Il tallone d’Achille del capitalismo del ventunesimo secolo è la sua incapacità di creare buona occupazione su basi sostenute e la corrispondente stagnazione dei salari e la disuguaglianza di reddito che tale fallimento produce. Gli economisti identificano la dimensione del problema, ma forniscono scarse spiegazioni sulle sue cause specialmente sulla fondamentale ‘base classista’ del problema cioè sulla sua incapacità di creare occupazione remunerata decentemente

di Jack Rasmus

Tre istituti di ricerca capitalisti globali hanno recentemente pubblicato rapporti che documentano una crescente “crisi globale dell’occupazione”. La Banca Mondiale, l’OCSE e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) sono arrivati tutti alla stessa conclusione. I ministri del lavoro del Gruppo dei 20 poi riunitisi in Australia hanno diffuso una dichiarazione congiunta a proposito delle conclusioni dei tre istituti affermando che “le economie maggiori del mondo non riescono a creare sufficiente occupazione e troppi dei posti di lavoro che sono creati sono di una qualità bassa ai fini della generazione di uno stimolo significativo alla crescita globale” (The Financial Times, 10 settembre 2014). Come dice il responsabile capo per l’occupazione presso la Banca Mondiale: “Ci sono pochi dubbi che c’è una crisi globale dell’occupazione”.

Tutti e tre i rapporti identificano tendenze convergenti in tutte le economie avanzate (EA) di Europa, Nord America e Giappone. Non soltanto la disoccupazione totale sta crescendo nel lungo termine, ma stanno anche crescendo la percentuale di occupazione giovanile e i senza lavoro cronici a lungo termine. Così, anche, stanno crescente nettamente i lavori a tempo parziale e quelli temporanei come percentuale della forza lavoro nelle EA.

Dimensioni della crisi dell’occupazione oggi

La percentuale dei senza lavoro a lungo termine rispetto alla disoccupazione totale è aumentata da circa un quinto prima del crollo del 2008 e circa un terzo oggi. Poiché la mancanza di lavoro a lungo termine tende a concentrarsi tra chi ha un’età superiore ai cinquant’anni, i mercati del lavoro delle economie EA risultano in deterioramento su “entrambi gli estremi” dello spettro della loro forza lavoro, i giovani e gli anziani. La disoccupazione giovanile sta crescendo a livelli da record dovunque nelle EA. Al tempo stesso quelli nella fascia mediana, dai 24 ai 55 anni, stanno scoprendo che i posti di lavoro disponibili sono di “bassa qualità” a tempo parziale, temporanei e lavori “contingenti” a contratto che offrono una paga di gran lunga inferiore, minori indennità, vasta esclusione dalle leggi a protezione del lavoro e minor sicurezza di occupazione continuativa.

Negli USA, in particolare, si sta verificando anche un quarto problema maggiore, forse un presagio anche per altre EA: circa otto milioni di statunitensi si sono “ritirati” del tutto dalla forza lavoro statunitense a partire dal 2007. Non sono neppure conteggiati tra i disoccupati e i sotto-occupati negli USA, a causa del modo sbagliato con cui gli USA definiscono e calcolano occupazione e disoccupazione.

Crescente disoccupazione giovanile, aumento della durata della disoccupazione a lungo termine, crescente percentuale di lavoro contingente per quelli che sono almeno in grado di trovare lavoro e milioni, nell’insieme, che rinunciare a un lavoro formale significano che qualcosa è chiaramente sbagliato nei mercati del lavoro e nelle economie delle EA, che sta peggiorando e appare sempre più strutturale e cronico, cioè la “nuova normalità”, come oggi si dice, dove “nuova normalità” significa, in effetti, “noi (decisori capitalisti della politica) non possiamo o non vogliamo fare nulla al riguardo, dunque imparate semplicemente a conviverci”.

E’ importante notare che la crisi globale dell’occupazione ora documentata dai tre rapporti globali citati è contemporaneamente una crisi globale dei salari.

Strategia salariale capitalista del ventunesimo secolo

Quando si guarda all’odierno deterioramento delle remunerazioni nelle EA da una prospettiva di classe, e non solo nel modo limitato in cui i governi riferiscono i salari, il quadro è veramente sinistro. Milioni di altri senza lavoro oggi significano salari zero per quei milioni di persone che dovrebbero essere conteggiati nel declino totale dei salari ma che non sono riflessi dai dati governativi. Sono riferite solo le tendenze salariali di quelli che ancora lavorano e anche in quel caso solo quelle di chi lavora a tempo pieno. Milioni di altri impiegati parzialmente, che lavorano a tempo parziale, in occupazioni temporanee e a contratto, ricevono paghe inferiori che riducono ulteriormente i salari totali delle classi lavoratrici. Milioni di altri che escono dalla forza lavoro formale, con alcuni che forse lavorano nell’economia “in nero” a paga ridotta o occasionale, si traducono in salari totali ancora più bassi per la classe.

La riduzione delle prestazioni previdenziali e sanitarie e/o l’aumento del costo di tali prestazioni per quelli che ancora lavorano costituiscono ancora un’altra forma di “riduzione dei salari”. C’è poi una crescente tendenza al vero e proprio furto del salario che è un problema in aumento, specialmente nel settore dei servizi negli USA, dove i datori di lavoro sempre più ingannano semplicemente i lavoratori, togliendo loro parte dei salari mediante trucchi contabili dei libri paga. Ci sono poi politiche che consentono che l’inflazione comprometta il potere d’acquisto dei salari minimi. Le leggi di adeguamento del salario minimo stanno diventando più infrequenti e meno generose. Ma tutto questo non dice ancora tutto. Consentendo che i piani previdenziali dei lavoratori crollino del tutto, piani in cui i lavoratori hanno dirottato per anni parte dei loro salari come contributo alle proprie pensioni, significa che tutti quei contributi salariali sono cancellati.

Ciò rappresenta una forma di riduzione “differita” del salario. E non ci si ferma neppure qui. Con salari e redditi inferiori, i lavoratori sono costretti a rivolgersi a maggiore credito, indebitandosi per finanziare le loro spese fondamentali. Anche questo determina un declino dei salari, poiché un debito e un pagamento di interessi crescenti avanzano diritti nel presente su salari “futuri” dei lavoratori, non ancora corrisposti. Le banche e le società emittenti carte di credito rubano in tal modo salari che non sono neppure stati ancora pagati sovraccaricando i lavoratori di debiti, cui i lavoratori hanno scarse alternative, considerata la loro mancanza di altre forme di riduzione del salario.

Il capitale globale del ventunesimo secolo ha così evoluto molteplici modi per ridurre oggi i salari. Ma il maggior contributo alla riduzione delle entrate salaria per le famiglie lavoratrici, l’impatto maggiore, deriva dall’aumento cronico di milioni di disoccupati, dalla crescente percentuale di lavori “contingenti” (a tempo parziale, temporanei, a contratto) e di “bassa qualità” e dai milioni spinti nell’economia “in nero” di lavoro intermittente, occasionale e pagato ancor meno, o anche peggio.

La triade terribile: lavoro, salari e disuguaglianza

La crisi globale dell’occupazione porta anche, secondo i tre rapporti ILO, OCSE e Banca Mondiale, a un corrispondente declino del reddito disponibile e della spesa al consumo, che contribuisce considerevolmente all’aumento delle tendenze alla disuguaglianza di reddito. Così la crisi occupazionale non si traduce soltanto in una riduzione del salario ma anche nell’aumento della disuguaglianza di reddito tra le classi.

Nei soli Stati Uniti il reddito della famiglia operaia media è diminuito in termini reali (al netto dell’inflazione) di più dell’8%. Ciò include una caduta del 4% nel corso della cosiddetta ‘ripresa’ dal 2009. Mentre i profitti delle imprese sono balzati a livelli storici record dopo il 2009 e l’1% più ricco delle famiglie ha visto i propri redditi totali crescere del 22%, più che mai prima nella storia degli Stati Uniti, i redditi delle famiglie lavoratrici hanno continuato a deteriorarsi nella ripresa. E tale deterioramento non è limitato al periodo recessivo post 2007. Era in corso sin dal 2000 e anche da prima, dai primi anni ’80.

Il triplice problema della distruzione dell’occupazione, del declino dei salari e della disuguaglianza di reddito è diventato così grave nelle EA in generale, non solo negli Stati Uniti, che la stampa capitalista globale, e gli stessi capitalisti, stanno ultimamente mostrando segni di crescente preoccupazione per le tendenze e per il problema. Considerato ciò, ora che è “sicuro” discutere la triplice crisi, gli economisti convenzionali sono balzati sul carro della “disuguaglianza di reddito” e hanno anche cominciato a scriverne febbrilmente.

Ma pur identificando i dati che indicano la disuguaglianza di reddito, gli economisti hanno sin qui poco da dire sulle sue cause fondamentali, e ancor meno da dire sulla crisi occupazionale come nodo della triplice crisi. Identificano la dimensione del problema, ma forniscono scarse spiegazioni sulle sue cause fondamentali, originarie, specialmente sulla fondamentale ‘base classista’ del problema nella sua incapacità di creare occupazione remunerata decentemente.

Si limitano invece a invocare una simbolica riforma fiscale, quando il sistema fiscale non è la causa bensì un supporto dei trasferimenti di reddito; o suggeriscono modi per ridurre gli eccessivi compensi agli alti dirigenti dell’industria; o modi per aggiustare il salario minimo che, anche se avvantaggiano un po’ quelli pagati meno, escludono la crisi occupazionale e il declino dei salari delle centinaia di milioni di lavoratori residui.

Il ‘fantasma’ di John Maynard Keynes

Il tallone d’Achille del capitalismo del ventunesimo secolo è la sua incapacità di creare buona occupazione su basi sostenute e la corrispondente stagnazione dei salari e la disuguaglianza di reddito che tale fallimento produce. Questa ‘debolezza sistemica’ dell’incapacità di conseguire la piena occupazione e la sua tendenza a una crescente disuguaglianza di reddito fu riconosciuta decenni addietro dall’economista John Maynard Keynes. Quasi mai citate sono le osservazioni conclusive di Keynes alla fine del suo libroTeoria generale pubblicato nel 1935. Egli esprime il concetto sinteticamente:

“Gli eccezionali difetti della società economica in cui viviamo sono il fallimento quanto alla creazione della piena occupazione e la sua distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito”.

Non si dovrebbe attribuire troppo a Keynes, comunque. Gran parte di ciò che egli tentò di dire fu proporre soluzioni alla depressione globale degli anni ’30 per “salvare il capitalismo”. Anche se egli vide correttamente l’incapacità di creare occupazione e la disuguaglianza di reddito come le due grandi debolezze intrinseche della moderna economia capitalista, egli suppose impropriamente che il terzo grande problema si sarebbe corretto da solo. Tale problema era la crescita dei “capitalisti di rendita” e la loro tendenza a destabilizzare ripetutamente l’intero sistema.

Oggi li chiameremmo “speculatori finanziari” e “élite finanziaria globale” (espressione mia). Nel suo fondamentale testo del 1935, La teoria generale, egli non attribuì loro che un solo capitolo (il capitolo 12), poi abbandonò l’analisi. E nel suo capitolo 24, conclusivo, Keynes ipotizzò allora che il “capitalismo di rendita” sarebbe stato una “fase transitoria che scomparirà”. Keynes sollecitò l’”eutanasia del ‘rentier’, dell’investitore privo di funzioni”  ma riteneva che il processo sarebbe stato graduale e che “non richiederà alcuna rivoluzione”. Ovviamente si sbagliava.

Come dimostrano decenni recenti, l’”investitore privo di funzioni” – cioè il capitalista redditiere, lo speculatore finanziario – è solo diventato più potente e più influente, sia economicamente sia politicamente. Le sue istituzioni finanziarie preferite, le banche ombra globali, oggi controllano più di 70 trilioni di attività investibili, cioè molto più dello stesso sistema bancario globale tradizionale. E l’impatto negativo di questa frazione crescentemente dominante della classe capitalista globale, in termini di contributo alle crisi finanziarie globali e al loro scatenarsi, continua a crescere e a destabilizzare oggi il sistema capitalista.

Merita di essere notato che la maggior parte dei capitalisti oggi, politici responsabili delle decisioni economiche nelle EA, e la schiacciante maggioranza della professione economica, non hanno mai accettato appieno le idee di Keynes, e specialmente quelle riguardanti l’occupazione e la disuguaglianza, per non parlare del ruolo destabilizzante dei capitalisti redditieri.

Questo è oggi abbondantemente chiaro, mentre i politici delle EA e i poteri industriali dietro di loro continuano a respingere ampiamente le norme di stimolo fiscale in stile keynesiano per la spesa governativa su programmi e infrastrutture sociali e per l’assunzione diretta di disoccupati da parte del governo, se necessario. I decisori delle politiche nelle EA preferiscono oggi invece una combinazione di programmi di austerità e di tagli del deficit, offrendo contemporaneamente decine di trilioni di dollari di fondi gratis dalle loro banche centrali ai banchieri (alleggerimenti quantitativi e tassi zero) e ulteriori trilioni di dollari di tagli fiscali alle grandi imprese.

Gli economisti tradizionali delle EA notano raramente, se mai lo fanno, la duplice accusa fondamentale di Keynes all’economia capitalista. E si deve cercare molto faticosamente per trovare nelle loro teorie e nei loro modelli economici qualcosa che spieghi la mutevole struttura finanziaria del capitalismo moderno e i suoi effetti. Gli economisti delle EA semplicemente non capiscono la finanza (non più di quanto i docenti di finanza capiscano l’economia, si potrebbe aggiungere).

Anche gli economisti delle EA che adottano l’etichetta di “keynesiani” preferiscono appropriarsi selettivamente solo di quei passaggi della sua opera che suggeriscono che i cicli economici capitalisti sono controllabili. Nel farlo attingono a teorie economiche pre-keynesiane, integrandolo in ciò che selezionano come “sicuro” in Keynes. Affermano che i tagli fiscali e i tassi d’interesse più bassi stimoleranno l’economia, anche se lo stesso Keynes era chiaramente ambivalente su tali effetti. Quello che ne risulta è un keynesismo bastardo, un “keynesismo ibrido”, cui aderisce oggi l’ala liberale della professione economica che si definisce keynesiana. E’ sufficiente guardare agli ultimi sei anni di tassi d’interesse prossimi a zero per le banche delle EA e ai trilioni di tali fiscali alle imprese che, entrambi, hanno fallito nel generare qualcosa che almeno lontanamente assomigli a una ripresa economica sostenuta.

L’altra ala della professione economica delle EA, che potrebbe essere chiamata “retro classicista”, rifiuta persino le raccomandazioni di spesa sociale di Keynes e sostiene che tutto quello che serve sono più soldi e costi minori per le imprese. Tassi d’interesse più bassi, tasse più basse, e oggi l’emergente concordanza sulla riduzione dei costi mediante “riforme” del mercato del lavoro (termine in codice che significa distruzione dei sindacati e del potere negoziale dei lavoratori) per produrre salari inferiori.

Abbassate i costi per le imprese e loro investiranno. Ma ridurre i costi per le imprese al fine di generare occupazione e crescita è un mito di cui i fatti globali dal 2000 offrono ampia prova. E tutto ciò che ha prodotto quella “soluzione” retro è che le imprese di tutte le EA hanno ridistribuito i profitti record generati dal 2008, abbassando i costi, ai loro azionisti con trilioni di riacquisti di azioni, distribuzione di dividendi record, spese in fusioni e acquisizioni di altre società e semplice tesaurizzazione dei trilioni di dollari ancora residui, che oggi stanno sempre più ulteriormente proteggendo mediante “inversioni fiscali” globali.

Entrambe le correnti della professione forniscono copertura alle loro idee affermando che le loro proposte produrranno alla fine creazione di occupazione. Gli ‘ibridi’ sostengono che semplicemente offrire maggior reddito (non importa come o in quale forma) alle famiglie genererà spesa che sarà seguita da investimenti delle aziende e a occupazione. I ‘retro’ sostengono che le sovvenzioni al reddito dovrebbero iniziare direttamente dalle imprese, che poi creeranno occupazione. In entrambi i casi l’occupazione e legata alla spiegazione alla fine, come “conseguenza” finale di precedenti proposte di distribuzione del reddito.

L’occupazione non è mai vista da nessuna delle due correnti come l’inizio della soluzione, non come la conseguenza. E le iniezioni di reddito – alle famiglie mediante sussidi e trasferimenti oppure alle imprese mediante tagli fiscali, interessi zero, salvataggi o altre riduzioni di costi – non si traducono mai in reale creazione di occupazione. In passato affermavano che si traducevano in vantaggi per il resto dell’economia. Era definita economia “a cascata”.  Ma oggi non c’è nemmeno la “cascata”. E’ a malapena uno sgocciolio.  Il rubinetto della creazione di occupazione è stato virtualmente chiuso. Il “pozzo d’occupazione” capitalista si sta prosciugando.

Soluzione della disuguaglianza: classe lavoratrice contro capitalisti redditieri

Non sorprende che gli economisti convenzionali delle EA di entrambe le correnti non siano riusciti a proporre soluzioni teoriche all’attuale incapacità dell’economia globale di generare una ripresa sostenuta su scala generale. Né sorprende che i politici e i decisori capitalisti delle politiche nei governi e presso le banche centrali siano stati di fatto incapaci di farlo. Né gli economisti né i politici hanno affrontato, o stanno per affrontare, il problema fondamentale della crisi occupazionale globale odierna sollevato dai tre rapporti.

Ma senza confrontarsi con esso, il problema dei salari e della disuguaglianza non farà che continuare a peggiorare. In particolare la disuguaglianza causata non solo dalla stagnazione dell’occupazione e dei salari, ma anche dai ‘capitalisti redditieri’ di Keynes, dallo ‘speculatore privo di funzioni’, che continueranno a incassare una ancor più vasta quota del reddito globale a spese degli altri, mentre l’occupazione, i salari e i redditi della classe lavoratrice ristagnano e diminuiscono. Contrariamente alla previsione di Keynes, l’”eutanasia del redditiere” capitalista finanziario può davvero richiedere una rivoluzione.

Fonte: Telesur English

Traduzione di Giuseppe Volpe per ZNETitaly

25 settembre 2014