qualcosa di diverso da un intervento militare possa salvare quei poveracci intrappolati su una montagna nel Kurdistan iracheno. Alcuni di loro stanno già morendo di disidratazione, altri sono già morti e quelli che restano sono condannati a essere massacrati.

Ho scelto queste due organizzazioni in particolare perché, anche se probabilmente non sono “le più importanti tra quelle che si occupano di sicurezza nazionale”, sono un esempio sconfortante di una certa scuola di relazioni internazionali. Si tratta della scuola “non possiamo farci niente”, che denuncia le sofferenza di questo o di quell’altro gruppo etnico, ma che che non è in grado di fare niente per il timore che gli Stati Uniti finiscano per ritrovarsi su una china ancora più scivolosa di quella su cui sono abbarbicati gli yazidi sul monte Sinjar. La china scivolosa funziona così: all’inizio intervieni per salvare gli yazidi e prima di accorgertene sei di nuovo in guerra.

La china scivolosa, però, non è detto che ci sia. Gli Stati Uniti hanno utilizzato soltanto armi aeree in Bosnia, in Kosovo e in Libia. Quest’ultima operazione oggi è considerata un fallimento, viste le condizioni in cui versa il paese, ma c’è un altro fallimento di cui oggi si parla poco: quello di Muammar Gheddafi, che aveva minacciato di massacrare l’opposizione. Non c’è riuscito e un bel po’ di gente oggi è viva perché gli Stati Uniti e altre nazioni sono intervenute in Libia.

Un massacro è esattamente quello che sta per succedere in Iraq. Gli yazidi, un’antica minoranza curda non musulmana, sono stati definiti “untermenschen” dagli zeloti dello Stato Islamico. Utilizzo un termine tedesco per dire “meno-che-umani” perché gli uomini dello Stato Islamico hanno una mentalità e mettono in pratica comportamenti nazisti. Con pochi clic potete vedere le foto di questi estremisti che ammazzano prigionieri la cui unica colpa è essere nati o avere scelto la religione sbagliata. In alcune foto si vedono ragazzini sono costretti a guardare le esecuzioni.

Chiunque sia stato al Museo Americano dell’Olocausto ha visto fotografie simili: il condannato costretto nella buca che ha dovuto scavare per sé stesso, per esempio. È tutto così repellente eppure familiare, familiare in una maniera inaccettabile – eppure, ci sono ancora coloro che chiedono di evitare la “china scivolosa” e dicono “pensiamo agli affari nostri”, oppure cantano la canzoncina che dovrebbe suonare come una sfida a quelli che la pensano come me: “Allora interverrai dappertutto?” No. Solo dove posso. Quando posso. Le volte in cui penso sia possibile ottenere qualcosa di buono.

Cosa potremmo dire a quelle persone disperate in cima alla montagna? Scusate, siamo già stati in Iraq? Ci hanno già mentito in passato? Vorremmo aiutarvi ma è estate e il Congresso deve prima essere richiamato in modo che ogni trombone della nostra patetica legislatura possa twittare qualche idiozia, fare qualche dichiarazione alla stampa e chiedere con voce tronfia che impatto avrà quest’azione militare sulle casse del paese? Nel frattempo quella gente muore di fame, di sete o per un proiettile nella schiena, e soltanto perché non vogliamo fare quello che possiamo fare facilmente. Noi non siamo così. Non dovremmo essere così.

Mi rendo conto che non è un discorso semplice. Riconosco anche che siamo una nazione stanca di guerre e che gli eventi del Medio Oriente sono così complicati da far impallidire gli sceneggiatori di Homeland. Ma, per dio, come è possibile che il centro morale della sinistra americana sia diventato così egoista e isolazionista? Perché queste persone non vedono la differenza tra l’obbligo morale di salvare vite umane impedendo un omicidio – che è qualcosa di diverso dall’inviare semplici aiuti umanitari – e l’avventurismo militare? Il Medio Oriente è davanti a una calamità umanitaria. Si parla già di 500 persone assassinate. Qualcosa doveva essere fatto e qualcosa poteva essere fatto.

E Obama ha finalmente fatto la cosa giusta. Finora la sua politica estera consisteva più o meno – tradotto in termini semplici – nel cercare di non fare niente di stupido, il che ha significato più o meno non avere una politica estera. Questa assenza ha aiutato a produrre un mondo in cui i poliziotti non ci sono più e i bambini hanno preso il controllo del parco giochi. Per evitare la famosa “china scivolosa” ci siamo avvicinati a una vergognosa indifferenza morale. Sul monte Sinjar abbiamo agito appena in tempo. Abbiamo salvato molte vite e il nostro onore, insieme.

Fonte: ilPost

14 agosto 2014